Altri articoli sull’università

Posted by Il Duca on 25 Oct 2008 | Tagged as: Articoli di giornale, Giovani, Politica, Scuola

Una nuova lista di articoli sull’attuale scandalo delle università “in rivolta” (lol!), ovvero la manovra politica appoggiata dai Baroni delle Università strumentalizzando un pugno di studenti per mantenere lo status quo e il degrado attuale a scapito dello Stato e degli studenti stessi.

Fonte: Scuola da riformare

Roberto Perotti è probabilmente uno dei più grandi economisti italiani. Professore alla Bocconi di Milano, è membro dei maggiori istituti mondiali di economia, tra i quali il FMI. Da poche settimane è nelle librerie il suo ultimo lavoro, dal titolo L’Università truccata. Gli scandali del malcostume accademico. Le ricette per rilanciare l’università, Ed: Gli struzzi Einaudi, 2008. Il brano che riporto di seguito è tratto alle pagine 35/43. Si rimanda al libro per le note e la bibliografia di accompagnamento e di riferimento per i dati citati. Secondo l’establishment, il vero problema è la mancanza di fondi. [...] La diagnosi dei mali dell’università e la cura che si propone [...], rettori, professori, studenti, politici, commentatori e giornalisti sono d’accordo: l’università italiana soffre di una drammatica carenza di risorse. [...] Scoprire che l’Italia spende poco più del Messico dovrebbe far nascere più di un dubbio sulla validità dei dati proposti (si riferisce alla pubblicazione OCSE Education at a Glance del 2007, ndr). Una investigazione appena un poco più approfondita infatti rivela che per tutti i paesi eccetto l’Italia queste cifre si riferiscono alla spesa per studente equivalente a tempo pieno. [...] [Se si converte] il numero di studenti iscritti nel numero di studenti equivalenti a tempo pieno, la spesa italiana per studente equivalente a tempo pieno diventa 16027 dollari PPP, la più alta del mondo dopo USA, Svizzera e Svezia. [...] Vediamo il rapporto medio fra studenti e professori: un valore più alto indica che ogni professore deve accudire, in media, più studenti, e dunque suggerisce un carico didattico medio maggiore. [...] Il rapporto studenti/docenti di ruolo in Italia è di circa 33, contro 25 in Gran Bretagna. Tuttavia, come abbiamo visto circa la metà degli studenti italiani sono fuori corso, e molti non frequentano. Se si calcola il rapporto fra studenti equivalenti a tempo pieno e docenti di ruolo, Italia e Gran Bretagna hanno esattamente lo stesso valore, 17,5. Quando poi si considerino non solo i docenti di ruolo, ma anche quelli a contratto ed altro personale docente, quali tutor e collaboratori linguistici, il rapporto tra studenti e docenti diventa più alto in Gran Bretagna, 10,4 contro 9,1 in Italia. [...] In Italia le remunerazioni medie e massime di ricercatori e professori associati sono superiori (rispetto a ruoli equivalenti nell’Univ. di Oxford, ndr). Sono invece inferiori quelle minime, e quasi certamente quelle massime degli ordinari (anche se per la Gran Bretagna su queste ultime non vi sono dati). Questo ci indica cosa non va nella spesa italiana: non è l’ammontare totale per studente, o la remunerazione media dei docenti, che è insufficiente; è la sua distribuzione e la sua progressione che sono perverse. In Italia si pagano pochissimo i ricercatori appena entrati nell’università, cioè i più giovani e motivati, ma c’è una progressione stipendiale velocissima per effetto della sola età, che porta gli stipendi medi e massimi a essere ben superiori a quelli britannici. Inoltre, in Gran Bretagna c’è la possibilità di retribuire molto le superstar di ciascuna disciplina, il che spiega perché in quel paese sono maggiori gli stipendi massimi degli ordinari. Ancora più evidente (e più sorprendente, data la mitologia sulla povertà della ricerca in Italia) è la differenza con il sistema statunitense. Come mostrano Gagliarducci, Ichino, Peri e Perotti (2005), un ordinario italiano con 25 anni di servizio da ordinario può raggiungere uno stipendio superiore a quello del 95 percento dei professori ordinari americani in università con corsi di master (cioè tra le migliori, inferiori solo a quelle che hanno corsi di dottorato), indipendentemente dalla sua produzione scientifica. Ma mentre nelle università americane il rapporto fra lo stipendio tipico degli ordinari e degli assistenti è di 1,5 a 1, in quelle italiane il rapporto tra lo stipendio a fine carriera di un ordinario e quello di ingresso di un ricercatore può arrivare a raggiungere valori di 4,5 a 1. [...] Anche i finanziamento statali agli atenei, distribuiti dal Fondo di Finanziamento Ordinario, riflettono quasi esclusivamente i finanziamenti passati, e sono quindi totalmente indipendenti dalla performance. [...] Poiché il ministro Mussi si è rifiutato di utilizzare i risultati della valutazione della ricerca compiuta dal CIUR, a tutt’oggi la qualità della ricerca non figura tra i parametri in base ai quali assegnare fondi statali agli atenei. NB: tutto questo, manifestanti, sinistrorsi, studenti ideologizzati o semplicemente ignoranti, lo sanno? Sanno cosa stanno difendendo?

Fonte: l’Occidentale

Forse bisognerebbe partire da ciò che ha detto il Ministro Gelmini nella conferenza stampa col Capo del Governo: “Ho avviato controlli in alcuni atenei che sono vicini al dissesto finanziario e che sono peraltro quelli dove le occupazioni sono più forti [...] Il tentativo di riversare sul governo la responsabilità di una cattiva gestione che oggi raggiunge il livello di guardia è smentito dai fatti. Quindi cerchiamo di mettere le carte in tavola, di giocare a carte scoperte”.

Tristemente, o pateticamente, l’autunnale protesta del mondo della scuola è purtroppo, come gli spaghetti, il mandolino e la mafia, parte integrante del folklore italiano; e fa bene Berlusconi a dire che occorre porre fine ad una buffonata che dura da decenni. Un male endemico ed indifferente ai contenuti ed ai governi, come ben sa chi ricorda le proteste contro le riforme di Berlinguer. Il tutto –con le irrinunciabili occupazioni, piccole e grandi violenze, tentativi di intimidire chi si rifiuta di firmare documenti deliranti, etc.– nel paese in cui si vorrebbe insegnare ad ogni livello la ‘cultura della legalità’, il rispetto delle ‘diversità’ e il ‘patriottismo costituzionale’ (le versioni moderna e colte della vecchia ‘educazione civica’).

Che a questi mestatori non debba essere offerta l’occasione del ‘martirio’ è nella logica delle cose politiche e nella gestione prudenziale di vicende che vedono coinvolti frotte di giovani e meno giovani che aspirano a fare i testimoni di una ‘nuova Resistenza’. Ma qualcosa bisogna pur fare, soprattutto perché il nostro sistema educativo non ha tanto bisogno di ritocchi che eliminino piccoli difetti, quanto di una riforma radicale la cui urgente necessità non può essere accantonata nella speranzosa attesa che dal variopinto insieme di ‘esperti di problemi educativi’, che da decenni ‘consigliano’ i ministri proponendo riforme deliranti quanto le proteste dei contestatori d’oggi, emerga un nuovo Croce o un nuovo Gentile.

Prima di ritornare sulle parole del Ministro Gelmini è però bene fare alcune considerazioni. Nel nostro paese – il quale, e non dimentichiamolo, figura nelle posizioni di coda dei vari rapporti internazionali sull’educazione, e che comprendono anche paesi non occidentali – son stati smantellati o ristrutturati interi settori industriali con il licenziamento o la collocazione in cassa integrazione di migliaia di lavoratori a basso reddito. Nella scuola e nell’università si intende soltanto monitorare l’emergenza bloccando per alcuni anni il turn over.

Dai tempi della riforma Berlinguer era chiaro che l’autonomia universitaria avrebbe comportato la possibilità di scegliere se investire risorse nella didattica, nella ricerca o nei servizi. Si trattava quindi di una responsabilizzazione a cui gran parte del mondo accademico ha risposto in maniera sostanzialmente sbagliata (anche se le cosiddette ‘valutazioni comparative’ su base locale le ha pensate un qualche ministro del passato) sia aumentando le spese del personale con talora immotivate promozioni interne, sia aumentando il numero dei corsi e tenendoli in vita anche se frequentati da pochissimi studenti.

Dopo alcuni anni si scopre così che le spese per il personale hanno raggiunto, e talora superato, il 90% dei bilanci, che molte università hanno accumulato centinaia di milioni di euro di debiti, che alcune di esse non hanno neanche pagato i contributi previdenziali per i propri dipendenti. Che per la ricerca, come per la pulizia dei locali, non ci sono fondi.

Chi oggi protesta sostiene che ricerca e didattica, ovvero le riforme, non possono essere fatte a costo zero, ma non ha un progetto alternativo adeguato ai tempi e alle circostanze. Il tentativo, come giustamente ricorda la Gelmini, è quello di scaricare sull’attuale governo le responsabilità della situazione. E’ vero che la produzione di cultura è un bene pubblico che in genere non ha ricadute immediate e i cui risultati, poiché si vedranno nel tempo, vanno sostenuti dalla finanza pubblica; ma da qui a sostenere che il governo debba pagare il conto della megalomania di docenti ed atenei (moltiplicazione di corsi e sedi) il passo è lungo. E i tempi, come è abbondantemente noto, non consentono di fare un’eccezione per quei settori, come l’università, non proprio ‘virtuosi’.

Inoltre, è da dire che il mondo dell’università, anziché strumentalizzare gli studenti per nascondere i propri errori, dovrebbe assumersi qualche responsabilità per quel che è successo e per l’opposizione ai progetti di riforma che sostanzialmente propongono di legare la qualità della didattica e della ricerca a un conto economico. Ciò che vuol dire razionalizzare e valorizzare quel che viene prodotto: cosa diversa dall’accusare la Gelmini di voler ‘privatizzare la scuola’ e trasformare le università in fondazioni.

Ciò detto, è purtroppo innegabile che fin dalla sua nascita, l’attuale governo ha sottovalutato il problema dell’università. Non era difficile prevedere quel che sta accadendo, ma, e ancora una volta purtroppo, si è aspettato che la protesta esplodesse. Quei “controlli” si sarebbero dovuti fare prima.

E accanto ad essi chiederei al Ministro anche di accertarsi se sia vero quel che mi è capitato di sentire da un alto dirigente scolastico di una città di provincia ma con una grande università: che per i programmi ministeriali lo scopo dell’educazione primaria sarebbe quello di “costruire la struttura mentale” del fanciullo; ciò per cui sarebbe necessario uno staff di docenti. Sinceramente non solo non me lo sarei mai immaginato, ma non me ne sono neanche accorto. Non sarà forse il caso di chiedersi chi ha fatto quei programmi e, soprattutto, se il degrado del nostro sistema educativo sia da mettere in correlazioni con simili futili aberrazioni da regime totalitario?

E’ vero che le emergenze son tante e che il governo non può stabilire l’ordine in cui si presentano; ma arrivare oggi a dire che tra qualche mese sarà presentato un progetto di riforma organico senza che di esso si sappia al momento molto, non è stato saggio. In particolare dal punto di vista della comunicazione all’opinione pubblica, che purtroppo è finora mancata.

D’altra parte non appare né saggio né prudente far di tutta la mala erba un fascio. La realtà, infatti, e per parziale fortuna, è che accanto ad università irresponsabili ve ne sono altre che in questi anni hanno ridotto significativamente la spesa corrente e sono riuscite a fare una politica del personale finalizzata ad obiettivi realistici nel campo della ricerca e della didattica. Università che, come lamentano i loro rettori, è ingiusto punire accomunandole agli stessi criteri di rigore, imposto e doveroso, cui sono da assoggettare quegli atenei sull’orlo del disastro economico e culturale. Se la cattiva gestione è il risultato di comportamenti ‘non virtuosi’, e non dei provvedimenti governativi, perché non prevedere, non foss’altro che per spezzare il fronte della protesta, un qualche ‘premio’ per quegli atenei che non corrono il rischio del “dissesto finanziario”?

Fonte: il Sussidiario

«Scienze Politiche: 9mila iscritti, 30 che occupano e 20 giornalisti». Così recitava un cartello appeso ieri da alcuni studenti milanesi di Scienze Politiche nel cortile di via Conservatorio – puntualmente strappato dai “rivoltosi”. La scena che si presentava agli occhi di chi giungeva nella sede distaccata della Statale di Milano era proprio questa: un manipolo di ragazzi accerchiato da inviati e cameraman. I titoli dei principali quotidiani nazionali, così come la loro versione online del pomeriggio precedente, annunciavano l’occupazione della facoltà di Scienze Politiche e l’interruzione delle lezioni. Eppure allo sprovveduto visitatore pareva che lo scoop fosse che i giornalisti non c’avessero azzeccato per niente. Le lezioni si sono svolte regolarmente. Nessuna è stata interrotta. Intorno alla trentina di persone, che nella mattinata di ieri bivaccava in mezzo al cortile di via Conservatorio, la vita procedeva tranquillamente. C’erano quasi più telecamere e fotografi che manifestanti. Del resto si era annunciata l’irruzione degli occupanti al Consiglio di facoltà delle ore 14.30. La sceneggiata è avvenuta. Il loro comunicato – tempestivamente riportato dal Corriere online – è stato letto. Subito dopo il Cdf è proseguito. Lì la maggioranza delle rappresentanze studentesche ha preso posizione contro i tentativi di blocco della didattica. In effetti un episodio di questo genere è accaduto nel tardo pomeriggio di mercoledì 22 ottobre, quando un corteo di esterni ha decretato arbitrariamente la sospensione della lezione del professor Giorgio Barba Navaretti in aula 10. Che la gran parte dei manifestanti fosse estranea alla facoltà appariva chiaro dal fatto che nessuno sapeva dove dirigersi per cercare le aule. «È un’azione violenta» ha urlato Barba Navaretti ai manifestanti. A esprimergli pubblicamente solidarietà in Consiglio di facoltà ci ha pensato il professor Graglia, quello che è finito su tutti i giornali per aver improvvisato una lezione in piazza Duomo contro i tagli previsti dalla finanziaria.

La récréation (come la definì De Gaulle) di questi improbabili barricaderos continua, ormai, da una settimana. Più sui media che nella realtà. Da questo punto di vista Scienze Politiche non è stata da meno. Anche all’Accademia di Brera è toccata la stessa sorte. All’assemblea di martedì 21 ottobre, indetta dai collettivi accademici, i partecipanti – su circa 4mila iscritti – non superavano la sessantina di persone. Il Sit-in avvenuto negli uffici del direttore e la seguente occupazione non sono durati più di mezz’ora. Terminate le foto di rito per i quotidiani del giorno dopo, i dimostranti sono stati accompagnati all’uscita. La vita in questi giorni prosegue regolarmente. Nonostante il sito di Repubblica. Non stupirebbe se nei prossimi giorni i navigatori della rete potessero anche votare chi mandare a casa tra gli occupanti. Proprio come in un vero reality show.

Fonte: Scuola da Riformare

Ieri sera (venerdì 25/10/08) si è svolta una straordinaria puntata di Matrix, probabilmente una delle più belle dedicate alla scuola ed all’Università dalla televisione italiana. Ospite della puntata quel R. Perotti che si è avuto modo di incontrare nei giorni scorsi proprio su questo blog. Si è molto parlato in questi giorni dei tagli alla ricerca ed all’università «Gli studenti della Sapienza manifestano contro i tagli. Prima di entrare qui ho chiesto “secondo voi di quanto ha tagliato il Governo i fondi dell’università?” e la risposta è stata “Ci hanno detto che è circa il 10%”. In realtà se si guarda, lungi da me difendere la riforma Gelmini che è stata un disastro, però i dati sono i dati, ed i tagli sono circa del 3%. Non sono bazzecole ma non sono una cosa drammatica. [... Esiste] un legame perverso fra i baroni e i rettori e gli studenti, che non sono strumentalizzati ma sono sicuramente male informati e sicuramente fanno il gioco di quei baroni che dovrebbero combattere con tutte le loro forze». La dizione “riforma Gelmini” ovviamente va letta come “finanziaria di Tremonti”, poiché non solo non esiste nessuna riforma Gelmini ma evidentemente la Gelmini è tra le ultime che possa dire anche solo “a” sulla finanziaria di questo Governo e si è soltanto limitata a trovare un modo di far quadrare i conti all’interno del suo ministero. Allora, io che nel mio piccolo ho vissuto 7 anni all’Università, che posso fregiarmi di due lauree con il massimo dei voti, che sto frequentando un master, faccio queste semplici considerazioni:

* come mai negli anni passati, che pure qualcosa si è sempre tagliato all’università, le stesse non si preoccupavano di mettere il più possibile sulla ricerca ma aumentavano a dismisura cattedre, corsi e posti di potere?
* Quanto sta ridotta male l’università se un taglio del 3% la mette in ginocchio tale da non poter proseguire con la sua attività didattica e di ricerca?

Si dice sempre: nessun Paese al mondo taglia i fondi alla cultura. Vero (forse), ma nessun Paese al mondo ha il terzo debito pubblico, vi paga sopra 70 miliardi l’anno di interessi ed ha una pubblica amministrazione così incredibilmente gonfia di impiegati. Nessun Paese al mondo taglia sulla scuola, ma nessun Paese al mondo ha moltiplicato pani e pesci (leggasi “maestri”) con l’unico intento di regalare posti di lavoro al proprio elettorato o ai propri iscritti (leggasi “sindacati”). Pochi Paesi al mondo spendono meno dell’Italia in fatto di ricerca, ma l’Italia ha il costo studente a tempo pieno tra i più alti del mondo, con 16000 dollari si piazza al quarto posto internazionale, superata soltanto da Stati Uniti, Svizzera e Svezia. Se soltanto le università riuscissero a risparmiare su quest’ultima voce 1000 dollari per alunno, portando il costo da 16000$ a 15000$, il risparmio netto ammonterebbe a diverse centinaia di milioni di euro, cioè una cifra forse superiore ai tagli previsti, che per i più smemorati e per i più ignoranti ricordo essere così ripartita per il prossimo triennio (p. 56, fonte):

* 017 Ricerca e innovazione —> 13.374.000€
* 023 Istruzione universitaria —> 405.526.000€

Questi sono i tagli all’università, non 1,5miliardi come si ripete in televisione, giacché la dotazione economica in forza al Ministero della Pubblica Istruzione riguarda evidentemente anche l’istruzione scolastica, servizi generali e fondi da ripartire, i quali ultimi da qualche anno a questa parte vengono utilizzati quasi esclusivamente per coprire stipendi di personale. Dunque 1000$ a testa per alunno a tempo pieno, più altri milioni di euro che potrebbero essere recuperati se:

* si abolissero tutti i corsi di laurea con meno di 20-30-50 alunni
* si chiudessero tutte le sedi distaccate disposte in aree del territorio italiano strategicamente irrilevanti
* si abolissero tutte quelle Facoltà che hanno continuità territoriale con altre Università (a cosa servono 4 Facoltà di Agraria nella sola Emilia-Romagna? Non ne bastano 2 o anche 1 sola?)
* si abolissero tutte quelle Facoltà che hanno meno di 40-50 alunni (sono centinaia)
* si abolissero tutti quei corsi doppioni e triploni ( del tipo laurea in agraria - laurea in tecnologia agraria - laurea in biotecnologia agraria)

L’università ha 5400 corsi di laurea, laddove neanche 10 anni fa erano meno della metà. I rettori ed i baroni, ai quali ogni anno venivano tagliati i fondi, hanno continuato a moltiplicare cattedre sfondando nella maggioranza dei casi il tetto del 90% posto per legge. L’Italia non ha bisogno di 5400 corsi, ma di 3000 corsi ben fatti e ben congegnati. Non ha bisogno di decine e decine di facoltà dislocate in ogni anfratto della Penisola, ma di una migliore distribuzione delle risorse, con Università dedicate alla ricerca ed Università dedicate alla didattica, dove i fondi vengano in tal modo indirizzati verso un unico campo. Ha inoltre bisogno di valutare costantemente i propri alunni, creando un sistema di test (ad esempio sul modello USA), vincolanti alla permanenza in ambito universitario: solo così sarà possibile fare in modo che i meno fortunati sul piano economico possano avere accesso a quella mobilità sociale oggi preclusa da un sistema antimeritocratico che premia i ricchi ed i lecchini a discapito degli intelligenti e degli studiosi. Altro che scendere in piazza, altro che protestare, altro che bloccare la didattica, altro che stracciarsi le vesti in quel “clan” chiamato CRUI (è la parola utilizzata da Perotti che poi aggiunge: “è un eufemismo per non dire altro”, e non credo ci sia bisogno di spiegare cosa sia “l’altro” termine). MERITOCRAZIA, MERITOCRAZIA, MERITOCRAZIA, cacciare i fannulloni, i baroni, i professori incompetenti, i rettori incapaci, gli alunni svogliati… Solo così l’Università riparte: dice ancora Perotti a Matrix, con il quale chiudo: «Per risolvere i problemi dell’università italiana bisogna che le risorse vadano a chi fa ricerca bene [...] e penalizzare chi fa cattiva ricerca e cattiva didattica. [...] In Italia, se noi raddoppiamo i fondi all’università di Bari questi verranno utilizzati, invece che per assumere due nuore o due cognati, ne assumeranno quattro. Quindi la relazione… in Italia si procede solo ed esclusivamente per anzianità, non c’è nessun incentivo ed aumentare i fondi non servirà a niente». I rettori si lamentano perché gli hanno tagliato i fondi? Si lamentano contro Tremonti perché gli sta rompendo il giocattolo, gli sta rompendo il gioco perverso della moltiplicazione magica di posti di potere a tutto danno degli studenti. Che invece di prenderli a pedate si uniscono a loro per mantenere invariato lo status quo della baronia italiana (tema ampiamente ribadito da Perotti nella puntata di Matrix). Ed il fatto che la stragrande maggioranza dei protestanti sia riconducibile all’area politica di sinistra (intendendo con tale parola tutta l’area che va dal PD ai comunisti), dovrebbe far riflettere non poco gli osservatori esterni.

Un ulteriore avviso per chi non avesse visto il proprio commento pubblicato: idioti, leggete il box del Disclaimer. È lì apposta da mesi. Assieme all’altro avvertimento in cima al sito. Credete davvero che sia così svitato? (beh, un po’ si…) È grazie alle teste di cazzo come voi che il diritto di satira e di fare umorismo (nero) su tutto ciò che si vuole è in pericolo. Se non sapete leggere abbiate il buon gusto di tagliarvi le vene, mentecatti. ^_^

Cossiga consiglia a Maroni di fare quello che fece lui al suo posto nel 1977: pestaggi ^_^

Posted by Il Duca on 23 Oct 2008 | Tagged as: Articoli di giornale, Giovani, Politica, Scuola, Sinistra

Da Il Giorno / Resto del Carlino / La Nazione, fonte rassegna.governo.it: intervista di Andrea Cangini all’ex-Presidente della Repubblica Francesco Cossiga che fu Ministro degli Interni alla fine degli anni ‘70.


Cossiga, pensa che minacciando l`uso della forza pubblica contro gli studenti Berlusconi abbia esagerato?
«Dipende, se ritiene d`essere il presidente del Consiglio di uno Stato forte, no, ha fatto benissimo. Ma poiché l`Italia è uno Stato debole, e all’opposizione non c’è il granitico Pci ma l’evanescente Pd, temo che alle parole non seguiranno i fatti e che quindi Berlusconi farà una figuraccia».

Quali fatti dovrebbero seguire?
«Maroni dovrebbe fare quel che feci io quand`ero ministro dell`Interno».

Ossia?
«In primo luogo, lasciare perdere gli studenti dei licei, perché pensi a cosa succederebbe se un ragazzino rimanesse ucciso o gravemente ferito…».

Gli universitari, invece?
«Lasciarli fare. Ritirare le forze di polizia dalle strade e dalle università, infiltrare il movimento con agenti provocatori pronti a tutto, e lasciare che per una decina di giorni i manifestanti devastino i negozi, diano fuoco alle macchine e mettano a ferro e fuoco le città».

Dopo di che? «Dopo di che, forti del consenso popolare, il suono delle sirene delle ambulanze dovrà sovrastare quello delle auto di polizia e carabinieri».

Nel senso che…
«Nel senso che le forze dell`ordine non dovrebbero avere pietà e mandarli tutti in ospedale. Non arrestarli, che tanto poi i magistrati li rimetterebbero subito in libertà, ma picchiarli e picchiare anche quei docenti che li fomentano».

Anche i docenti? «Soprattutto i docenti».

Presidente, il suo è un paradosso, no? «Non dico quelli anziani, certo, ma le maestre ragazzine sì. Si rende conto della gravità di quello che sta succedendo? Ci sono insegnanti che in- dottrinano i bambini e li portano in piazza: un atteggiamento criminale!».

E lei si rende conto di quel che direbbero in Europa dopo una cura del genere? «In Italia torna il fascismo», direbbero.
«Balle, questa è la ricetta democratica: spegnere la fiamma prima che divampi l`incendio».

Quale incendio? «Non esagero, credo davvero che il terrorismo tornerà a insanguinare le strade di questo Paese. E non vorrei che ci si dimenticasse che le Brigate rosse non sono nate nelle fabbriche ma nelle università. E che gli slogan che usavano li avevano usati prima di loro il Movimento studentesco e la sinistra sindacale».

E` dunque possibile che la storia si ripeta?
«Non è possibile, è probabile. Per questo dico: non dimentichiamo che le Br nacquero perché il fuoco non fu spento per tempo».

Il Pd di Veltroni è dalla parte dei manifestanti.
«Mah, guardi, francamente io Veltroni che va in piazza col rischio di prendersi le botte non ce lo vedo. Lo vedo meglio in un club esclusivo di Chicago ad applaudire Obama…».

Non andrà in piazza con un bastone, certo, ma politicamente…
«Politicamente, sta facendo lo stesso errore che fece il Pci all`inizio del- la contestazione: fece da sponda al movimento illudendosi di controllarlo, ma quando, com`era logico, nel mirino finirono anche loro cambiarono radicalmente registro. La cosiddetta linea della fermezza applicata da Andreotti, da Zaccagnini e da me, era stato Berlinguer (importantissimo uomo politico comunista e idolo delle sinistre, NdDuca) a volerla… Ma oggi c`è il Pd, un ectoplasma guidato da un ectoplasma. Ed è anche per questo che Berlusconi farebbe bene ad essere più prudente».


Da Wikipedia:

Francesco Cossiga
L’11 marzo 1977, quando era a capo del dicastero degli interni, nella zona universitaria di Bologna nel corso di durissimi scontri tra studenti e forze dell’ordine muore il militante di Lotta continua Pierfrancesco Lorusso; alle successive proteste degli studenti, Cossiga risponde mandando veicoli trasporto truppa blindati (M113 ) nella zona universitaria. A seguito di ciò - ed a seguito della morte della militante di sinistra romana Giorgiana Masi sul lungotevere - per protesta dagli studenti il suo nome venne scritto sui muri della case con una kappa iniziale ed usando la doppia esse delle SS naziste, disponendo le esse a mo’ di svastica o usando storpiando il nome in kossino assassiga.

Nel gennaio 1978 riformò i servizi segreti dando loro la configurazione che avrebbero mantenuto fino alla successiva riforma del 2007, e creò i reparti speciali della Polizia NOCS e dei Carabinieri GIS.

Enrico Berlinguer
Nel settembre 1977, nel pieno degli scontri di Bologna che avvennero in quel mese, Berlinguer accusò gli autonomi e parte dei movimenti giovanili di “essere fascisti”. A quest’affermazione rispose Norberto Bobbio sulle pagine della Stampa, affermando che: “l’accusa generalizzata di fascismo a tutti i movimenti alla sinistra del partito comunista è storicamente scorretta”. Berlinguer, con una lettera inviata allo stesso giornale e pubblicata il giorno seguente, ribatté che le persone aventi “come bersaglio principale il movimento operaio e il Pci” erano per lui “lucidi organizzatori di un nuovo squadrismo” e “non sono definibili con altro termine se non quello di nuovi fascisti”.

Quello che segue è un intervento trollesco.
Come scritto nel disclaimer alcuni post possono contenere affermazioni di pessimo gusto. Non prendere sul serio il contenuto di questo post, pirla!

Parere personale sugli studenti politicizzati che senza sapere di cosa parlano (vedesi le interviste con le domande agli studenti) scendono a protestare perché la moda del loro partito lo pretende e su quelli che in nome del diritto allo studio impediscono con metodi gonfi di violenza fascista il diritto allo studio agli altri…
Una nazione civile e tecnologica che creda nella sua potenza e nel suo diritto all’autodeterminazione, non può rispondere alle sommosse in altro modo che con il sangue. Dovete morire, figli di puttana. Bava Beccaris saprebbe ben ricondurre alla ragione le teste di cazzo a suon di cannonate sulla folla, ma in mancanza di un vero e sano massacro di idioti va bene anche mandarli tutti all’ospedale e sperare che qualche indegno bastardo crepi per le manganellate o rimanga paralizzato a vita come merita.
^___^

La Potenza della Nazione è tutto.
Chi la minaccia deve essere eliminato.
Bava Beccaris santo subito!

La Scuola in Terronia: peggio dell’Azerbaigian!

Posted by Il Duca on 27 Aug 2008 | Tagged as: Articoli di giornale, Cultura, Scuola

Solite informazioni sui Terroni. Cose già note.
In fondo se stanno messi così un motivo ci sarà. E non è solo il malvagio Piemonte invasore. Sono passati più di cento anni, sembra di sentire le recriminazioni dei negri per lo schiavismo! Via dal Sud Italia, caproni Africani! :icon_mrgreen.gif:


 
Adesso va di moda dire che il ministro Gelmini è razzista. Quando non si hanno più argomenti, spunta sempre il razzismo. Anche un po’ il fascismo, quello non tramonta mai, come il doppiopetto blu. Ma il razzismo è il vero tormentone dell’estate, l’epiteto cult, l’hit del momento nella parade dell’insolenza. Cerchi di mettere ordine nei campi rom? Sei razzista. Cerchi di fare il federalismo? Sei razzista. Elogi gli atleti veneti che vincono medaglie alle Olimpiadi? Sei razzista. E, di conseguenza, anche se cerchi di cambiare la scuola, inevitabilmente, finisci per essere un po’ razzista. Così, senza un vero motivo. O meglio, per lo stesso motivo per cui un anno si vestono tutti d’arancione e l’anno dopo tutti di lillà. C’est chic.

Del resto, che ci volete fare? D’istruzione se ne vede sempre meno, distruzione invece sempre di più. E un ministro che prova a mettere fine a quarant’anni di lassismo e perdonismo post sessantottino, si capisce, dà fastidio a molti. Soprattutto a quelli che in quel mare nero hanno sguazzato per anni: sindacati parassiti, professori fancazzisti, bidelli nullafacenti, studenti asini etc. Per questo motivo temo che di attacchi alla Gelmini dovremo aspettarcene molti, nei prossimi mesi. Ed è un peccato: perché la furia con cui si difendono i privilegi impedisce di vedere i problemi. Presupposto essenziale, come si sa, per cercare di risolverli.

A proposito del Sud, per esempio, l’onda di reazioni scomposte che ha travolto il ministro Gelmini, ha finito per oscurare il tema che lei cercava di sollevare e che davvero dovrebbe essere, nell’interesse di tutti, al centro del dibattito. E cioè lo sfascio della scuola meridionale. Lo sfascio della scuola meridionale, si badi bene, non solo non è un’opinione razzista: non è nemmeno un’opinione. È un dato di fatto. Certificato, fra l’altro, da tutte le ricerche internazionali, a cominciare dal sempre citato rapporto Ocse-Pisa del 2006, quello che colloca gli studenti italiani al 36° posto su 57 Paesi per cultura scientifica, al 38° per competenze in matematica e al 33° per competenze in lettura, rivelando che uno studente italiano su tre non sa leggere un grafico o convertire una moneta, quattro su dieci si impappinano nella lettura di un testo discontinuo e sei su dieci non riescono a spiegare da che cosa dipenda l’alternarsi del giorno e della notte.

terrone
Terronia: un tempo patria di pensatori greci,
ora di soppressata, cassata e cannoli in salsa mafiosa!

Queste brillanti posizioni, infatti, sono il risultato di una media nazionale impietosa fra i ragazzi veneti e lombardi (che sono ben al di sopra del livello internazionale) e quelli del Mezzogiorno (che vagolano nei bassifondi delle classifiche dietro serbi, turchi e uruguagi). Tanto per dire: i quindicenni giuliani e friulani sono secondi al mondo in scienze, dopo i finlandesi, e terzi in matematica, dopo finlandesi e canadesi. Al contrario i siciliani sono tra i più ignoranti del pianeta: fatta una scala da sei (i più bravi) a uno (i più asini) quelli che si collocano al gradino più basso o addirittura al di sotto sono il 42 per cento. Il doppio della media Ocse. Il quadruplo dell’Azerbaigian.

caucaso
L’Azerbaigian è qui.
So che non dirà niente ai Terroni, perché pensano che il Caucaso sia un ballo sudamericano,
ma poco importa: entro qualche mese Putin raderà al suolo anche quel paese
e l’onta sarà lavata!

E di chi è la colpa se nelle scuole del Sud si allevano generazioni di studenti asini, convinti che l’Italia sia bagnata solo da due mari (mar Tirreno e Marsala), che il Monviso sia sulle Alpi Cozze (magari in compagnia delle Alpi Vongole) e che Philadelphia sia la capitale del formaggio Kraft? Del destino cinico baro? Del razzismo del ministro Gelmini? O piuttosto: non ci sarà anche qualche responsabilità degli insegnanti? Certo: nel Mezzogiorno le strutture sono fatiscenti, i laboratori non esistono, i soffitti delle aule sembrano fatti con la torta sbrisolona tanto facilmente vengono giù. C’è un problema di edilizia, c’è un problema di contesto sociale e magari anche di motivazioni. Ma è possibile che gli insegnanti non si sentano chiamati in causa? Possibile che non abbiano nessuna responsabilità?

Mezzo secolo fa, nel 1951-52, la percentuale di bocciati alla maturità in Italia fu pari al 28,4 per cento. Oggi (dato 2006) è del 2,8 per cento. Dieci volte di meno. Vi pare bassa? Ebbene, in Sicilia è ancora più bassa: l’1,3 per cento, oltre venti volte in meno rispetto alla media nazionale di cinquant’anni fa. E nella provincia di Enna e Messina scende addirittura allo 0,9 per cento. È mai possibile? Il rapporto Ocse-Pisa dice che gli studenti siciliani sono abissalmente ignoranti, il quadruplo dei loro coetanei caucasici dell’Azerbaigian, eppure i loro professori non se ne accorgono. Li considerano sufficientemente preparati. E li promuovono in massa. Ma sì, avanti tutti, compresi quelli che pensano che in Turchia si parli il turchese e che il padre della teoria dell’evoluzionismo sia Ciao Darwin. Sì, Ciao Darwin. E Bonolis è l’anello mancante.

freaks
L’anello mancante era lo scimmione educato che ha smesso di seguirlo?

È sbagliato interrogarsi su questi risultati? È sbagliato interrogarsi sulla qualità di questo insegnamento? È razzista? In questi anni abbiamo riempito le regioni meridionali di professori: molti si sono fatti assumere al Nord e poi hanno chiesto trasferimento a casa. Risultato: una sproporzione notevole, tutta a vantaggio del Meridione. Al Nord Ovest c’è il 26 per cento degli abitanti e il 22 per cento degli insegnanti, al Nord Est il 18 per cento degli abitanti e il 14 per cento degli insegnanti, al Sud invece c’è il 24,5 per cento degli abitanti e il 30 per cento degli insegnanti. È troppo chiedere che, con tutto questo spiegamento di forze, si formino studenti capaci di distinguere i chierici dagli abitanti di Chieri e i posteri dai postini? È troppo chiedere che, in queste scuole sovraffollate di prof, non escano più diplomati convinti che Tiepolo sia il fratello di Pisolo e Mammolo? È troppo? O è razzista? Perché continuare a intonare questo mantra alla moda? Non sarà nell’interesse di chi non vuole assumersi le proprie responsabilità? E, soprattutto, non sarà nell’interesse di chi non vuole cambiare questa scuola che cade a pezzi? E se la scuola non cambia, chi ne viene più danneggiato? I ragazzi del Friuli Venezia-Giulia, che già oggi sono molto più preparati dei loro coetanei di tutto il mondo, o i siciliani che erano, sono e rischiano di restare quattro volte più ignoranti dei colleghi dell’Azerbaigian?

Autore: Mario Giordano