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Buona Pasqua …HEADSHOT!

Posted by Il Duca on 23 Mar 2008 | Tagged as: Religione, Umorismo

Buona Pasqua!
Gioisci e imbraccia il fucile perché Jesus
è tornato dal mondo dei morti e ha fame di cervelli!

Zombie Jesus is coming for your brain!
Jesus is coming for… YOUR BRAIN!
Headshot Jesus
Ricordati di mirare al cervello!
Sparagli nel torso e si rialzerà, ma fagli saltare il cervello e rimarrà GIU’!

«Jesus! There!»
Aim… aim… aim… HEADSHOT!
«Rest in Pieces, Jesus!»

Italiani ignoranti e analfabeti: niente di nuovo

Posted by Il Duca on 06 Feb 2008 | Tagged as: Articoli di giornale, Cultura, Popolo Bue, Riflessioni

Repubblica oggi ci regala un articolo di Michele Smargiassi dedicato all’analfabetismo di ritorno imperante perfino tra i laureati italiani che non leggono accampando banali scuse o, addirittura, disprezzano la lettura e la cultura in toto preferendo, come è noto, le prostitute transessuali e la droga.
http://www.repubblica.it/2008/02/sezioni/scuola_e_universita/servizi/laureati-analfabeti/laureati-analfabeti/laureati-analfabeti.html


Dirimere un’ambiguità lessicale è un problema per un laureato su cinque. A dir la verità, anche solo comprendere la frase che avete appena letto è un problema per un laureato su cinque. “Termini come dirimere, duttile, faceto, proroga si trovano comunemente sui giornali, ma per molti italiani con pergamena appesa al muro sono parole opache“. Luca Serianni, linguista all’università di Roma 3, ne fece esperienza diretta un giorno nell’ambulatorio di un dentista cui s’era rivolto per un’urgenza. “Con le mie lastrine in mano chiamò al telefono un collega per avere un parere: “Senti caro, aiutami a diramare un dubbio…“”. E il professore sudò freddo: “Un medico che non sa maneggiare le parole è un medico che non legge, quindi non si aggiorna, quindi forse non sa maneggiare neanche un trapano“.

Analfabeti con la laurea. Non è un paradosso. E nessuno s’offenda: ci sono riscontri scientifici. Il report 2006 del ramo italiano dell’indagine internazionale All-Ocse (Adult Literacy and Life Skill), coordinato dalla pedagogista Vittoria Gallina, non lascia spazio a dubbi: 21 laureati su cento non riescono ad andare oltre il livello elementare di decifrazione di una pagina scritta (il bugiardino di un medicinale, le istruzioni di un elettrodomestico).

E non sanno produrre un testo minimamente complesso (una relazione, un referto medico, ma anche una banale lettera al capo condominio) che sia comprensibile e corretto. Una minoranza? Sì: un laureato italiano su due, per fortuna, raggiunge il quinto e massimo livello. Ma è una minoranza terribilmente cospicua, anche se si maschera bene. Negli Usa tre anni fa fu uno shock scoprire che i graduate fermi al livello base sono il 14%. Da noi il buco nero si manifesta a tratti, in modo clamoroso, come un mese fa, a Roma, al termine dell’ultimo dei concorsi per l’accesso alla magistratura. Preso d’assalto da 4000 candidati, in gara per 380 posti. Nonostante questo, 58 posti sono rimasti scoperti: 3700 candidati, tutti ovviamente laureati (magari anche più) hanno presentato prove irricevibili sul piano puramente linguistico. “Per pudore vi risparmio le indicibili citazioni“, commentò uno dei commissari d’esame, il giudice di corte d’appello Matteo Frasca.

Il campanello d’allarme dovrebbe suonare forte. Non si tratta più di scandalizzarsi (e divertirsi) per gli strafalcioni nozionistici degli studenti. No, episodi come il concorso di Roma mettono a nudo il grado zero del problema. Stiamo parlando di chi è senza parole. Di chi dopo cinque (sei, sette…) anni di studio universitario non è riuscito a mettere nella cassetta degli attrezzi le chiavi inglesi del sapere: grammatica, ortografia, vocabolario.

Analfabetismo: anche questa parola sembrava scomparsa dal lessico, ma per esaurimento di funzione. Consegnata ai ricordi in bianco e nero del maestro Manzi. Falsa impressione, perché di italiani che non sanno leggere né scrivere se ne contavano ancora, al censimento 2001, quasi ottocentomila. Se aggiungiamo gli italiani senza neanche un pezzo di carta, neppure la licenza elementare, arriviamo a sei milioni, con allarmanti quote di uno su dieci nelle regioni meridionali. Ma almeno sono numeri che scendono. Aggrediti dal lavoro di meritorie istituzioni come l’Unla, capillarmente contrastati dai corsi ministeriali di alfabetizzazione funzionale per adulti dell’Indire (frequentati l’ultimo anno scolastico da 425 mila persone, tra cui, guarda un po’, 30.407 laureati, in gran parte, però, stranieri). Nobilmente contrastato ai livelli più bassi della scala del sapere, però, ecco che l’analfabetismo riappare dove meno te l’aspetti: ai vertici. Gli studiosi, è vero, preferiscono chiamarlo illetteratismo: non si tratta infatti dell’incapacità brutale di compitare l’abicì, di decifrare una singola parola; ma della forte difficoltà a comunicare efficacemente e comprensibilmente con gli altri attraverso la scrittura. Ma non è proprio questo l’analfabetismo più minaccioso del terzo millennio? Nadine Gordimer, per il bene della sua Africa, è di questo analfabetismo relativo che ha più paura: “Saper leggere la scritta di un cartellone pubblicitario e le nuvolette dei fumetti, ma non saper comprendere il lessico di un poema, questa non è alfabetizzazione“. Siamo sicuri che l’Italia di Dante sia messa meglio del Sudafrica?

Proprio no. Per niente sicuri. Quanti, del nostro già magro 8,8% di laureati (la media dei paesi Ocse è del 15%), leggono ogni giorno qualcosa di più delle réclame e delle didascalie della tivù? Quanti invece sono prigionieri più o meno consapevoli di quella che Italo Calvino chiamò l’antilingua? Non saper scrivere nasconde il non saper leggere. Sette laureati su cento non leggono mai (e sono quelli che hanno il coraggio di dichiararlo all’Istat: mancano quelli che se ne vergognano). Altri sette leggono solo l’indispensabile per il lavoro: e siamo già vicini al fatidico uno su cinque. Ma andiamo avanti: uno su tre possiede meno di cento libri, praticamente solo i suoi vecchi testi scolastici. Uno su cinque non ha in casa un’enciclopedia. Quasi nessuno (73 per cento) va in
biblioteca
, e quando ci va, raramente prende libri in prestito. “Manca il tempo“, “sono troppo stanco“, le scuse più comuni. Ma ci sono anche quelli che non accampano giustificazioni imbarazzate, anzi rivendicano il loro illetteratismo come atteggiamento moderno e aggiornato: “leggere oggi non serve“, “è un medium lento“, “preferisco altre forme di comunicazione sociale“.

“La società sprintata”, come la chiama il pedagogista Franco Frabboni, preside di Scienze della formazione a Bologna, uno degli autori della riforma universitaria, è arrivata negli atenei. E gli atenei la assecondano: “La trasmissione del sapere universitario è regredita dalla scrittura all’oralità“, spiega. Nelle aule della nostra istruzione superiore, il grado di padronanza della lingua italiana non è mai messo alla prova. Persino l’arte dell’argomentazione orale, ponte fra i due universi semantici, è svanita, racconta Frabboni: “Professori sempre più incerti fanno lezione con diapositive, seguendo una traccia fissa. Ai laureandi si lascia esporre la tesi con presentazioni Powerpoint. I “test oggettivi” d’ingresso sono crocette su questionari“. La competenza linguistica non è considerata un pre-requisito indispensabile: “Devi guadagnarti cinque crediti per la lingua straniera, e cinque per l’informatica, ma non c’è alcun obbligo per quanto riguarda la buona pratica dell’italiano“. Un tacito accordo fissa tetti massimi di lettura ridicoli per i testi d’esame: “Quando un professore assegna più di 150-180 pagine, davanti al mio ufficio c’è la fila di studenti che protestano“.

Protestano, e poi si sfracellano contro il muro dell’esame. Sugli esiti dell’idiosincrasia per la lettura, agenzie private di tutoraggio hanno costruito imperi aziendali, come il Cepu, diecimila studenti l’anno. “Ci chiedono di aiutarli a passare un esame“, racconta il responsabile marketing Maurizio Pasquetti, “ma scopriamo quasi sempre che alla radice c’è la difficoltà o la paura di affrontare testi scritti. Escono da scuole superiori abituati a libri di testo ancora simili a quelli delle elementari, con testi spezzettati, già schematizzati, con tante figure e specchietti: di fronte al terribile “libro bianco”, fatto solo di pagine di scrittura continua, restano terrorizzati“.

In Francia e Germania gli atenei organizzano gare di ortografia “, sospira il professor Serianni. Da noi è difficile perfino reclutare iscritti per i laboratori di scrittura che alcuni atenei, allarmati, hanno messo a disposizione degli studenti in debito di lingua. Quello di Modena è affidato al professor Gabriele Pallotti: “Di solito comincio da virgole e apostrofi…“. Pallotti nel cassetto tiene una cartellina di orrori: email, biglietti affissi alle bacheche, “esito profiquo”, “le chiedo una prologa”, “attendo subitanea risposta”. Ma correggere le asinate non è ancora abbastanza. “Saper annotare correttamente parole sulla carta non è saper scrivere” spiega. “Parlare e scrivere sono due diversi modi di pensare. Troppi ragazzi escono dall’università sapendo solo trascrivere la propria oralità, ovvero un flusso continuo di idee non ordinato e difficilmente comunicabile. Cioè restano mentalmente analfabeti“.

Ma se avessero ragione loro? Perché alla fine si scopre che il laureato analfabeta non fa necessariamente più fatica a trovare lavoro rispetto ai suoi quattro colleghi più letterati. le imprese non sembrano granché interessate a selezionare i propri quadri dirigenti sulla base delle competenze linguistiche di base. E non perché non si accorgano delle deficienze dei loro nuovi assunti. Parlare con Carlo Iannantuono, responsabile delle risorse umane per la filiale italiana della Sandik, una multinazionale del ramo macchine per cantieri, reduce da una lunga selezione di personale laureato, è come farsi raccontare una serata allo Zelig: “Quello che se potrei, quello che s’è laureato per il rotolo della cuffia (e si vede), quello che glielo dico così, an fasàn (e io: e dü pernìs…)…“. Gli analfabeti conclamati, calcola, sono solo un 3-4 per cento, ma molti altri non sembrano pienamente padroni delle loro parole. E lei li assume lo stesso? “Dipende“, si fa serio, “noi cerchiamo bravi venditori. Quello che deve discutere con i dirigenti della Snam è meglio sappia i congiuntivi. A quello che deve convincere un capocantiere della Tav forse serve di più un buon paio di stivali di gomma“.

Non c’è alcuna sanzione sociale verso l’analfabetismo con laurea“, commenta con sconforto Tullio De Mauro, il padre degli studi linguistici italiani. Forse perché non si riconoscono immediatamente, si mascherano bene da alfabetizzati. “Fino a cinquant’anni fa l’incompetenza linguistica era palese: otto italiani su dieci usavano ancora il dialetto. Oggi il 95 per cento degli italiani parla italiano. Ma che italiano è? Solo in apparenza parliamo tutti la stessa lingua. Quando si prende in mano una penna, però, carta canta, e le stonature si sentono“. Non è una questione di stile: l’analfabetismo laureato può fare danni concreti. Il paziente che legge sulla sua prescrizione medica “una pillola per tre giorni”, alla fine del terzo giorno avrà preso tre pillole o una sola? Ci sono guasti immediati come questo. Ci sono guasti a medio e lungo termine, e ben più pericolosi. Chi non legge smette anche di studiare. In Italia solo un venti per cento di quadri segue corsi di aggiornamento: quattro volte meno della media europea. Una classe dirigente male alfabetizzata, quindi non aggiornata, è la rovina di un paese, molto più di un crollo della Borsa“. Chi parla male pensa male e vive male: è ormai un aforisma, quella battuta di Nanni Moretti.
Se pensa male anche solo un quinto dell’élite dirigente, per De Mauro è un’emergenza nazionale: Per il futuro economico del nostro paese migliorare l’italiano degli imprenditori, dei professionisti, dei politici, è perfino più vitale e urgente che migliorare i salari dei dipendenti. E non lo prenda come un paradosso“.


Ho sempre letto e considero la cultura come indispensabile per non essere solo dei maiali che grufolano, si accoppiano, mangiano, cagano e cedono alla corruzione invece di compiere il proprio dovere nei confronti della Repubblica. E non parlo della cultura che qualcuno definirebbefine a sé stessa“, ma parlo di quella “pratica” con lo scopo di farsi un’idea del mondo e della storia, che ti permette di capire cosa è l’Islam, perché gli stati nazionali sono così, quali sono i rischi e i vantaggi dell’immigrazione, che ti fa capire quando e con quali meccaniche verbali già note al tempo di Cicerone i politici mentono quando parlano o anche perché l’energia solare non è una fonte affidabile ecc…

Cose su cui si fonda la gestione dello stesso Stato di fronte ai grandi problemi di ogni giorno.
La cultura che distingue un suino grufolante all’oscuro del mondo da una persona che può pensare da solo e provare a capire quel che vede. Il genere di cultura che gran parte degli italiani e una grossa fetta dei laureati disprezza.

Voialtri italiani che belando guidate la nazione verso l’oblio e la morte mi fate vomitare.

Pari opportunità Islamiche per handicappati

Posted by Il Duca on 01 Feb 2008 | Tagged as: Articoli di giornale, Handicap, Islam, Terrorismo, Violenza sulle donne

Da Bagdad, strage nei mercati “Due attentatrici down, le hanno fatte esplodere”.

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Bagdad - Due donne imbottite di esplosivo, ma non propriamente attentatrici suicide: erano affette dalla sindrome di Down e non in grado di farsi esplodere da sole. Qualcuno ha provveduto a distanza con un radiocomando. È la “probabile” dinamica della strage avvenuta questa mattina a Bagdad, secondo il portavoce dell’esercito iracheno Generale Qassim al Moussawi. Il bilancio dei due attentati continua intanto ad aggravarsi: 68 morti e almeno 165 feriti, secondo fonti ospedaliere e della polizia. La prima esplosione ha ucciso 46 persone e ne ha ferite più di cento, la seconda (venti minuti dopo, in un altro mercato di animali) ha provocato 22 morti e 65 feriti.

Due mercati - L’attacco più sanguinoso è stato messo a segno nel mercato al Ghazil, dove un ordigno è esploso in un momento di grande afflusso. Il secondo attentato è stato compiuto nel mercato degli uccelli di al Jedida. Di venerdì, giorno del riposo islamico, i mercati sono particolarmente affollati. Secondo quanto ha riferito il portavoce delle operazioni di sicurezza a Bagdad, Qassim Atta, il duplice attentato è stato compiuto da due donne kamikaze. Il mercato al Ghazil è stato preso di mira già tre volte: il 23 novembre, 13 morti e 50 feriti, il 26 gennaio, 13 morti e 33 feriti, e il primo dicembre 2006, tre morti e 22 feriti.


Islamici che uccidono civili, possibilmente donne e bambini, usando degli handicappati imbottiti di esplosivo e fatti detonare a distanza.
 

Niente di strano, quando si parla di Islam:
saranno le pari opportunità secondo il Corano.

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La Sinistra: Incapacità e Fame di Potere

Posted by Il Duca on 28 Jan 2008 | Tagged as: Articoli di giornale, Corruzione, Politica, Sinistra

ATTENZIONE!
Questo post contiene offese gratuite contro la feccia di Sinistra in generale e graziose accuse di Tradimento… e ancora peggio: contiene realtà scomode che un vero elettore di sinistra preferirebbe ignorare cacciando la propria graziosa testa piena di merda sotto la sabbia. Se ritenete che il suddetto materiale possa offendervi andatevene affanculo. O a Cuba, che è uguale.

Il Corriere della Sera non è propriamente un giornale di destra o di sinistra, ma uno di quei quotidiani ondivaghi che seguono il potere. Quando si ipotizzo per il 2006 una vittoria sfolgorante della Sinistra, il Corriere dichiarò di essere schierato in appoggio alla Sinistra. Un fatto strano in Italia che un quotidiano come il Corriere si schierasse esplicitamente, quando gran parte della sua forza era di “aver illuso la clientela” di non essere fazioso per poi gettarsi sul carro del vincitore.
Ma il Corriere aveva odorato una vittoria netta e preferì premunirsi, peccato che aveva fatto male i conti sul reale vantaggio della Sinistra: le vendite ne risentirono pesantemente, a favore delle vendite de Il Giornale. Il pubblico di centro destra, ovvero metà degli italiani, ben più di quanto credevano i giornalisti a causa di una campagna denigratoria contro il centrodestra a cui avevano finito per credere loro stessi (bravi coglioni!), non avevano gradito la presa di posizione così netta.

Il Corriere, quindi come già detto non un quotidiano esplicitamente schierato come “il Giornale” o un qualche Gazzettino Locale di Forza Nuova, giusto ieri ha pubblicato un editoriale piuttosto aggressivo contro la Sinistra, la sua incapacità e impossibilità congenita di governare e la sua fame di potere e di poltrone.


Alle origini del fallimento
di Ernesto Galli Della Loggia, Corriere della Sera, 27 gennaio 2008

La fine del governo Prodi evoca innanzi tutto un’importante questione storica destinata, temo, ad accompagnarci a lungo: la costante minorità numerica della sinistra italiana, e dunque la sua costante debolezza elettorale di partenza. L’Italia profonda non è un Paese progressista. Ciò costringe la sinistra, per avere qualche probabilità di andare al governo, ad allearsi con forze diverse da lei, più o meno dichiaratamente conservatrici. Il che, tuttavia, come si capisce, può avvenire in momenti e su spinte eccezionali (per esempio l’antiberlusconismo) ma è difficile che duri a lungo. Si aggiunga — come concausa di questa minorità, e sua aggravante — la paralizzante eredità comunista. La vicenda italiana indica quanto sia difficile che da quell’eredità nasca un’evoluzione di tipo uniformemente socialdemocratico. La stragrande maggioranza degli eredi del vecchio Pci, infatti, come si sa, ha rifiutato tale evoluzione e il suo nome, preferendo invece, al suo posto, quello alquanto vago di «democratici ».

Accanto a loro è nato dal tronco del vecchio partito un blocco di tenace radicalismo (le tre o quattro formazioni che ancora si dicono «comuniste») il quale include almeno un terzo dell’antico elettorato di Botteghe Oscure: insomma un ulteriore fattore di debolezza. C’è poi da ultimo la sinistra cattolica proveniente dalla vecchia Democrazia Cristiana. Per avere qualche speranza di vincere è necessario dunque assommare e combinare queste tre componenti, e in più, come dicevo, è necessario trovare un’alleanza con il centro. Un’impresa non da poco, bisogna ammettere; proprio per riuscire nella quale si è spinti a ricorrere a una personalità a suo modo autonoma e di prestigio, per esempio Romano Prodi, la quale però a sua volta tenderà per forza di cose a concepire anch’essa prima o poi una sua personale strategia, a costituire un suo personale polo politico. Portando così al massimo il potenziale divisivo e la confusione delle lingue. Il governo Prodi, già nato sulla base di queste difficoltà strutturali, le ha aggravate di suo con una serie di errori e di insufficienze. Innanzi tutto con la faccenda del programma. Invece di provare a superare la fortissima disomogeneità dell’alleanza accordandosi preliminarmente su cinque, al più dieci, cose importanti da fare nella legislatura, invece di perdere anche magari qualche settimana prima delle elezioni a discutere priorità e stabilire modalità a quel punto davvero vincolanti, si è preferito soddisfare le esigenze identitarie dei circa dieci-dodici componenti della coalizione e compilare un ridicolo programma «monstre» di 280 e passa pagine, impossibile da attuare ma solo fonte di discussioni e rivendicazioni continue, da parte di tutti contro tutti, appena si è cominciato a governare: e da cui nessuno, ovviamente, si è mai sentito impegnato. Anche su queste secche si è incagliata la capacità realizzativa del governo. La cui portata assai limitata, del resto, si è però vista già all’inizio, nell’ estate del 2006, quando il ministro Bersani presentò un pacchetto di riforme liberalizzatrici che, pur se nella sostanza cautissime, furono ancor di più sterilizzate finendo per partorire il più classico dei topolini.

Egualmente, di qualunque vera riforma dell’ordinamento giudiziario— un’altra questione cruciale che mina la vita del Paese — non si è sentito mai parlare. Lo stesso dicasi poi per quella che pure il centrosinistra aveva presentato come la più urgente ed essenziale delle riforme: la legge sul conflitto d’interessi. Sono pure cadute nel dimenticatoio grandi questioni nazionali, come l’infame legislazione sulla sanità pubblica, le condizioni delle reti infrastrutturali, lo stato disastrato dell’istruzione. Per quanto riguarda i conti pubblici, infine, anche qui all’urgenza da tutti invocata di ridurre la spesa pubblica non è stato dato alcun seguito, nel mentre si è ricorso come sempre all’aumento del carico fiscale. Insomma, la coalizione di centrosinistra, presentatasi come portatrice di volontà e di visioni realizzative assai superiori a quelle dei suoi avversari, è mancata clamorosamente alla promessa creando un sentimento di disillusione profonda nell’opinione pubblica. Sentimento accresciuto dalla presenza, anche ai vertici, di un personale politico troppo di frequente demagogico, vuotamente assertivo quanto inconcludente, di cui il ministro Pecoraro Scanio è stato l’esempio ormai emblematico.

Un personale politico che su un altro versante ancora ha mostrato peraltro la sua scarsa qualità: su quello dell’occupazione del potere. A cominciare dal presidente del Consiglio il centrosinistra ha condotto dappertutto una sistematica politica lottizzatrice. I suoi uomini di governo, favoriti dalla vasta influenza sociale e culturale a loro omogenea, frutto della storia della Repubblica, non hanno mai fatto spazio a nulla e nessuno che non portasse la loro etichetta politica.
Posti, incarichi e finanziamenti sono andati solo a persone e cose della loro parte. Per quella che non era ritenuta tale, invece, non si è mancato di fare ricorso a pressioni dirette e indirette, intrecciate a più o meno sottili intimidazioni. In questo modo, e abbastanza paradossalmente, la coalizione di centrosinistra è venuta costruendo un’immagine di sé sempre più identificata con le oligarchie e i poteri tradizionali, con le nomenclature più tenaci della Repubblica. E ben prima che il verdetto del Senato sono stati lo scoramento e la delusione che tutto ciò, insieme al resto, ha provocato nei suoi stessi elettori, che hanno scavato la fossa in cui alla fine il governo è precipitato.


Chi è disposto ad aprire gli occhi può farlo: la Sinistra non è migliore né moralmente né funzionalmente della Destra, anzi, è più inefficiente, divisa e corrotta. La Sinistra satura i posti di potere, intimidisce e destituisce i magistrati scomodi, conduce campagne demonizzatrici del nemico (l’antiberlusconismo) con una politica dell’odio ideata per spostare l’attenzione del Popolo dalla sua mancanza di un vero programma coerente e costruita nello stesso modo in cui la Germania di Hitler cavalcò l’onda dell’antisemitismo.

Votare Sinistra equivale a consegnare la Nazione nelle mani dei corrotti, del nemico che minaccia l’integrità e la salute della Repubblica con la sua instabilità. Chi voterà Sinistra sapendo ora, dopo gli ultimi 18 mesi di governo, che non ci si può più affidare a false illusioni e speranze come fu nel 2006, commetterà

TRADIMENTO
CONTRO LA NAZIONE E IL POPOLO ITALIANO.

Addio Mortadella: un amore lungo 18 mesi

Posted by Il Duca on 25 Jan 2008 | Tagged as: Articoli di giornale, Insaccati, Pensieri Sconnessi, Sinistra

Perché te ne vai, oh mio Romano?
Perché mi lasci così, solo e triste, col cazzo in mano?
Avevo appena iniziato a divertirmi insultando la tua armata di mentecatti e cialtroni, ladri e violenti (Caruso, rifondazione comunista: condannato a 13 anni di carcere per le violenze perpetrate), idioti e corrotti (ciao, Pecoraro!) con il suo carrozzone di raccomandati, di posizioni politiche occupate nelle ASL, nella RAI, coi magistrati che vengono esiliati appena osano toccare uno dei vostri uomini (D’Alema, Mastella e Prodi stesso). Vi siete distrutti la carriera da soli, De Magistris & Soci, quando avete sfidato il Potere della Sinistra: loro non sono al di sopra della Legge, loro SONO la Legge.
E ora, Prodi, cosa farò senza di te? Chi sfotterò, se i tuoi ladroni lasciano la poltrona?

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Non mi guardare con quel tuo sguardo che sa di pistacchio e di affettato fresco:
ti avevo detto di non chiederla la Fiducia, stupidone!

Il più Bel Governo in 60 anni di Repubblica
 
La Genesi - «Governo, ci toccherà un Prodino», titolava il Giornale il 12 aprile 2006. Un’istantanea scattata il giorno dopo le elezioni con il futuro premier a stappare champagne con lo stato maggiore dell’Unione in Piazza Santi Apostoli (il loft era di là da venire; ndr). Ancora una volta il fattore C aveva aiutato il Professore consegnandoli grazie a 24.755 voti alla Camera e ai senatori eletti all’estero una maggioranza più virtuale che reale.

Una frase quasi profetica del politico reggiano ne sintetizza l’ostinazione e la pervicacia nel conciliare gli opposti. «Sono un Ercolinosempreinpiedi, solo che lui dondola io no», disse al termine dell’epica cicloscalata a Santiago di Compostela.

Ma questa volta il Pordoi mastelliano è stato fatale. Il secondo governo Prodi è vissuto meno del primo: soli 618 giorni contro gli 887 della prima esperienza. Eppure questa nuova avventura era iniziata imbarcando pure Rifondazione, causa del crollo del 9 ottobre 1998. Il Professore, così, non solo è durato meno della prima volta, ma non potrà migliorare il record di longevità del Berlusconi II (1.412 giorni). Venti mesi di tentennamenti, tira e molla, sfinimenti, polemiche, nomine, manifestazioni, litigi. Eppure «Domani è un altro giorno» recitava lo slogan elettorale diessino. Se l’Italia è lo specchio di questi venti mesi, allora buonanotte!

La mozzarella - «È una squadra, la nostra, omogenea e coesa, dureremo cinque anni». A Prodi l’ottimismo non ha mai fatto difetto. «La lista dei ministri? Ce l’ho in tasca», disse nel maggio 2006 tenuto a bagnomaria dall’ingorgo istituzionale. Le cose andarono diversamente: stracci che volavano tra Ds e Margherita per il numero dei ministeri, Di Pietro da subito contro Mastella che rivendicava per sé un ministero di peso. Il compromesso fu trovato con la creazione di un esecutivo monstre: 102 poltrone tra ministri e sottosegretari. «Sa come si fa la mozzarella? Si gira con pazienza e si forma una matassa. Diciamo che sto facendo una mozzarella», disse il premier vantando le proprie doti di mediatore.

Di lotta e di governo - Con «Prodi 2 - Il ritorno» tutta l’Italia ha riscoperto il gusto di scendere in piazza per protestare. Non succedeva dagli anni Settanta. Lo hanno fatto i tassisti contro il decreto Bersani, i commercianti contro la Finanziaria 2007, gli operai per il rinnovo del contratto e gli autotrasportatori e chi più ne ha più ne metta. Singolare è che l’abbiano fatto anche autorevoli esponenti dell’esecutivo. Antonio Di Pietro con tanto di megafono fuori da Montecitorio per protestare contro l’indulto. Paolo Cento, Patrizia Sentinelli, Rosa Rinaldi in corteo contro il precariato nel novembre 2006. Diliberto alla guida della manifestazione anti-Israele e anti Usa. Ancora Cento alla manifestazione vicentina anti-Dal Molin. Per concludere con i tre leader della sinistra radicale lasciati soli in Piazza del Popolo per dire no a Bush. «Folklore», ha sempre minimizzato il premier.

La stangata - Con il ritorno di Vincenzo Visco al ministero dell’Economia era facilmente immaginabile che ci sarebbe stata una netta inversione di tendenza rispetto alla politica berlusconiana. Sessantasette (67!) nuove tasse nella Finanziaria 2007, un giochetto da 35 miliardi. «È un governo che ha cominciato a far pagare le tasse a chi non lo faceva», ha detto Prodi parlando martedì alla Camera. In realtà, gli stessi economisti sono scettici sul recupero dell’evasione e la Corte dei conti ha bocciato due Dpef su due e altre norme. Il dato certo è che il deficit (portato al 4,4% con l’aggiunta dei rimborsi Iva) è calato automaticamente, il resto è stato speso in mille rivoli. Ma vale la pena ricordare altre decisioni impopolari come il Tfr all’Inps, l’abbassamento dell’età pensionabile, l’aumento dei contributi sui precari. L’idillio con Confindustria si è infranto tanto velocemente come quello con gli italiani. I sondaggi sono in picchiata da settembre 2006. Si è perso il conto delle contestazioni a Prodi: nelle aule universitarie, nelle assemblee pubbliche, nelle inaugurazioni hanno sempre risuonato i fischi. Con il Vaticano (che aveva appoggiato la Sinistra alle elezioni 2006 e anche prima, come tutti ricordano -tranne forse gli anticlericali più ciechi-, con tanto di ordini a preti e monasteri di votare l’Ulivo per appoggiare la sinistra cattolica) il feeling non c’è mai stato: i rigurgiti laicisti e l’accanimento sulle unioni di fatto hanno interrotto il dialogo.

Linea rovente - Al di là dei problematici rapporti con la magistratura e delle polemiche sull’utilizzo delle intercettazioni che hanno riguardato personaggi di primo piano come D’Alema e Fassino, il nocciolo della questione è un altro. Il secondo governo Prodi ha «interferito» in tutte le principali vicende economico-politiche di questi due anni: in primis proponendo una soluzione «casereccia» per il caso-Telecom (dimissioni di Rovati; ndr), poi cacciando il capo della Finanza Roberto Speciale e infine dettando l’agenda su tutte le operazioni di integrazione dalla benedizione di Intesa Sanpaolo e Uni-Capitalia alla consegna di Alitalia ad Air France fino alla bocciatura dipietrista di Auto-Abertis. «Un’ingerenza desolante», ebbe a commentare Luca di Montezemolo: lo stesso imbecille che nel 2006 aggredì Berlusconi e diede sostegno alla sinistra, sperando che essa, che ha sempre appoggiato fermamente i grandi industriali e le banche, potessero dargli vantaggi a scapito della libera concorrenza e tenendo a freno i sindacati..

Ponte no, rifiuti sì - Comunisti e ambientalisti hanno condizionato la coalizione con i veti. Sulla politica estera, provocando la crisi lampo di febbraio 2007 e subito rientrata con la minaccia prodiana «Dopo di me ci sono le elezioni». E sulle infrastrutture: no al Ponte sullo Stretto, no alla Tav, no ai termovalorizzatori, no al nucleare. Risultato?Il Paese è indietro e Napoli è sommersa dalla munnezza. «Non sono un uomo per tutte le stagioni», è uno dei ritornelli di Prodi. Ma in Italia il passato non passa mai…

Articolo originale di Gian Maria De Francesco, modificato dal Duca.


Senza di te, ora, cosa farò? Chi sfotterò? Sfotterò quel pirla di Berlusconi, insulterò quel grande imbecille traditore di Casini? Si, certo, ma NON SARA’ divertente come il tuo Finto Governo. C’è perfino il rischio che tra tante idiozie riescano a governare un po’…
Tu mi davi tanta soddisfazione: mortadella cattiva, non andare via proprio ora che mi sto divertendo!
 

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Un ultimo saluto prima di dirigersi al cimitero degli elefanti

Eri una merdaccia alla guida di una banda di cialtroni.

Mi mancherai tanto. Sigh.

Laicità o intolleranza e oscurantismo?

Posted by Il Duca on 16 Jan 2008 | Tagged as: Articoli di giornale, Intolleranza, Libertà, Religione, Riflessioni, Sinistra

L’articolo che segue non è stato scritto da un cardinale, ma da Giorgio Israel, Professore ordinario di Matematiche complementari (non di teologia…) all’Università di Roma La Sapienza.

Trovate l’articolo completo a altre chicche nel blog del professore: http://gisrael.blogspot.com/


COME MAI IN SOLI DUECENTO?
Come mai un gruppo di 67 docenti che scrivono un documento da pezzenti capitanati da un “cattivo maestro” che scrive un documento ideologico pieno di assurdità, assieme a un centinaio di esagitati riescono a impedire al Papa di venire all’università? Come mai circa duecento persone riescono a far fare una figura di merda a un intero paese?
Volete una risposta?
La do raccontando un piccolo episodio.

A un collega - docente illustre, anziano e rispettato - ho detto che trovavo delirante che negli USA la Columbia University avesse invitato un delinquente patentato (negatore della Shoah, programmatore della distruzione di uno stato membro dell’ONU) come Ahmadinejad e in Italia l’università La Sapienza non riuscisse a invitare una persona rispettabile come Benedetto XVI.
Sapete cosa ha risposto? Che Ahmadinejad non è pericoloso per gli Stati Uniti quanto lo è il Papa per l’Italia…

Questa è l’acqua demente in cui nuotano quei duecento fanatici.
Ed ecco perché viviamo in un clima così mefitico, che ha indotto (giustamente) il Papa a rinunciare.
Ha detto bene Cossiga: questa è la grande vittoria del grande popolo dell’Unione.
Ma forse è una gran vittoria di Pirro.

È sorprendente che quanti hanno scelto come motto la celebre frase attribuita a Voltaire - “mi batterò fino alla morte perché tu possa dire il contrario di quel che penso” - si oppongano a che il Papa tenga un discorso all’università di Roma La Sapienza (La Sapienza fu voluta e fondata dal Vaticano e venne visitata in passato, senza polemiche, da Paolo VI e Giovanni Paolo II - NdDuca).
È tanto più sorprendente in quanto le università italiane sono ormai un luogo aperto ad ogni tipo di intervento ed è inspiegabile che al Papa soltanto sia riservato un divieto d’ingresso.

Che cosa di tanto grave ha spinto a mettere da parte la tolleranza volterriana?
Lo ha spiegato Marcello Cini nella lettera dello scorso novembre in cui ha condannato l’invito fatto dal rettore Renato Guarini a Benedetto XVI.
Quel che gli appare “pericoloso” è che il Papa tenti di aprire un discorso tra fede e ragione, di ristabilire una relazione fra le tradizioni giudaico-cristiana ed ellenistica, di non volere che scienza e fede siano separate da un’impenetrabile parete stagna.
Per Cini questo programma è intollerabile perché sarebbe in realtà dettato dall’intento perverso, che Benedetto XVI coltiverebbe fin da quando era “capo del Sant’Uffizio”, di “mettere in riga la scienza” e ricondurla entro “la pseudo-razionalità dei dogmi della religione“. Inoltre, secondo Cini, egli avrebbe anche prodotto l’effetto nefasto di suscitare veementi reazioni nel mondo islamico.
Dubitiamo però che Cini chiederebbe a un rappresentante religioso musulmano di pronunziare un mea culpa per la persecuzione di Averroè prima di mettere piede alla Sapienza. Siamo anzi certi che lo accoglierebbe a braccia aperte in nome dei principi del dialogo e della tolleranza.

L’opposizione alla visita del Papa non è quindi motivata da un principio astratto e tradizionale di laicità. L’opposizione è di carattere ideologico e ha come bersaglio specifico Benedetto XVI in quanto si permette di parlare di scienza e dei rapporti tra scienza e fede, anziché limitarsi a parlare di fede.
Anche la lettera contro la visita firmata da un gruppo di fisici è ispirata da un sentimento di fastidio per la persona stessa del Papa, presentato come un ostinato nemico di Galileo. Essi gli rimproverano di aver ripreso - in una conferenza tenuta proprio alla Sapienza il 15 febbraio 1990 (cfr J. Ratzinger, Wendezeit für Europa? Diagnosen und Prognosen zur Lage von Kirche und Welt, Einsiedeln-Freiburg, Johannes Verlag, 1991, pp. 59 e 71) - una frase del filosofo della scienza Paul Feyerabend: “All’epoca di Galileo la Chiesa rimase molto più fedele alla ragione dello stesso Galileo. Il processo contro Galileo fu ragionevole e giusto“. Non si sono preoccupati però di leggere per intero e attentamente quel discorso. Esso aveva come tema la crisi di fiducia nella scienza in sé stessa e ne dava come esempio il mutare di atteggiamento sul caso Galileo. Se nel Settecento Galileo è l’emblema dell’oscurantismo medioevale della Chiesa, nel Novecento l’atteggiamento cambia e si sottolinea come Galileo non avesse fornito prove convincenti del sistema eliocentrico, fino all’affermazione di Feyerabend - definito dall’allora cardinale Ratzinger come un “filosofo agnostico-scettico” - e a quella di Carl Friedrich von Weizsäcker che addirittura stabilisce una linea diretta tra Galileo e la bomba atomica.
Queste citazioni non venivano usate dal cardinale Ratzinger per cercare rivalse e imbastire giustificazioni: “Sarebbe assurdo costruire sulla base di queste affermazioni una frettolosa apologetica. La fede non cresce a partire dal risentimento e dal rifiuto della razionalità“. Esse piuttosto venivano addotte come prova di quanto “il dubbio della modernità su se stessa abbia attinto oggi la scienza e la tecnica“.

In altri termini, il discorso del 1990 può ben essere considerato, per chi lo legga con un minimo di attenzione, come una difesa della razionalità galileiana contro lo scetticismo e il relativismo della cultura postmoderna. Del resto chi conosca un minimo i recenti interventi del Papa sull’argomento sa bene come egli consideri con “ammirazione” la celebre affermazione di Galileo che il libro della natura è scritto in linguaggio matematico.
Come è potuto accadere che dei docenti universitari siano incorsi in un simile infortunio? Un docente dovrebbe considerare come una sconfitta professionale l’aver trasmesso un simile modello di lettura disattenta, superficiale e omissiva che conduce a un vero e proprio travisamento.
Ma temo che qui il rigore intellettuale interessi poco e che l’intenzione sia quella di menar fendenti ad ogni costo.

Né c’entra la laicità, categoria estranea ai comportamenti di alcuni dei firmatari, che non hanno mai speso una sola parola contro l’integralismo islamico o contro la negazione della Shoah. Come ha detto bene Giuseppe Caldarola (direttore dell’Unità dal ‘96 al ‘98, membro dei Democratici di Sinistra e deputato - NdDuca), emerge qui una parte di cultura laica che non ha argomenti e demonizza, non discute come la vera cultura laica, ma crea mostri. Pertanto, ripetiamo con lui che “la minaccia contro il Papa è un evento drammatico, culturalmente e civilmente“.


 
Avrei voluto scrivere un post contro gli oscurantisti che travisano il concetto di laicitià per giustificare la persecuzione politica dei rivali che osano dichiarare una fede religiosa, ma è inutile perché qui non si parla di laicità o di “fede e ragione” bensì di un’aggressione personale contro il diritto di un individuo a esprimere le proprie idee basandosi NON su quanto ha detto in passato, ma su quanto un gruppo di corrotti (probabilmente in conflitto politico con il rettore per questione di potere interne a La Sapienza) hanno inventato che il Papa abbia detto 17 anni fa.

Simile feccia è indegna di essere presa in considerazione.
Lascerò il mio intervento sulla differenza tra laicità e persecuzioni politiche contro i rappresentanti di alcune fedi religiose (mai l’islam, caso strano) a quando sarà più sensato metterlo: qui sarebbe fuori contesto dato che non è di laicità che si parla, ma di odio personale.

La cultura dell’odio, dell’intolleranza e della privazione del diritto di parola non ha nulla a che fare con la Scienza. Come non hanno nulla a che fare con la Scienza quel branco di maiali ignoranti che osano infarcirsi la bocca di cose che non capiscono. Un classico del mondo universitario italiano: forti coi deboli e deboli coi forti.

La Guzzanti critica i giornalisti …e un po’ di sarcasmo contro la Borromeo

Posted by Il Duca on 14 Jan 2008 | Tagged as: Filmati, Giornalismo, Pensieri Sconnessi, Politica, Sinistra

ATTENZIONE!
Questo post contiene sarcasmo e offese gratuite (ma se volete posso farvele pagare e fornire anche fattura) contro la feccia di Sinistra in generale e qualche punzecchiatura a quel grazioso pappagallino biondo di nome Beatrice Borromeo. Se ritenete che il suddetto materiale possa offendervi andatevene affanculo. O a Cuba, che è uguale.

Sante parole nonostante il programma merdosamente fazioso di quella capra impazzita di Santoro e di quella sua protetta tanto carina (chissà perché proprio una così carina? TFR3C.png ) che fa vomitare i cadaveri dei suoi illustri antenati e che gli fa da “assistente”: la Borromeo. Assistente è un modo più gentile per indicare il suo vero ruolo, la valletta, che per chi non se lo ricorda sono quelle signorine graziose che succhiano mazze ai potenti e fanno da soprammobili in tv.

Beatrice Borromeo è una bella ragazza di 22 anni, con solo il diploma di liceo classico, che fa la modella: insomma, una cima di auctoritas intellettuale e di sapienza che fa paura a Cicerone e a Lutero.
La bella biondina, in quanto assistente del Padrone, oltre al ruolo di grazioso soprammobile ha anche quello di uccelletto che canta la canzoncina che il Padrone le ha insegnato. Tutto questo con la scusa che dalle sue giovani labbra può uscire un punto di vista giovane, ma in realtà ho ben altri sospetti riguardo a cosa servano quelle giovani labbra al suo Padrone.

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Sei proprio un uccelletto tanto carino:
cantaci una delle canzoncine che ti hanno insegnato

 
Tornando all’argomento iniziale…
Brava Guzzanti! Sei la dimostrazione che perfino la gente di sinistra per quanto possa essere acciecata dall’odio, ottusa di fronte alla scienza (a cui si approccia con la stessa superstizione con cui in altre epoche ci si affidava alla religione) e abbarbicata nel proprio mondo di caste e gerarchie politiche ALLA FINE, dopo immensi sforzi, può riuscire a capire qualcosa.
Vedere che perfino la gente di sinistra, per definizione gente ottusa e ubriaca di slogan e di odio, sta iniziando a essere stanca del mondo che ha creato mi fa pensare che in fondo ci sia una qualche speranza per il futuro.

Forse.
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Il Solo che Ride (spero ancora per poco)

Posted by Il Duca on 10 Jan 2008 | Tagged as: Ambientalismo, Articoli di giornale, Politica, Sinistra

Questo articolo di Massimo De Manzoni apparso sul Giornale di oggi si commenta da solo. Non ho bisogno di dire altro se non una bella esortazione finale…


Che debba dimettersi è pacifico e il Giornale lo sta ripetendo da giorni. Ma la questione è che Alfonso Pecoraro Scanio non avrebbe mai dovuto essere nominato ministro. Il Giornale aveva anticipato anche questo: era il 4 maggio del 2006, Prodi stava ancora compilando la lista dei componenti del suo esecutivo, e il leader dei Verdi-Il sole che ride era stato immortalato mentre sghignazzava in chiesa durante i funerali di tre militari italiani uccisi a Nassirya. «Uno spettacolo indecente», scrivemmo, «che lo rende indegno di entrare nel prossimo governo».

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Ridi, stronzo, ridi al funerale. Se c’è giustizia nella prossima bara ci finisci tu!

«Atto indegno e basso», tuonò lo stesso Pecoraro. Ma si riferiva al fatto che avevamo osato pubblicare quella foto in prima pagina. «Un fotogramma carpito», aggiunse il leader ambientalista. Non voleva dire nulla, ma Prodi fece finta che fosse una spiegazione, accreditò la tesi dell’incidente di percorso e lo inflisse agli italiani: titolare del dicastero dell’Ambiente.
Purtroppo non s’era trattato di una sfortunata circostanza. Pecoraro Scanio è proprio così, «un intreccio vertiginoso di estremismo e futilità», lo definì l’ex segretario dei Verdi Luigi Manconi; «la quintessenza dell’inutilità», lo folgorò il nostro Giancarlo Perna in un memorabile ritratto nel quale ricordava alcune delle sue prodezze:

  1. la proposta di proclamare la pizza patrimonio dell’umanità;
  2. il suggerimento di adottare in blocco le pecore sarde per salvarle dall’estinzione;
  3. l’iniziativa per la creazione del museo del mandolino;
  4. quattro; (NdDuca: aggiunta per coerenza ducale)
  5. la campagna contro gli alberi di Natale;
  6. la nomina del cantante partenopeo Gigi D’Alessio «patrono del pesce azzurro».

Folclore, si dirà.
Da ministro tuttavia la sua possibilità di fare disastri è aumentata in modo esponenziale, come dimostra la sua terra, la Campania, sommersa dalle immondizie.
Una crisi di cui lui porta grandissime responsabilità, essendosi opposto in tutti i modi alle uniche soluzioni possibili (discariche e termovalorizzatori), in cambio delle quali offriva utopie e vacue parole.
Pecoraro Scanio con i rifiuti è disposto a fare praticamente di tutto, tranne che la sola cosa che può venire in mente a una persona sensata: smaltirli.

Lui parla di «superarli», di «differenziarli» (la mitica «raccolta differenziata», un mantra nel suo eloquio), addirittura di «seguirli dalla culla alla tomba» (giuro, l’ha scritto nel suo blog), ma mai di eliminarli.
Forse è per questo che vedere il pattume invadere le strade di Napoli all’inizio non l’ha sconvolto più di tanto. Quando però ha capito che avrebbero anche potuto muovergli qualche appunto, si è chiuso in difesa. «La colpa? Dei cammorristi (così, con due emme)», ha scritto nel sito. «I colpevoli? Cesare Romiti e la sua Impregilo che, dovendo realizzare gli inceneritori, non aveva alcun interesse alla raccolta differenziata», ha rivelato ieri su Repubblica in un’intervista sfrontatamente autoassolutoria: «In materia di rifiuti il ministro non è competente».

La triste verità è che questo ministro è un incompetente. E non solo in materia di rifiuti. Passi che scambi un toro per una mucca, ma vogliamo parlare della monumentale figuraccia fatta nel settembre scorso alla conclusione della Conferenza nazionale sul clima? «La temperatura in Italia è aumentata quattro volte più che nel resto del mondo», annunciò davanti a scienziati e studiosi allibiti. Quattro volte! Il Corriere della Sera abboccò e ci aprì la prima pagina: peccato che fosse una delle tante bufale del nostro campano. Il giorno dopo il Cnr smentì.
E anche l’illustre climatologo Franco Prodi, fratello del premier, sbugiardò Pecoraro, accusandolo di manipolare la scienza.

Il sospetto è che l’allarmismo fosse destinato a forzare la mano per ottenere 7 miliardi di euro per le «politiche climatiche». Non ci sarebbe da meravigliarsi. Di soldi il ministero è avido, essendone prodigo: con l’attuale gestione i consulenti, che all’epoca di De Castro erano otto, sono passati a 344. Quasi tutti «verdi», ovviamente. Tanto, chi sorveglia? Basta un esempio: l’Agenzia protezione per l’ambiente e i servizi tecnici è commissariata, ma il commissario è ilcapo di Gabinetto di Pecoraro.
Ergo: si danno gli ordini, li eseguono e poi controllano da soli se e come li hanno eseguiti. Fantastico. In quale altro Paese occidentale ci si terrebbe un simile ministro? Uno che l’11 maggio scorso, a proposito di una qualche presunta decisione del Cdm sull’ennesima emergenza rifiuti in Campania, scriveva: «Subisco questo decreto che porta la firma del premier ma non la mia. Il ministero dell’Ambiente non è stato coinvolto, non è concertante di questo decreto(che ci volete fare, scrive così…). Sono contrario». Se fosse serio, Prodi avrebbe cacciato il suo ministro ridens allora. Adesso ha un’altra occasione, ma vedrete che purtroppo perderà anche questa.


 
Pecoraro bello, tu e i coglioni che ti mantengono al potere seguendo i tuoi grugniti da demagogo, ascolta il Duca che forse è la volta che ti entra qualcosa in quella testa piena di merda (che è tutta roba biodegradabile, contento no? Sano, ottimo concime suino!).
Con il vostro comportamento a danno del paese tu e i tuoi sgherri avete dimostrato di essere solo dei criminali venduti alla vostra stessa Avidità e alle potenze straniere (perché ogni danno all’Italia è un vantaggio alla concorrenza estera) e siete degli schifosi traditori della Patria.
 

Per una volta nella vostra vita fate un favore agli italiani: andate a fare la Giusta Fine dei Traditori
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Ai bei tempi civili i traditori della patria finivano così! TFR3C.png

 


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Buon 2008!

Posted by Il Duca on 01 Jan 2008 | Tagged as: Ducato del Porno, Pensieri Sconnessi, Politica, Razzismo, Religione

La Mecca com’è…
 
…E COME LA VORREI!

Consacro l’anno 2008
ad anno dell’impegno del Ducato del Porno
nell’annientamento della Feccia Islamica!
Calpesteremo quelle merde
e le raschieremo via dalla suola
dei nostri fottuti stivali ariani!

ES SPRICHT DER HERZOG!
SIEG HEIL!
SIEG HEIL!

Combatti l’Islam! Entra nel Ducato del Porno!

Buon Natale! Auguri Jesus!

Posted by Il Duca on 25 Dec 2007 | Tagged as: Filmati, Religione

TANTI AUGURI GESU’ CRISTO!
Grazie per aver passato un altro anno con noi sul Ducato del Porno, Gesù!
AUGURI!

Benvenuto sul nuovo Carraronan.org

Posted by Il Duca on 15 Oct 2007

Benvenuto nel nuovo sito di Carraronan, Il Duca.
Se sei un utente di vecchia data ti ricordo che il vecchio sito in html e' ancora disponibile all'indirizzo http://www.carraronan.org/index.htm, ma non verra' piu' aggiornato ne' curato in alcun modo. E' un sito morto tenuto online solo per motivi storici.
Il nuovo sito e' questo, interamente in Wordpress, con comodi Feed RSS per abbonarsi alle ultime novita'!

Buon Divertimento!