Una lezione per la piccola e aggressiva Georgia

Posted by Il Duca on 13 Aug 2008 | Tagged as: Articoli di giornale, Politica, Putin, Russia

La guerra tra Russia e Georgia è un caso strano, soprattutto per via della confusione dei primi giorni in cui non si capiva molto quello che stava accadendo grazie al desiderio di molti giornalisti occidentali di dipingere la Russia come “aggressore perché stava vincendo” invece che come “difensore che si è spinto oltre il minimo necessario”.
E poi, diciamolo, la Georgia amica degli USA, amica della UE, in attesa dell’ingresso nella NATO, insomma la piccola repubblica amata dal mondo, ha subito fatto venir voglia ai giornalisti di difenderla contro la violenza della Russia del “De Facto Dittatore” Putin, una Russia che a parole ha già dichiarato più volte di non essere più disposta a essere considerata una ex-potenza.
A qualcuno, leggendo certe affermazioni del governo georgiano alle agenzie di stampa come non ci aspettavamo che la reazione russa fosse così rapida, dopo poco tempo venne qualche dubbio su cosa la Georgia stesse facendo per contare su una reazione russa troppo lenta. Vi ricordo che l’esercito russo fino a non molti anni fa era completamente a pezzi, incapace di reagire, privo di addestramento, senza paghe e spesso senza logistica e viveri per muoversi: vedesi Grozny, 1994.
E infatti già da un paio di giorni i nodi, perfino sui giornali, stanno venendo al pettine: la Russia ha difeso la provincia autonoma dell’Ossezia del Sud (nominalmente georgiana, mentre l’Ossezia del Nord è russa) dall’aggressione dell’esercito georgiano che stava iniziando il massacro della popolazione civile colpevole di essere indipendentista.
Come mai rischiare così tanto? Beh, una buona spiegazione la dà Gorbaciov nell’articolo qui sotto, ma in più vorrei aggiungere che l’attuale presidente georgiano Mikhail Saakashvili, al contrario del gelido e razionale Putin, è noto per essere un uomo presuntuoso, impulsivo e molto emotivo.
Insomma, il contrario di un buon politico che voglia “giocare con la guerra” come Putin.

Detto questo, riporto l’articolo di Mikhail Gorbaciov uscito oggi su alcune testate giornalistiche italiane e straniere.

Gli avvenimenti della scorsa settimana in Ossezia del Sud non possono che impressionare e addolorare chiunque. Ormai, migliaia di persone sono morte, altre decine di migliaia si sono trasformate in profughi, città e villaggi sono distrutti. Nulla può giustificare la perdita di queste vite e la distruzione di queste città. È un monito per tutti.

Le radici di questa tragedia risalgono alla decisione, presa nel 1991 dai leader separatisti della Georgia, di abolire l’autonomia nell’Ossezia del Sud. Fatto che creò una situazione esplosiva per l’integrità territoriale della Georgia. Ogni volta che i diversi leader georgiani successivi cercavano d’imporre la loro volontà con la forza - sia nell’Ossezia del Sud sia in Abkhazia, dove i problemi di autonomia sono molto simili - la situazione peggiorava ulteriormente. Le nuove ferite aggravavano le vecchie.

Ciò nonostante, era ancora possibile trovare una soluzione politica. Per un po’ di tempo, in Ossezia del Sud venne mantenuta una relativa calma. La forza di pace, costituita da russi, georgiani e osseti, compiva la sua missione, e i comuni cittadini osseti e georgiani, che vivono a stretto contatto tra loro, trovavano almeno un territorio comune.

In tutti questi anni, la Russia ha sempre riconosciuto l’integrità territoriale georgiana. È chiaro che l’unico modo di risolvere il problema dell’Ossezia del Sud può essere solo un modo pacifico. E comunque, in un mondo civilizzato, non c’è altra scelta.
La leadership georgiana ha respinto con arroganza questo principio basilare. Ciò che è accaduto la notte del 7 agosto scorso va oltre ogni comprensione. L’esercito georgiano ha attaccato la capitale dell’Ossezia del Sud, Tskhinvali, con lanci multipli di razzi, progettati per devastare ampie zone del Paese. La Russia doveva rispondere. Accusarla di aggressione contro «la piccola, indifesa Georgia», non solo è ipocrita, ma dimostra mancanza di umanità.

Lanciare un attacco militare contro cittadini innocenti è stata una decisione sconsiderata, le cui tragiche conseguenze per migliaia di persone di nazionalità diversa sono ora chiare. La leadership georgiana ha potuto compiere questo atto solo perché percepiva il sostegno e l’incoraggiamento di una forza molto più potente. Le forze armate georgiane erano state addestrate da centinaia di istruttori statunitensi, e il loro sofisticato equipaggiamento militare era stato acquistato in diversi Paesi. Questo fatto, in aggiunta alla promessa dell’entrata nella Nato, ha imbaldanzito a tal punto i leader georgiani, fino a convincerli di poter uscire vittoriosi attaccando con una «guerra lampo» l’Ossezia del Sud.

In altre parole, il presidente georgiano Mikhail Saakashvili si aspettava un supporto incondizionato dall’Occidente, e l’Occidente gli aveva dato ragioni sufficienti per farglielo credere. Adesso che l’attacco militare georgiano è avvenuto, il governo georgiano e i suoi sostenitori dovrebbero rivedere la loro posizione.

Le ostilità devono cessare il più presto possibile e si devono prendere urgenti provvedimenti per aiutare le vittime - la catastrofe umanitaria, purtroppo, è stata oggetto di scarsissima attenzione nei media occidentali in questo ultimo weekend - e per ricostruire città e villaggi devastati. È altrettanto importante incominciare a pensare di risolvere il problema di fondo, che è uno dei temi più sofferti e difficili nel Caucaso, una regione il cui approccio dovrebbe essere affrontato con la massima attenzione. Quando scoppiarono per la prima volta i problemi in Abkhazia e in Ossezia del Sud, avevo proposto che la soluzione avvenisse attraverso la creazione di una federazione, che avrebbe garantito alle due Repubbliche ampia autonomia. L’idea fu scartata, specialmente dai georgiani. Gli atteggiamenti, a poco a poco, cambiarono, ma dopo quanto accaduto la settimana scorsa sarà molto più difficile raggiungere un accordo, anche su tale base.

I vecchi rancori sono un peso enorme. La guarigione è un processo lungo che richiede pazienza e dialogo, e che ha come requisito inderogabile l’esclusione dell’uso della forza. Ci sono voluti decenni per portare a termine conflitti analoghi in Europa e altrove, e ancora oggi vecchie controversie stentano a spegnersi. Oltre alla pazienza, questa situazione esige saggezza.

Le piccole nazioni del Caucaso hanno già una storia che le ha viste convivere tra loro. È stato dimostrato che una pace duratura è possibile, che tolleranza e collaborazione possono creare le condizioni per una vita e uno sviluppo normali. Non c’è nulla di più importante.

I leader politici della regione devono essere capaci di realizzare questo obiettivo. Invece di usare la potenza militare, dovrebbero dedicare i loro sforzi a costruire le basi per una pace duratura.
Nei giorni scorsi, alcuni Paesi occidentali, in particolare al Consiglio di sicurezza dell’Onu, hanno preso posizioni ben lungi dall’essere equilibrate. Ne è risultato che il Consiglio di sicurezza non ha potuto agire efficacemente fin dall’inizio di questo conflitto. Dichiarando il Caucaso - regione che si trova a migliaia di chilometri dal continente americano - una sfera di «interesse nazionale», gli Stati Uniti hanno commesso un errore madornale. Naturalmente la pace nel Caucaso è nell’interesse di tutti. Ma è semplicemente segno di buon senso riconoscere che la Russia ha in quella regione le sue radici, sia per posizione geografica sia per secoli di storia. La Russia non cerca l’espansione territoriale, ma ha in questa regione interessi legittimi.
L’obiettivo a lungo termine della comunità internazionale dovrebbe essere quello di creare un sistema subregionale di sicurezza e collaborazione, tale da rendere impossibile ogni provocazione e ogni possibilità di crisi come quella di oggi. Costruire un sistema del genere sarebbe una bella sfida e questo si potrebbe realizzare soltanto con la collaborazione dei Paesi di quella regione. I Paesi al di fuori possono, forse, aiutare, ma solo prendendo una posizione obiettiva e imparziale. La lezione ricavata dai recenti avvenimenti è che i giochi geopolitici sono pericolosi ovunque, non soltanto nel Caucaso.
 

©Washington Post - AdnKronos.
Traduzione per IlGiornale di Rosanna Cataldo.

russia ossezia e georgia
Una delle vignette più oneste sulla vicenda

Politica e Giustizia: lo strano caso italiano

Posted by Il Duca on 30 Jun 2008 | Tagged as: Articoli di giornale, Corruzione, Magistratura, Politica, Sinistra

Editoriale di oggi del Corriere della Sera (che non è un fazioso giornale di destra in mano al Grande Satana Berlusconi, nella visione manichea di certi bigotti di sinistra).
Autore: Ernesto Galli Della Loggia (che non è un fascista schiavo di Berlusconi neppure lui: è un politologo simpatizzante di sinistra e un intellettuale socialista)
 


Chi legge un po’ di giornali e ha qualche conoscenza della scena pubblica del Paese sa benissimo che anche l’attuale opposizione di sinistra così come l’opinione pubblica che in essa si riconosce sono in stragrande maggioranza d’accordo su almeno tre punti decisivi della patologia che affligge la giustizia italiana. Questi: 1) l’obbligatorietà dell’azione penale da parte del pubblico ministero, astrattamente prescritta dalla Costituzione, ha dato luogo nella pratica, a causa della sua assoluta impraticabilità tecnica, al più totale arbitrio d’iniziativa del pm stesso. Da guardiano autonomo e imparziale della legge il pubblico ministero si è trasformato per forza di cose in padrone discrezionale e incontrollabile della stessa; 2) il procedimento giudiziario italiano manca in misura rilevantissima del necessario criterio di terzietà. Nonostante qualche piccola modifica apportata, magistratura inquirente e giudicante sono virtualmente una cosa sola: ogni imputato italiano si trova così a essere sempre giudicato da un magistrato che è un amico e/o collega di colui che lo ha messo sotto accusa; 3) il protagonismo mediatico- politico dell’apparato giudiziario in genere e in modo tutto speciale dei pubblici ministeri è ormai diventato un male gravissimo, oggettivamente esaltato e protetto da un Consiglio superiore della magistratura al quale una malfatta legge istitutiva, e ancora di più un infame sistema elettorale, consentono di esercitare abusivamente i poteri di una virtuale terza Camera del sistema costituzionale. Come dicevo all’inizio, anche una buona parte della sinistra e del suo elettorato è convinta nel proprio intimo che le cose stiano così.

Si tratta, infatti, di fenomeni troppo clamorosamente evidenti, che tra l’altro non esistono in alcun altro Paese dell’Occidente, e di cui fanno quotidianamente le spese migliaia di cittadini, com’è ovvio senza distinzione di destra e di sinistra. La domanda che a questo punto è (o dovrebbe essere) naturale porsi è la seguente: è ragionevole o no pensare che gli aspetti patologici della giustizia italiana sopra descritti abbiano qualcosa a che fare, c’entrino qualcosa, con le vicende giudiziarie di Silvio Berlusconi? E’ ragionevole o no immaginare, sospettare, che l’immane mole di procedimenti giudiziari collezionati da costui (in una quantità, credo, superiore a chiunque altro nella storia d’Italia, ma aspetto precisazioni da Marco Travaglio) abbiano qualcosa a che fare con l’arbitrio dell’azione penale, con la mancanza di terzietà, con la ricerca di visibilità mediatico-politica da parte dei pm? E’ ragionevole pensare una cosa simile, che esista un nesso di qualche tipo tra questi due universi di fatti, o invece è una pura assurdità, un’insinuazione senza fondamento, un volere dare corpo ai fantasmi? La sinistra riformista (cioè più o meno l’intero Partito democratico), pur essendo convinta che Berlusconi in qualche problema con la giustizia sia effettivamente incorso (e personalmente mi unisco a questa convinzione), pensa però che un nesso ci sia.

Pensa cioè che nelle vicende giudiziarie dell’attuale Presidente del Consiglio si manifestino anche, e in misura spesso decisiva, tutti i parossismi patologici della giustizia italiana. Ma non riesce a dirlo. La sua classe dirigente tace o tutt’al più farfuglia, sospira a mezza bocca, perché non sa che pesci pigliare, ricattata com’è dal suo passato recente, dal suo legame con la corporazione dei magistrati e dalla paura di apparire complice con il nemico. Un’altra parte del Paese, invece, diciamo una metà abbondante degli Italiani, anch’essa pensa che sì, che è ragionevole credere che un nesso ci sia. E poiché non ha le remore storiche della sinistra le basta questo, le basta vedere le patologie presenti nelle vicende giudiziarie di Berlusconi, per considerare queste comunque superiori alle sue eventuali colpe, e continuare a votarlo. Non già perché sia una parte del Paese formata da uomini e donne dediti al malaffare o moralmente ottusi, come invece pensa qualche moralista esagitato. Ma se le cose stanno così, allora vuol dire che proprio i caratteri patologici della giustizia italiana stanno rivelandosi i migliori alleati dell’eterno inquisito Silvio Berlusconi. Che proprio questi caratteri gli hanno consentito e gli consentono tuttora di apparire ragionevolmente una vittima, di nascondere dietro di essi i problemi veri che ha: insomma di volgere a proprio favore le sue disgrazie giudiziarie. Ma se le cose stanno così ciò vuol dire anche, per concludere, e non è conclusione di poco conto, che il principale interesse della Sinistra italiana dovrebbe essere, anzi è, uno solo: togliere ogni alibi al proprio rivale. E cioè mettere fine una buona volta, lei per prima, alla devastante patologia che affligge da decenni il nostro sistema giudiziario. Che poi, in tutta questa faccenda, è anche il vero interesse del Paese.

Comune di Roma: Vittoria Sfolgorante!

Posted by Il Duca on 28 Apr 2008 | Tagged as: Politica

wellington_at_waterloo.jpg

Gianni Alemanno ha vinto. Quando sono state scrutinate 2463 sezioni su 2600, il candidato del Pdl è in netto vantaggio con il 53,5% dei voti. Francesco Rutelli si ferma al 46,4%. L’astensionismo sembra aver colpito soprattutto a sinistra. Infatti Alemanno ha superato di 100mila voti i consensi ottenuti al primo turno. Rutelli, invece, ne ha persi circa 80mila rispetto a due settimane fa.
Un vantaggio del 7,1% in una città che per molti anni era rimasta in mano alla sinistra, sprofondando nel degrado che ormai ne contraddistingue le periferie abbandonate da Veltroni a loro stesse.

Comincia una nuova fase, Roma volta pagina.
Con queste parole Gianni Alemanno ha salutato la sua vittoria su Francesco Rutelli. L’esponente del Pdl ha ricordato che è stata una “lunga battaglia”, ma ha aggiunto che “quando si vince si è generosi, si lasciano indietro veleni e polemiche. Roma - ha detto ancora - è una città meravigliosa che merita un’amministrazione degna”.

Evviva!

Speciale Beppe Grillo, il grande truffatore

Posted by Il Duca on 27 Apr 2008 | Tagged as: Articoli di giornale, Demagogia, Libertà, Politica

Beppe Grillo, come è noto, è un demagogo, ovvero un cialtrone che manovra il popolo bue per i propri scopi e il proprio interesse economico. Aggravante di Grillo è il plagio delle menti e la circonvenzione di incapace, che avviene tramite il lavaggio del cervello e la costruzione di un rapporto di sudditanza psicologica per cui “o sei con Grillo o sei un criminale”.
In pratica Grillo è l’emblema del male in democrazia: un trascinatore di folle inferocite prive di proposte concrete, votate ai NO e alla furia distruttiva dell’antistato e dell’antipolitica. Perfino Adolf Hitler seppe fare di meglio, dato che portava avanti con gli stessi mezzi un piano politico ed economico concreto (per quanto non proprio apprezzabile da tutti).

Ecco una serie di articoli interessante di Filippo Facci dedicati a “delineare” la figura di questo grande truffatore del XXI secolo.
Senza peli sulla lingua, o quasi, dato che Grillo ritiene che non ci debbano essere censure (tranne quando diffida e minaccia chi tenta di pubblicare libri dedicati a lui, vedete gli articoli per dettagli)… eppure un po’ ce ne sono, perché quando si va parlare delle puttane di Grillo o simili il gironalista si mostra molto più “sensibile” di quanto sarebbe stato Grillo e non calca la mano quanto Beppe fa sul palco coi suoi nemici politici.


Vi raccontiamo la vera storia di Beppe Grillo

Il nostro uomo, una delle fonti incontrate nella nostra due giorni genovese, comincia a esser stanco:
«Poi va be’, ci sono storie personali, che non si possono scrivere».
Dica. «Non si possono scrivere».
Dica. «Ma niente, lui a un certo punto stava in questo suo attico in corso Europa, che era tutto bello, col pianoforte, e ogni tanto ci portavamo le ragazze che gli procuravo quasi sempre io. Tra l’altro sotto il letto nascondevamo un mangianastri per registrare le cose, gli amplessi, poi riascoltavamo e ci ammazzavamo dal ridere. Avevamo un gergo nostro: lui, il coso, lo chiamava “il gottoro”, e urlava sempre questa parola alle ragazze che non capivano: “Gottoro! Ecco il gottoro!”. Il problema è che un giorno sua madre trovò le cassette e si mise ad ascoltarle, un macello».
È questa la storia personale?
«Aspetti. Un giorno portammo nell’attico due ragazze, mi ricordo che una era sposata. I suoi, del Giuse, erano nella casa di Savignone. Ma niente: ognuno cominciò a fare le cose sue e a un certo punto lui fece un urlo bestiale, ma bestiale, corse da me tutto nudo e disse “Guarda, guarda! Che mi succede?” e io glielo guardai e lui… lui…».
Censura.
La disavventura sessuale, oggettivamente ridicola, ebbe epilogo al pronto soccorso dell’ospedale San Martino, praticamente lì di fronte. Censura: anche se il soggetto non la meriterebbe perché lui una storia del genere (di un altro) l’avrebbe raccontata di sicuro: si parla di una persona, un comico, che ebbe a chiamare «Alzheimer» l’ex capo del governo e «venditore di bava» l’ex capo dell’opposizione, uno che ha mandato letteralmente affanculo decine di persone e che di fronte alla critica di un direttore di telegiornale, Mauro Mazza, ha replicato testualmente: «E se sparassero nel culo a lui?».
La battuta sul Papa manco ce la ricordiamo, sta di fatto che qui, di fronte al grillismo, stanno saltando tutte le regole, si sta riscrivendo il galateo della politica per adeguarlo a quello dell’antipolitica: dunque la tentazione di adeguarci c’è, la voglia di non censurarci pure, come a dire: Grillo eccoci, siamo pronti, se questo è il ballo si balla anche noi, si fa all’americana come predicano tanti giornalisti amici suoi: e ti si contano anche i peli del bulbo. Da qui, come modesto e sperimentale assaggio, la nostra due giorni genovese e questa modesta inchiesta.

Il Giuse. Giuseppe Piero Grillo è nato il 21 luglio 1948 a Savignone, Valle Scrivia. Secondo l’imbarazzante e compiaciuta agiografia «Beppe Grillo», forse il più insignificante libro pubblicato da Mondadori negli ultimi vent’anni, Beppe da Bambino «lanciava urli (sic) alla James Brown» e il padre commentava affettuosamente: «Sembra una bestia. Tuo figlio è un idiota». La famiglia, in ogni caso, di base stava a Genova nel quartiere di San Fruttuoso della celebratissima piazza Martinez, fucina di geni e lazzaroni dove piccoli leader minimi e massimi sedevano tra il bar Cucciolo e la fermata dell’autobus. Qualche bici, poche motociclette, le ragazze migliori della zona e in qualche modo anche il giovane Grillo, patito di calcio come tutti gli altri. «Aveva 12 anni e lo portai a fare un provino per una squadra locale sponsorizzata dalla Shell», racconta uno che c’era, «il problema è che il Giuse era una balena, lo chiamavamo Porcellino. Aveva un buon tocco di palla, ma l’allenatore ricordo che mi disse: “Ma chi mi hai portato?”».

Giocava a pallone anche Antonio Ricci, che era di Albenga e però a piazza Martinez, assieme a Roby Carretta, era in qualche modo collaterale: «Ma Ricci non era molto portato. Mi ricordo che nella sua squadra c’era anche Donato Bilancia, il serial killer. Stava sempre al bar Cucciolo». È vero: ma era un tipo innocuo e lo chiamavano Belinetta. Del giro era anche Vittorio De Scalzi, quello dei New Trolls. L’unico davvero portato per il calcio pareva il Portento, Orlando Portento, il bello della compagnia nonché un talento comico che quasi tutte le fonti indicano come il vero mentore e inventore di Beppe Grillo, privo tuttavia della sua pervicacia. Portento giunse alla serie B, e nella Sampdoria dei giovani Marcello Lippi e Roberto Vieri, padre di Bobo, ma poi s’infortunò. È tornato clamorosamente alla ribalta, Portento, come cabarettista e come marito di quell’Angela Cavagna che ha partecipato al reality show La Fattoria. Un paio di fonti indicano come vero scopritore di Grillo, invece, il gallerista Luigi De Lucchi, fondatore dell’Instabile, localino di cabaret forse unico nel suo genere.

Senza denti. Il giovane Grillo tutto sommato stava economicamente benino. Si diplomò ragioniere all’Ugolino Vivaldi, che era un istituto privato per rampolli-bene con retta piuttosto esosa. S’iscrisse anche a Economia e commercio, ma presto la piantò lì. Il padre, Enrico, possedeva una fabbrica di fiamme ossidriche (la Cannelli Grillo) e lo reclamava, ma lui da principio non ci pensava neanche. Secondo il più interessante libro «Beppe Grillo» di Paolo Crecchi e Giacomo Rinaldi (Ariberti editore) «il ragionier Grillo prova a lavorare nell’azienda di papà con scarsi risultati, rimettendoci 200mila lire degli anni Sessanta». Altrimenti consigliato, per un certo periodo fece il piazzista di jeans per la Panfin, ma fu licenziato. Era un ragazzo normale, un po’ buffo, tifava Sampdoria, vestiva decentemente, aveva i jeans Sisley che furoreggiavano, andavano di moda le basette lunghe che lui però non aveva: le improvvisava schiacciandosi giù i capelli col sapone. Non era bello, ma sopperiva con la simpatia.

Era secondogenito e un po’ il cocco di casa, suo padre non disdegnava di prestargli la Fiat 1100 che per rimorchiare si rivelò fondamentale, anche se aveva il difettuccio del pesare come una balena e quegli incisivi molto sporgenti: e con le ragazze era un problema, dicevano che baciandolo le pungeva. La soluzione fu drammatica: un giorno, alla discoteca Peppermint che era la più importante di Genova, ebbe la pensata di tampinare la ragazza di un certo Luciano Rovegno, che non era propriamente uno stinco di santo: e infatti reagì dandogli una tale testata da fargli saltare tutti gli incisivi che restarono lì, sparsi per terra. Glieli rimisero. Dritti.

Le melanzane di plastica. La celebre tirchieria di Grillo (parsimonia, si dice a Genova) in quel periodo prende le forme di incontrollabili leggende. Ben quattro presunti testimoni raccontano che girasse con una tuta appositamente senza tasche per non avere soldi da spendere.
All’epoca fumavano tutti, ma lui prendeva le Hb nel pacchetto da dieci. Non pagava mai niente, non offriva mai niente, e questo lo dicono davvero tutti: occorre tener conto che dei genovesi che lamentano la tirchieria altrui sono come dei napoletani che accusassero qualcuno d’essere chiassoso.

«Non era tirchio, era malato» racconta un suo ex sodale: «”Offri qualche caffè ogni tanto, risparmierai col cardiologo”, gli dicevamo sempre».

Più avanti, nel 1980, la concessionaria Fiat Piave di Genova gli regalò una Punto: lui si lamentò perché non aveva l’autoradio. Altra leggenda vuole che nella sua villa di Sant’Ilario abbia frutti e ortaggi di plastica, e la citata biografia di Crecchi e Rinaldi conferma tutto: «Era guardato con diffidenza dai contadini perché rifiutava ostinatamente di coltivare le sue fasce di terra, ma un giorno ha avuto un’intuizione delle sue sistemando ortaggi di plastica turgidi e coloratissimi tra gli ulivi e i pitosfori».

Andrea detto Andreino, il fratello minore, ha raccontato alla Stampa d’avergli prestato un completo di gabardine nero salvo riaverlo completamente liso.

«Mi deve ancora restituire una giacca a soffietto che gli prestai negli anni ’70» racconta invece Portento, «e mi deve ancora pagare una camicetta da donna che regalò a un’amica», dice l’ex amico che ai tempi aveva un negozio di abbigliamento.

Antonio Ricci ha raccontato che «io sparecchiavo, e se buttavo via delle briciole Beppe le recuperava dalla spazzatura e il giorno dopo ci impanava la milanese».
È stata invece la seconda moglie di Grillo, Parvin Tadjk, intervistata a Crozza Italia su La7, a parlare degli snervanti controlli del marito sugli scontrini della spesa. Dopo la balzana ipotesi che Beppe Grillo si sia fatto crescere la barba per risparmiare sulla lamette, altro ritornello genovese, la carriera di Grillo entra nel vivo.
 


Beppe, il «grande ingrato» che rubava battute a tutti

Le prime tracce visive di un Beppe Grillo volontariamente comico sono del 1970: un cortometraggio in super 8 diretto da Marco Paolo Pavese e scritto e interpretato e doppiato dal citato Orlando Portento; lì si vede il primo Grillo, imberbe. Mediaset ne mandò in onda degli spezzoni qualche anno fa. Ma Grillo, già da tempo, aveva cominciato a fare qualche seratina di cabaret accompagnandosi con la chitarra: circolini, qualche discoteca, molte feste e festicciuole politiche per liberali e socialdemocratici e democristiani e socialisti.
«Gl’importava zero della politica» dice ora Portento, «era un frivolo, un cinico», anche se Grillo ogni tanto raccontava di qualche simpatia familiare per i liberali di Giovanni Malagodi.

L’avvocato Gustavo Gamalero, boss dei liberali genovesi, lo ingaggiò per alcune cene elettorali prima delle elezioni regionali: 15mila lire a serata. Più di 20mila, in giro, non se ne spuntavano: per questo gli amici lo aiutarono dopo che la famiglia chiuse o quasi i rubinetti. Lo aiutava anche qualche giovane imprenditore che voleva mettersi in vista; lo aiutava la bella ragazza con la quale stette per quasi dieci anni, Graziella, che vanamente cercò di farsi impalmare; lo aiutava qualche giornalista cui Grillo pietiva qualche buona recensione, e tra questi ha memoria buona Vittorio Siriani, ai tempi al Corriere Mercantile. Insomma lo aiutavano tutti, e va benissimo: ma ce ne fosse uno che non lamenti ingratitudine.

In quel periodo i localini di cabaret furoreggiavano: il Kaladium dietro la chiesa di Santa Zita, oppure il Meeting, o ancora il citato Instabile di via Trebisonda che apparteneva al pure citato Luigi De Lucchi, altro mentore di Grillo che tuttavia una sera dovette avvedersi dell’ormai storica ingratitudine del suo ormai ex pupillo. Lo aveva invitato appunto all’Instabile, il 27 dicembre 1977, oltretutto per consegnargli un premio; centinaia di spettatori aspettavano trepidanti, ma niente: Grillo telefonò e fece sapere che non ce la faceva, che era stanco. Disastro: De Lucchi dovette rimborsare tutti i biglietti salvo accorgersi, il giorno dopo, che Grillo in realtà aveva preferito esibirsi in un altro localino, il P4: perché lo pagavano di più.

Il vero problema di Grillo, all’epoca, era che a dispetto del talento non aveva ancora un repertorio tutto suo: prendeva a destra e a manca. Il gran suggeritore rimaneva Portento, per il resto rubacchiava qua e là: cantava sempre, tra altre, le canzoni di Pippo Franco che all’epoca nessuno conosceva. O quasi: «Gli organizzai un provino con un boss di Telemontecarlo, il ragionier Moracca, e il Giuse cantò due canzoni con la chitarra», racconta Portento, che certo non nasconde una forte antipatia per Grillo. «Poi Moracca mi prese da parte e mi disse: “Orlando, ma è questo il fenomeno? Uno che canta le canzoni di Pippo Franco?”. Ai tempi Grillo non aveva niente di suo: solo la faccia, i denti digrignati».

Bullonate. Quanta cattiveria. A ogni modo fu nei primi anni Settanta, per cercar di sfondare, che Grillo provò a trasferirsi a Milano. Pagavano anche 25mila a serata, da quelle parti. Si fece crescere la barba. Andreino, il fratello, tempestò tutti di telefonate affinché lo convincessero a tornare: «Fallo provare ancora un anno, è bravo» gli rispose Portento. Poi, più o meno al terzo anno milanese, la grande occasione: al localino «La Bullona» venne Pippo Baudo con una commissione Rai. Grillo s’inquietò, chiamò Portento, si rispolverarono vecchie battute. La sera fatidica Portento sbarcò alla «Bullona» con una sostanziosa claque e tutto scivolò liscio, o quasi. Grillo, sul suo sito, ha scritto che quella sera “improvvisò un monologo”, ma secondo Portento non improvvisò niente.
Anzi, rischiò, perché Baudo fu curiosamente attratto proprio da Portento. Più tardi, anche se il provino del Giuse era andato benissimo, attorno a Portento si formò un capannello dove spuntava il testone di Baudo, e Grillo non resse la scena. Se ne andò, ingelosito.

Una scena analoga a quella raccontata da Dino Risi a margine del film «Scemo di guerra», anno 1984: «Già depresso perché ridotto al ruolo di spalla», ha detto il regista al Corriere della Sera, «Beppe si ingelosì del rapporto speciale che avevo con Michel Coluche: e così, per ripicca, fece la mossa classica dell’attore indispettito e si diede malato. Per due mesi dovemmo sospendere le riprese. Finché qualcuno non gli fece sapere che se non fosse tornato avrebbe dovuto pagare una penale. Parola magica: da buon genovese si ripresentò sul set».
Il controllo legale chiesto dalla casa cinematografica ebbe buon gioco. Grillo girò altri due film, purtroppo sfortunati e distrutti dalla critica: «Cercasì Gesù» di Luigi Comencini e «Topo Galileo» di Francesco Laudadio. A Dino Risi è rimasto il dente avvelenato: «La cosa che gli è riuscita meglio è la svolta antipolitica, anche perché è più attore oggi di quando cercava di farlo per davvero. Attenzione, però: non c’è niente di vero nel personaggio che interpreta».

Te la do io Reggio Calabria. Qui ricomincia l’avventura. E qui si perfeziona la straordinaria attitudine di Grillo di mollare quelli di cui non ha più bisogno. Normale? Dipende. Altri personaggi come Paolo Villaggio e Tullio Solenghi, a Genova, te li raccontano come saldamente legati ad amici e radici genovesi: Grillo no. Trovare qualcuno che te ne parli bene, in città, è un’impresa. Sarà l’invidia.

Per cominciare, appena ebbe successo, mollò la fidanzata. Altri non lo ricordano volentieri: «È l’essere più falso e opportunista che abbia mai conosciuto in vita mia» racconta il presentatore Corrado Tedeschi, «e non ha neanche un pizzico di umanità. C’è stato un periodo in cui ci siamo frequentati insieme alle nostre compagne, pensavo che ci fosse stato un minimo di amicizia, poi seppi che parlava malissimo di me».
Pare che Walter Chiari non avesse un’opinione molto diversa, ma vallo a sapere.
Anche il rapporto con Portento cominciò ad allentarsi, ma resistette perché ancora utile: dopotutto era stato Portento a scrivere «Te la do io la Francia» nel 1969, ben prima dei fortunati «Te la do io l’America» e «Te lo do io il Brasile»: «Dovevamo anche fare “Te la do io Reggio Calabria”, perché io sono di Bagnana Calabra, ma non se ne fece più nulla» dice l’ex amico.

Grillo ormai era lanciatissimo. Nel 1977-78 sulla Rai partecipò a «Secondo voi» e nel 1979 a «Luna Park», stesso anno in cui esordì come presentatore a «Fantastico» assieme a Loretta Goggi, programma di Antonio Ricci. Di lì in poi potrà scegliersi nuovi autori che gli scrivano le battute: Ricci medesimo e Stefano Benni tra questi. Fu il successo vero, e nondimeno i soldi veri che il fratello Andreino prese a gestirgli: anche perché il Giuse non si fidava di nessuno. La Cannelli Grillo era stata ceduta agli stessi operai che ci lavoravano, e cominciarono altri investimenti. L’attico di corso Europa venne trasformato in un centro benessere (massaggi, ecc.) curato da certo professor Mario Miranda: ma l’impresina fallì quasi subito. Ben prima di acquistare una villa al Pevero, in Costa Smeralda, acquistò tre appartamenti nel residence Marineledda nel golfo di Marinella, dove Silvio Berlusconi ha la sua famosa villa.
Ottenne forti sconti, Grillo, promettendo che sarebbe venuto a fare delle serate di cui non si ha notizia. Fece tutto col fratello, da cui rileverà la maggioranza assoluta (99 per cento) dell’immobiliare Gestimar di Genova. Cominciò anche la sfilza delle belle auto, in ordine sparso: Porsche, Chevrolet Blazer, secondo alcuni una Maserati, e sicuramente, più avanti, una Ferrari 308 bianca e una Ferrari Testarossa (rossa, chiaro) che terrà parcheggiata davanti alla discoteca Davidia di Genova, coperta da apposito telone.
 


Jeep, ville e guai giudiziari. La vita spericolata di Beppe

Alla fine degli anni Settanta Giuseppe Piero Grillo prende moglie: a Rimini conobbe la proprietaria di una pensioncina, Sonia Toni, e in breve si sposarono. Avranno una figlia, Valentina, e Davide, nato purtroppo con dei problemi motori. Il girovagare di Grillo tra i residence di Roma e Milano, tuttavia, renderà le cose difficili molto presto. Su un importante quotidiano nazionale, pochi anni dopo, la moglie rilascerà un’intervista in cui accuserà il marito di non andarla a trovare praticamente mai e soprattutto di lasciarle sempre pochissimi soldi. Ma oggi i rapporti sono ottimi: anche se si è vista negare, da ex candidata per i verdi a Rimini, il famoso bollino grillesco che suo marito rilascia alle liste civiche. Si è arrabbiata molto.

Il giorno più nero. Il tardo 1981 e non il 1980, come erroneamente riferito nel suo blog, è l’anno in cui il comico diviene protagonista di un episodio destinato a segnalarlo per sempre. Il 7 dicembre, da Limone Piemonte, decide di partirsene con alcuni amici alla volta di Col di Tenda, un’antica via romana tra la Francia e la Costa ligure: in pratica sono delle strade sterrate militari in alta quota che portano a delle antiche fortificazioni belliche. Con lui ci sono i coniugi Renzo Giberti e Rossana Guastapelle, 45 e 33 anni, col figlio Francesco di 8, oltre a un altro amico che si chiama Alberto Mambretti. Per farla breve: quel viaggio, d’inverno, è una follia.
È una strada d’alta quota non asfaltata, e un altro gruppo di amici, nonché un’opportuna segnaletica, sconsigliano vivamente: a esser precisi, la strada è tecnicamente chiusa. Fa niente: Grillo ha uno Chevrolet Blazer, un costoso ed enorme fuoristrada rivestito esternamente di legno e peraltro inquinantissimo. Un quinto amico, Carlo Stanisci, forse si avvede del pericolo e decide di scendere assieme alla fidanzata e al cane. Finisce malissimo: all’altezza di Bec Rouge, alpi francesi, l’auto sbanda su un ruscelletto ghiacciato e scivola verso una scarpata; Grillo riesce a scaraventarsi fuori dall’abitacolo, ma gli altri no, e l’auto rotola nella scarpata per un’ottantina di metri. Mambretti sopravvive non si sa come. I due coniugi muoiono, e ciò che resta del figlio viene trovato sotto la fiancata dell’auto.

Sconvolto, Grillo si rifugia nella casa di Savignone che divide col fratello. Aspettando il processo, non si ferma: ha appena ultimato «Te la do io l’America», nel 1982 è protagonista di «Cercasi Gesù» diretto da Luigi Comencini e nel 1984 l’attende «Te lo do io il Brasile». E qui c’è un episodio, pure raggelante, raccontato in parte dall’Unità del 21 settembre scorso. Grillo accetta di partecipare alla Festa dell’Unità di Dicomano (nel fiorentino) per un cachet di 35 milioni. La sera dello spettacolo però diluvia, gente pochina e di milioni se ne incassano 15. Flop. I compagni di provincia cercano di ricontrattare il compenso, niente da fare: neppure una lira di sconto. Della segreteria comunista, tutta giovanile, l’unico che ha una busta paga si chiama Franco Innocenti, un 26enne: deve stipulare un mutuo ventennale nonostante abbia la madre invalida al cento per cento.

Poi i citati film. Nell’84 c’è il processo per l’omicidio colposo. Emblematico l’interrogatorio in aula: «Quando si è accorto di essere finito su un lastrone di ghiaccio con la macchina?»; «Ho avuto la sensazione di esserci finito sopra prima ancora di vederlo»; «Allora non guardava la strada». Il 21 marzo, dopo una lunga camera di consiglio, Grillo venne assolto dal tribunale di Cuneo con formula dubitativa, la vecchia insufficienza di prove: questo dopo aver pagato 600 milioni alla piccola Cristina di 9 anni, unica superstite della famiglia Giberti. La metà dei soldi furono pagati dall’assicurazione: «La stampa locale, favorevolissima al comico, gestì con particolare attenzione la fase del risarcimento» racconta il collega Vittorio Sirianni. Il Secolo XIX, quotidiano di Genova, s’infiammò con un lungo editoriale a favore dei giudici e dell’avvocato Pasquale Tonolo, ma l’entusiasmo fu di breve durata: l’accusa propose Appello e venne fuori la verità, ossia le prove: il pericolo era stato prospettato, oltretutto, da una segnaletica che nessun giornalista frattanto era andato a verificare. La strada era chiusa al traffico, fine.

La Corte d’appello di Torino, il 13 marzo 1985, lo condannò a un anno e quattro mesi col beneficio della condizionale, ma col ritiro della patente: «Si può dire dimostrato, al di là di ogni possibile dubbio, che l’imputato risalendo la strada da valle, poteva percepire tempestivamente la presenza del manto di ghiaccio (…). L’esistenza del pericolo era evidente e percepibile da parecchi metri, almeno quattro o cinque, e così non è sostenibile che l’imputato non potesse evitare di finirci sopra», sicché l’imputato «disponeva di tutto lo spazio necessario per arrestarsi senza difficoltà», ma non lo fece, anzi decise «consapevolmente di affrontare il pericolo e di compiere il tentativo di superare il manto ghiacciato. Farlo con quel veicolo costituisce una macroscopica imprudenza che non costituisce oggetto di discussione».

Non andrà meglio in Cassazione, l’8 aprile 1988: pena confermata nonostante gli sforzi dell’avvocato Alfredo Biondi, che nel settembre scorso è stato peraltro inserito da Grillo nella lista dei parlamentari condannati e dunque da epurare: il reato fiscale di Biondi in realtà è stato depenalizzato e sostituito da un’ammenda, tanto che non figura nemmeno del casellario giudiziario, diversamente dal reato di Grillo che perciò, secondo la sua proposta di non candidatura dei condannati, non potrebbe candidare se medesimo.

La villa di Sant’Ilario. Ma la vita continua. Nel 1986, poco in linea con certe sue intransigenze future, fu protagonista di alcuni spot per gli yogurt Yomo: «Ci hanno messo 40 anni per farlo così buono», diceva indossando una felpa con scritto «University of Catanzaro». «Lo yogurt è un prodotto buono», si difese lui. Per quella pubblicità vinse un Telegatto.
È il periodo in cui andò a vivere a Sant’Ilario, la Hollywood di Genova: una bellissima villa rosa salmone, affacciata sul Monte di Portofino, con ulivi e palme e i citati frutti e ortaggi di plastica. Non fece scavare una piscina, ma due: cosa che piacque poco ai vicini e soprattutto al dirimpettaio Adriano Sansa, già poco entusiasta del terrazzo di 100 metri quadri che Grillo fece interamente ricoprire inciampando in un clamoroso abuso edilizio cui pose rimedio con uno di quei condoni contro cui è solito scagliarsi. Qualche modesto provincialismo anche all’interno, tipo la foto di lui avvinghiato a Bill Clinton appoggiata sopra il pianoforte.

Poi c’è la telenovela dei pannelli solari, pardon fotovoltaici. L’ex amministratore delegato dell’Enel, Chicco Testa, si è espresso più volte: «Grillo diceva che a casa sua, con il solare, produceva tanta energia da vendere poi quella in eccesso. Ma feci fare una verifica e venne fuori che da solo consumava come un paesino».
In effetti si fece mettere 20 kilowatt complessivi contro i 3 kilowatt medi delle case italiane, sicché consumava e consuma come 7 famiglie. L’Enel, dopo varie lagnanze di Grillo, nel 2001 decise di permettere l’allacciamento alla rete degli impianti fotovoltaici (come il suo) e addirittura di rivendere l’elettricità in eccesso all’Enel stessa: quello che lui voleva. Il suo contratto di fornitura, con apposito contatore, fu il primo d’Italia. E da lì parte la leggenda dell’indipendenza energetica di Grillo: in realtà il suo impianto è composto da 25 metri quadrati di pannelli e produce al massimo 2 kilowatt, buoni per alimentare il frullatore e poco altro.

A ogni modo le polemiche ambientaliste di Grillo ebbero a salire proprio in quel periodo: «Anche Chicco Testa dovrebbe essere ecologista, e tutto quello che sa dire è che ci vuole più energia quando il 90 per cento di energia di una lampadina va sprecata. Non si tratta di produrre più energia, ma di risparmiarla». Giusto. Lui però intanto consumava, e consuma, come una discoteca di Riccione.
 


L’antipolitica di Beppe, business da 4 milioni

Quest’ultima puntata è dedicata alla decodificazione di alcune balle su Beppe Grillo e di Beppe Grillo. Anzitutto delle precisazioni. Come visto, Giuseppe Piero Grillo non ha solo fruito due volte di un condono fiscale tombale, ma anche di un condono edilizio nella sua villa di Sant’Ilario. Come visto, poi, la pretesa di impedire la candidatura di chi abbia avuto delle condanne penali in giudicato (regola che non esiste in nessun Paese del mondo) precluderebbe ogni candidatura di Beppe Grillo medesimo, che è pregiudicato per omicidio colposo plurimo. A questa condanna, raccontata nella puntata di ieri, va aggiunto un patteggiamento per aver definito Rita Levi Montalcini «vecchia p…» in un suo spettacolo del 2001: dovette pagare 8400 euro e la causa civile è ancora in corso, anche perché Grillo sostenne che la scienziata ottenne il Nobel grazie a un’azienda farmaceutica.

A proposito dei referendum promossi dalle piazze grillesche, invece, vediamo che anche il promotore Antonio Di Pietro invoca che un parlamentare non resti tale per più di due mandati: ma non ha detto che lui, di mandati, ne ha già collezionati cinque, per un totale di anni 11. Anche Marco Travaglio, venerdì, ha tuonato contro i finanziamenti pubblici all’editoria: ma non ha detto che il suo giornale, l’Unità, percepisce più contributi di tutti, e non «come tutti i giornali italiani» (parole sue, rivolte alla folla beona del V-day), bensì nella modalità assai più danarosa riservata alla stampa politica; dalla Rai all’Unità, insomma, Travaglio è pagato coi soldi dei contribuenti.

Per chiudere con la manifestazione di venerdì: Piazza San Carlo è grande 168 per 76 metri, dunque 12.768 metri quadri che moltiplicati per 3 (tre persone ogni metro, e sono già tante) dà 38.304 persone totali, non 120mila come dal blog di Grillo: «Eravamo in 120.000. Chi era presente lo sa e anche chi può informarsi in Rete».

Il Grillo censore. Grillo non a caso riconosce solo la rete, per quanto la cosa, nel tempo, si sia configurata come un’ossessiva paura del confronto. Interviste non ne rilascia, ed è nota l’esperienza del giornalista Sandro Gilioli: nel gennaio scorso si mise d’accordo col comico per un’intervista di quattro pagine, ma poi si vide respingere le domande perché definite «offensive e indegne»: tuttavia, una volta rese pubbliche, si sono rivelate del tutto ordinarie.

Poi c’è il capitolo libri: Grillo, semplicemente, è solito bloccare qualsiasi volume che lo riguardi. Nel 2003 fece diffidare e bloccare «Grillo da ridere» di Kaos edizioni, biografia a lui favorevole: la scusa fu che conteneva un’eccedenza di testi dei suoi spettacoli. Nel 2007 invece ha diffidato e bloccato «Chi ha paura di Beppe Grillo?» di Emilio Targia, Edoardo Fleischner e Federica De Maria, scritto per Longanesi: tre studiosi che hanno seguito Grillo per anni; aggiornato due volte, Longanesi infine ha lasciato perdere per non avere grane. Il libro, dopo che per analoghi motivi era stato rifiutato da ben 23 editori, è uscito infine per Selene edizioni giusto in questi giorni. La biografia «Beppe Grillo» uscita infine per Aliberti, e scritta da Paolo Crecchi e Giorgio Rinaldi, è nelle librerie dal novembre scorso nonostante le minacce fatte recapitare da Grillo, ai due autori, a mezzo del giornalista della Stampa Ferruccio Sansa, figlio del suo dirimpettaio Adriano.
Tutte le cause, infine, per risparmiare, sono promosse dallo studio legale del figlio di suo fratello Andrea. Va anche detto che l’atteggiamento di Grillo, casta di se stesso, probabilmente non è solo ascrivibile alla preservazione di un culto della propria personalità: semplicemente, vuole essere l’unico a guadagnare col proprio nome.

Il blog che non lo è Sotto questo profilo, la definizione corretta del suo celebre blog, aperto il 26 gennaio 2006, è «sito commerciale»: come tale è infatti classificato. I numeri parlano chiaro: un anno prima del blog, nel 2004, Grillo ha fatturato 2.133.720 euro; nel 2006, due anni dopo, ne ha fatturati 4.272.591. La politica del Vaffanculo sta rendendo bene.
Nel citato «Chi ha paura di Beppe Grillo», i tre autori hanno monitorato il sito per tre anni osservando come Grillo, spesso con la scusa della battaglia per la democrazia e il finanziamento dei V-day, venda ogni genere di gadget: video del V-day, dvd dello spettacolo Reset, libro «Tutte le battaglie di Grillo», eccetera. Anche i circolini politici rendono: chi vuole aprire un fan club deve pagare 19 dollari per un mese (dollari, perché la piattaforma è negli Usa) che sono scontati a 72 per chi prenota un semestre. Per ora i circoli sono poco più di 500, ed è già un bel rendere.

Il moralista. Solo alla rete e a Grillo, dunque, dovremmo affidare le verità su Grillo. Tipo questa: «Ho avuto una Ferrari, ma l’ho venduta». Fine. Salvo scoprire, certo non sulla rete, che di Ferrari ne ha avute due, più Porsche, Maserati, Chevrolet Blazer, eccetera. Oppure, sempre parole sue: «Ho due case, una a Genova e una in Toscana». Fine. Salvo scoprire, certo non sulla rete, che una in effetti è a Bibbona, Livorno, 380 metri quadri e 5.600 metri quadri di terreno; ma risulta intestato a lui anche l’appartamento di Rimini dove stava con l’ex moglie, senza contare che la Gestimar, la sua società immobiliare gestita dal fratello, possiede i tre appartamenti a Marinelledda, una villa a Porto Cervo, due locali più garage a Genova Nervi e infine un esercizio commerciale a Caselle, oltreché un garage in Val d’Aosta. Oppure, ancora: «Ho avuto la barca, ma l’ho venduta». Salvo scoprire, certo non sulla rete, che di barche ne avute diverse; una forse l’avrà anche venduta, ma il panfilo «Jao II» di 12 metri, in realtà, risulta affondato alla Maddalena il 5 agosto 1997. C’erano a bordo anche Corrado Tedeschi (che oggi odia Grillo pubblicamente) con la sua compagna Corinne. La barca finì su una secca peraltro segnalatissima, e fu salvato dalla barca dei Rusconi, gli editori. Grillo fu indagato per naufragio colposo, procedimento archiviato. Un’altra volta, il 29 maggio 2001, riuscì nell’impresa si insabbiare un gommone nel profondissimo mar Ligure, alla foce del Magra: con lui c’era Gino Paoli, fu una giornata senza fine. Del condono tombale chiesto e ottenuto per due anni e per due volte dalla citata Gestimar, dal 1997 al 2002, diamo conto velocemente. Fu certo lecito, ma non obbligatorio. Il problema è che era esattamente il genere di condono contro il quale Grillo si era scagliato più volte, e in particolare con una lettera indirizzata al direttore di Repubblica risalente al giugno 2004. Se vorrà ne riparlerà Grillo medesimo, tra un vaffanculo e l’altro.

Il nuovo Coluche. Difficile scacciare l’idea che Grillo non sogni di potersi ispirare un giorno a Michel Coluche, l’attore e comico francese che peraltro ebbe l’onore di conoscere sul set del film «Scemo di guerra» di Dino Risi: «Beppe si ingelosì molto del rapporto speciale che avevo con Michel», ha detto il regista. Coluche, idolo del box office transalpino, dai suoi spettacoli metteva alla gogna i politici e un bel giorno annunciò la candidatura all’Eliseo. Si ritirò solo all’ultimo, ma i sondaggi parevano garantirgli una messe incredibile di voti.

Forse qualcuno avrebbe potuto già insospettirsi dall’esordio cinematografico di Grillo: «Cercasi Gesù», dove appunto interpretava un Cristo moderno anticipando la sindrome «Joan Lui» dell’altro aspirante santone, Adriano Celentano. Anche la discesa in campo di Silvio Berlusconi nel 1994, e relativo successo, deve averlo alquanto impressionato. Come rilevato da Libero il 3 ottobre scorso, Grillo mise il suo primo bollino elettorale proprio su Berlusconi: «Sono da mandare via, da mandare via questa gente qua, da votare gli imprenditori, ecco perché sono contento che è venuto fuori Berlusconi: lo voglio andare a votare». E qui siamo appunto nel 1994. Nella primavera successiva, vediamo, Grillo modificò il suo giudizio e lo spruzzò di venature appena megalomani: «Candidarmi sarebbe un gioco da ragazzi, prenderei il triplo del Berlusca» disse a Curzio Maltese su Repubblica. «Mi presento in tv e dico: datemi il vostro voto che ci divertiamo, sistemo due o tre cose. Un plebiscito». Poi, nel 2003, la svolta: «Per arrivare a Berlusconi dobbiamo essere diventati parecchio stupidi». Già covava. Ma una vera discesa in campo, Giuseppe Piero Grillo, non l’ha ancora fatta. Deve ancora discuterne col commercialista.
 

Vince il progresso contro le ideologie del passato

Posted by Il Duca on 15 Apr 2008 | Tagged as: Articoli di giornale, Comunismo, Politica, Riflessioni, Sinistra

Il Popolo della Libertà ha vinto. Dopo due anni di malgoverno (o assenza di governo, come dico io), false promesse, tassazione pesanti (carico fiscale record, sfiducia e possibile recessione), trucchi fiscali da prestigatore come spostare gran parte le spese pubbliche di un anno (il Mito del Tesoretto creato scaricando le spese sul governo successivo, come fece notare Il Sole 24 Ore, per poi fingere che venissero dalla lotta contro il sommerso i cui frutti, se presenti, si vedranno solo nei prossimi anni!).

Si temeva, e io temevo, una vittoria di piccolo margine, quel genere di vittoria che è meglio non avere e che avrebbe immobilizzato il paese di nuovo al Senato. Invece no: lo scontento era tale che perfino con una legge che premia al Senato su base regionale e non nazionale, si è riusciti a stravincere con 41 senatori di margine! Il precedente governo otteneva un margine di 3-4 senatori solo grazie ai Senatori a vita! Il nuovo governo da solo ha 41 senatori di scarto!
E ricordate come mai la legge premia al Senato? Perché la sinistra fa in fretta a ragliare come asini, ma fu il vecchio Ulivo (ora PD) a costringere il presidente della repubblica Ciampi a dichiarare incostituzionale un calcolo dei senatori con premio nazionale!
Fu la sinistra a imporre, ben prima del 2006 (quando Berlusconi pareva destinato a governare in eterno), che il premio al 55% fosse regionale in modo da mettere in difficoltà un successivo Governo Berlusconi in caso di elezioni anticipate. Governo che poi no ci fu! E infatti in quel “pareggio” di voti del 2006 fu la sinistra a subire la trappola senatoriale che aveva costruito per uccidere Berlusconi.

cameradeideputati.gif
risultatisenato.gif

Non sono bastati il controllo politico della sinistra sulla RAI (che ha espulso i rappresentanti di destra nel 2006) e sui principali quotidiani come Il Corriere (che solo da pochi mesi, sentendo puzza di cambio di governo, sta tentando di apparire meno schierato), La Stampa e La Repubblica (ovvero nell’insieme i quotidiani letti da gran parte degli italiani), costruendo un monopolio del plagio dell’informazione anti-Berlusconiano, per poter demolire la voglia di rinnovamento della Nazione Italiana!

Un Risultato Straordinario, oltre ogni aspettativa più rosea e delirante: PdL batte PD del 4,5% circa! Aggiungendo Lega Nord e Italia dei Valori, al netto risulta uno scarto ancora maggiore: la coalizione vincente ha un margine bulgaro del 9%. Altro che i 25mila di vittoria (con broglie e schede bianche mai ricontrollate nonostante l’appoggio di Antonio Di Pietro) della sinistra al 2006! Siamo a 3 MILIONI di voti di differenza!
Con questi margini immensi e dovendosela vedere solo tra Lega Nord e Popolo della Libertà, il governo potrà finalmente prendere le decisioni severe, dure e necessarie per rilanciare l’Italia verso il Nucleare, il benessere economico e l’integrazione reale -non quella a chiacchere e buonismo della Sinistra- tra persone di ogni cultura, religione e colore della pelle!

Un risultato ancora più straordinario perché, in più di un secolo dall’Unità di Italia, per la prima volta l’estrema sinistra Socialista e Comunista è stata CACCIATA DAL PARLAMENTO per Volontà del Popolo Sovrano per mezzo di LIBERE ELEZIONI!
La Feccia del Passato, i dinosauri legati al mondo di primo Novecento che non esiste più da decenni, sono stati spazzati via con un colpo di indignazione e disprezzo Nazionale!
Il popolo italiano è più anticomunista che durante il Fascismo: all’epoca infatti dovettero cacciarli con la forza della dittatura, ora invece sono stati spazzati via per decisione popolare democratica!

Perfino in Inghilterra, dove alle elezioni del 2005 si presentarono una sessantina di partiti (ma in tre, , tutti di ispirazione di centrodestra -usando la nostra suddivisione italiana, dato che non nessuno di loro viene da un’ideologia di origine marxista, ma sono tutti di matrice liberale-, ottengono complessivamente il 94%: Laburisti, Conservatori e Liberali) i Socialisti della coalizione Respect (quella dello scrittore Chìna Mieville per intenderci) hanno ottenuto ben un singolo seggio e i Social Democratici ben tre seggi! Meglio che zero!

E questa è una Vittoria per la Sinistra Moderata!
Ora il Partito Democratico, avendo visto che chi si separa viene spazzato via, sarà costretto ad essere internamente coeso e, senza la concorrenza dei piccoli partiti di sinistra potrà assorbire il resto dell’elettorato e consolidare non come “coalizione per vincere”, ma come REALE FORZA PROPOSITIVA!

Se ora il PD, per le sue laceranti divisioni interne su politica estera, economia, pacs e altro era semplicemente improponibile al voto, nei prossimi anni ho la speranza e la fiducia che la Sinistra italiana saprà costruire da questo PD un vero Partito unito con vere idee, vera coesione e quindi perfettamente in grado di Governare!
Proprio come aveva fatto il PdL privandosi delle sue frange più estremiste (Storace e compagnia, ora cacciati pure loro dal parlamento) per essere veramente unito e coeso!

Ho una Grande Fiducia nel futuro del Partito Democratico il cui risultato è stato tutt’altro che negativo! Veltroni diceva sì che sotto il 35% avrebbe lasciato il posto, ma sono solo posizioni da imbonitore che non condivido: il suo 33-34% è un risultato eccezionale considerando la conformazione del suo partito e i due anni di disastri che stanno venendo ora pagati da un’Italia in ginocchio, ridotta in miseria, in cui i banditi prendono possesso delle strade e di interi quartieri e gli onesti cittadini vengono ridotti alla fame dai debiti con le Grandi Banche amiche della sinistra di Prodi e dalla Stagflazione!

Con un PD e una PDL entrambe unite e coese, finalmente potremmo votare come in Inghilterra, in Spagna o negli Stati Uniti: senza timore che chi vinca possa distruggere il paese, perché entrambi saranno in grado di governare, più o meno bene!

E’ una Rivoluzione senza precedenti per la Repubblica!


Articoli consigliati:

La Scomparsa dei Comunisti - di Michele Brambilla ▼

Un voto per governare - di Mario Giordano ▼

L’ultima rivoluzione del Gran Borghese - di Paolo Guzzanti ▼

Una notizia positiva e una negativa

Posted by Il Duca on 14 Apr 2008 | Tagged as: Politica

I primi Exit Poll ci danno due informazioni, una positiva e una negativa.

Quella negativa è che siamo nella merda,
ma quella positiva è che ce n’è per tutti!
TFR81.gif

Lega Nord (forse) principale partito della Lombardia (cosa???), con parecchi punti di scarto rispetto al PdL e al PD. La gente si è proprio rotta i coglioni dei soliti politici romani per votarla in massa sperando di venir salvata dall’invasione islamofascista, ma il primo posto mi pare veramente bizzarro.
Nota positiva nello schifo generale: i comunisti parrebbero alla canna del gas.
Ma non sarebbe più carino un bel colpo di pistola, ciccini belli?
suicidio.gif

E’ ancora presto per dire come andrà, ma nel dubbio che vada tutto a puttane, per coerenza, nei prossimi giorni andrò pure io con una escort.
ride.gif

Sofia_bg: non ne parlano male i recensori!

Con sentiti ringraziamenti a chi ha ritenuto necessario votare per le posizioni in ambito economico e fiscale del precedente Governo, confermate e valutate positivamente da Veltroni molte volte nel corso delle settimane precedenti. E’ piaciuto tanto il governo Prodi che una grassa fetta di popolo bue, vedendone i ministri e i personaggi principali ricandidati nel PD, non ha saputo resistere dall’ordinarne un ricco bis.
licklips.gif

Speriamo non riescano ad attirare l’attenzione del cameriere, ma nel caso:
buon appetito e sincere felicitazioni!
lol3.gif

Sono solo i primi Exit Poll quelli delle 16:30, i più incerti e meno affidabili… magari invece il PdL vincerà con il giusto scarto per controllare ambo le camere ed evitare altri anni di paralisi del paese:con rischio ormai concreto del tracollo energetico, recessione e disordini come già accaduto in Sud America, catapultandoci da ultimo paese dell’Europa (ma prima di Prodi non lo eravamo!) a paese del secondo mondo.

Guida al voto per non sbagliare la croce!

Posted by Il Duca on 11 Apr 2008 | Tagged as: Politica, Popolo Bue

Il 13 e il 14 Aprile il Popolo Bue è chiamato (aprono le stalle, danno le frustate ai bovini) a muggire la propria bovina, immotivata e demagogicamente deviata preferenza.
Non mi interessa che cosa vogliate votare, ma se lo fate sarebbe bello farlo in modo valido per il conteggio.

Il Ministero degli Interni, dopo le polemiche per le schede mal progettate a causa dei riquadri doppi, che penalizzano tanto il Partito Democratico che il Popolo della Libertà, ha rilasciato una guida più chiara al voto.
Esemplificazione_Voto_Politiche2008.pdf
 

Il Partito Democratico (PD), come ai bei tempi della DDR (Repubblica Democratica Tedesca, la dittatura sovietica della germania est), è democratica solo nel nome e non ha nulla a che vedere con le vere sinistre mondiali, ovvero il Partito Laburista (quello al governo in Gran Bretagna da anni) o il Partito Democratico statunitense (di cui copia il nome a scopo di plagio demagogico).
Il PD è una coalizione forzata di vecchi partiti di ispirazione socialista e comunista, ideato e popolato da ex-comunisti anni ‘80, inclusi dinosauri della politica come Veltroni. E’ un partito che politicamente non ha niente a che vedere con le teorie alla base del partito laburista inglese o di quello democratico statunitense in quanto crede fermamente nel lavoro statale e nel controllo statale dell’economia e non, come gli altri due, nel liberismo economico e nell’intervento statale solo a protezione dei più deboli (assistenza e altro). E’ un partito abitato anche da molti ex-Democristiani di sicura e salda fede cattolica, la cosidetta ala dei TeoDem, particolarmente potente nella ex-Margherita di Rutelli che è confluita integralmente nel PD. Alla precedenti elezioni del 2006, tanto per chiarire meglio i gruppi di potere che favorisce, è stato appoggiato da Montezemolo (in cambio di promesse di favorire, come già in passato, i grandi monopoli industriali a danno dei piccoli imprenditori), dalle Grandi Banche (che hanno lucrato abbondantemente sulle nuove disposizioni di legge che ne hanno aumentato il potere di “succhiare soldi” ai clienti) e dalla Chiesa Cattolica (che puntando sulla grande quantità di politici cattolici di sinistra sperava che essi, con blande leggi, soffocassero le istanze della sinistra estrema e dei radicali… a tutti gli effetti questo obbiettivo è riuscito: i PACS non ci sono stati).

E’ formato da tutti i vecchi partiti del precedente Ulivo, che ha immobilizzato il paese per quasi due anni fino a collassare, meno l’estrema sinistra. Unisce assieme Radicali, Cristiani e Socialisti, tanto che non si è pronunciato su nessuna delle questioni chiave su cui non può trovare accordo interno, ovvero PACS, difesa della vita, energia nucleare, riforme costituzionali, famiglia ecc…
Votare PD non permetterà di avere i PACS, questo è chiaro se si vede la sua composizione politica.
Difatti, per evitare la truffa esplicita agli elettori, non ne hanno proprio parlato (tranne la Binetti e il suo gruppo di sgherri che parlando di una data cosa voluta dal PD disse “Noi non la voteremo mai!”… andiamo bene!) sperando che gli elettori di immaginassero che invece queste cose sono ancora presenti nei loro progetti.

Citando altre fonti è sintatizzabile in: è l’erede dell’Ulivo (stessi politici, stesse idee) e crede nella socialdemocrazia, nel socialismo democratico, nel cristianesimo democratico, del liberalismo (ma sotto il parziale controllo statale dell’economia, sufficiente per creare i disastri economici che i sistemi misti hanno già dimostrato -vedesi Fascismo, Nazismo e Prima Repubblica Italiana-) e dell’ambientalismo.

Hanno cambiato il nome per ingannare gli elettori più stupidi, ignoranti o acciecati dall’odio nei confronti di Berlusconi (perché l’odio ad personam è lecito nella dottrina della sinistra, come l’odio verso gli ebrei in quella nazista).
Sono lo stesso Ulivo (inclusi ministri identici riproposti!) di prima.

partitodemocratico.jpg
Simbolo del PD: non sbagliate a mettere la crocetta su loghi simili!

 

Il Popolo della Libertà (PdL) è la risposta del centro-destra al PD. Nasce dalla fusione (promessa fusione: io fin a quando AN non si scioglierà formalmente non ci crederò davvero!) di Alleanza Nazionale e Forza Italia assieme a gruppi minori di orientamento democristiano, liberale, socialdemocratico e centrista (ovvero: i moderati italiani in generale NON di origine o ideologia marxista). La Lega Nord, per la sua natura puramente territoriale, è rimasta fuori alleandosi con il PdL allo stesso modo in cui l’Italia dei Valori si è coalizzata con il Partito Democratico (la famosa balla del correr soli, degna di quel laido truffatore politico quale Veltroni è notoriamente…).
Il principale problema del PdL sono gli ex-democristiani (ne è piena), per cui se non vi piace chi difende la vita, la famiglia e il rispetto delle tradizioni cristiane e laiche italiane, non fa per voi.
In più contiene il centro-destra di AN (l’estrema destra di AN è fuggita con Storace a fondare LaDestra), ma sostengono praticamente le stesse cose della gente di Forza Italia. Disponendo di un programma politico comune molto simile per le varie frange interne, e dato che non hanno più con loro l’UDC di Casini (che immobilizzò a lungo la coalizione del 2001-2006), dovrebbero essere in grado senza problemi di prendere decisioni comuni, a differenza del PD che è immobilizzato nelle proprie estreme differenze interne (tanto, appunto, da non poter parlare concretamente del proprio programma, limitandosi a dichiarazioni di principio che non dicono niente di reale).

I riferimenti ideali del partito si rintracciano nel cristianesimo democratico e nel liberalismo. I principi cattolici sono quelli della dottrina sociale della Chiesa cattolica, con particolare riferimento all’importanza del ruolo della famiglia nella società, mentre i principi liberali si delineano nel sostegno dell’iniziativa privata, delle liberalizzazioni e delle privatizzazioni, nonché nella necessità di attuare sgravi fiscali per le piccole e medie imprese. Tra le tematiche care alla destra e ben rappresentate nel partito ci sono la priorità alla sicurezza del cittadino, la lotta all’immigrazione clandestina, il sostegno alle forze dell’ordine, come anche l’attenzione alle politiche sociali e l’importanza dell’identità nazionale. Il PdL infine sostiene la necessità di profonde riforme costituzionali che trasformino l’Italia in senso federalista e presidenzialista.

Sostengono apertamente il ritorno al Nucleare nelle modalità con cui lo sfruttano le sltre nazioni dell’Unione Europea (30% energia nucleare, 40% gas-petrolio, 30% rinnovabili… tranne la Francia che produce 2/3 dell’energia solo col Nucelare).

il_popolo_della_liberta.gif
Simbolo del PdL: non sbagliate a mettere la crocetta su loghi simili!

 

Guida al Voto
elezioni2008_istruzioni.jpg

Come vedete la croce va posta solo sul singolo simbolo, non sull’intero riquadro della coalizione!
Ricordatelo perché il PD appare in un rettangolo unico con Italia dei Valori (correr soli? come no… nemmeno graficamente mantengono l’imbroglio!) e il PdL con la Lega Nord.

La Sinistra: Incapacità e Fame di Potere

Posted by Il Duca on 28 Jan 2008 | Tagged as: Articoli di giornale, Corruzione, Politica, Sinistra

ATTENZIONE!
Questo post contiene offese gratuite contro la feccia di Sinistra in generale e graziose accuse di Tradimento… e ancora peggio: contiene realtà scomode che un vero elettore di sinistra preferirebbe ignorare cacciando la propria graziosa testa piena di merda sotto la sabbia. Se ritenete che il suddetto materiale possa offendervi andatevene affanculo. O a Cuba, che è uguale.

Il Corriere della Sera non è propriamente un giornale di destra o di sinistra, ma uno di quei quotidiani ondivaghi che seguono il potere. Quando si ipotizzo per il 2006 una vittoria sfolgorante della Sinistra, il Corriere dichiarò di essere schierato in appoggio alla Sinistra. Un fatto strano in Italia che un quotidiano come il Corriere si schierasse esplicitamente, quando gran parte della sua forza era di “aver illuso la clientela” di non essere fazioso per poi gettarsi sul carro del vincitore.
Ma il Corriere aveva odorato una vittoria netta e preferì premunirsi, peccato che aveva fatto male i conti sul reale vantaggio della Sinistra: le vendite ne risentirono pesantemente, a favore delle vendite de Il Giornale. Il pubblico di centro destra, ovvero metà degli italiani, ben più di quanto credevano i giornalisti a causa di una campagna denigratoria contro il centrodestra a cui avevano finito per credere loro stessi (bravi coglioni!), non avevano gradito la presa di posizione così netta.

Il Corriere, quindi come già detto non un quotidiano esplicitamente schierato come “il Giornale” o un qualche Gazzettino Locale di Forza Nuova, giusto ieri ha pubblicato un editoriale piuttosto aggressivo contro la Sinistra, la sua incapacità e impossibilità congenita di governare e la sua fame di potere e di poltrone.


Alle origini del fallimento
di Ernesto Galli Della Loggia, Corriere della Sera, 27 gennaio 2008

La fine del governo Prodi evoca innanzi tutto un’importante questione storica destinata, temo, ad accompagnarci a lungo: la costante minorità numerica della sinistra italiana, e dunque la sua costante debolezza elettorale di partenza. L’Italia profonda non è un Paese progressista. Ciò costringe la sinistra, per avere qualche probabilità di andare al governo, ad allearsi con forze diverse da lei, più o meno dichiaratamente conservatrici. Il che, tuttavia, come si capisce, può avvenire in momenti e su spinte eccezionali (per esempio l’antiberlusconismo) ma è difficile che duri a lungo. Si aggiunga — come concausa di questa minorità, e sua aggravante — la paralizzante eredità comunista. La vicenda italiana indica quanto sia difficile che da quell’eredità nasca un’evoluzione di tipo uniformemente socialdemocratico. La stragrande maggioranza degli eredi del vecchio Pci, infatti, come si sa, ha rifiutato tale evoluzione e il suo nome, preferendo invece, al suo posto, quello alquanto vago di «democratici ».

Accanto a loro è nato dal tronco del vecchio partito un blocco di tenace radicalismo (le tre o quattro formazioni che ancora si dicono «comuniste») il quale include almeno un terzo dell’antico elettorato di Botteghe Oscure: insomma un ulteriore fattore di debolezza. C’è poi da ultimo la sinistra cattolica proveniente dalla vecchia Democrazia Cristiana. Per avere qualche speranza di vincere è necessario dunque assommare e combinare queste tre componenti, e in più, come dicevo, è necessario trovare un’alleanza con il centro. Un’impresa non da poco, bisogna ammettere; proprio per riuscire nella quale si è spinti a ricorrere a una personalità a suo modo autonoma e di prestigio, per esempio Romano Prodi, la quale però a sua volta tenderà per forza di cose a concepire anch’essa prima o poi una sua personale strategia, a costituire un suo personale polo politico. Portando così al massimo il potenziale divisivo e la confusione delle lingue. Il governo Prodi, già nato sulla base di queste difficoltà strutturali, le ha aggravate di suo con una serie di errori e di insufficienze. Innanzi tutto con la faccenda del programma. Invece di provare a superare la fortissima disomogeneità dell’alleanza accordandosi preliminarmente su cinque, al più dieci, cose importanti da fare nella legislatura, invece di perdere anche magari qualche settimana prima delle elezioni a discutere priorità e stabilire modalità a quel punto davvero vincolanti, si è preferito soddisfare le esigenze identitarie dei circa dieci-dodici componenti della coalizione e compilare un ridicolo programma «monstre» di 280 e passa pagine, impossibile da attuare ma solo fonte di discussioni e rivendicazioni continue, da parte di tutti contro tutti, appena si è cominciato a governare: e da cui nessuno, ovviamente, si è mai sentito impegnato. Anche su queste secche si è incagliata la capacità realizzativa del governo. La cui portata assai limitata, del resto, si è però vista già all’inizio, nell’ estate del 2006, quando il ministro Bersani presentò un pacchetto di riforme liberalizzatrici che, pur se nella sostanza cautissime, furono ancor di più sterilizzate finendo per partorire il più classico dei topolini.

Egualmente, di qualunque vera riforma dell’ordinamento giudiziario— un’altra questione cruciale che mina la vita del Paese — non si è sentito mai parlare. Lo stesso dicasi poi per quella che pure il centrosinistra aveva presentato come la più urgente ed essenziale delle riforme: la legge sul conflitto d’interessi. Sono pure cadute nel dimenticatoio grandi questioni nazionali, come l’infame legislazione sulla sanità pubblica, le condizioni delle reti infrastrutturali, lo stato disastrato dell’istruzione. Per quanto riguarda i conti pubblici, infine, anche qui all’urgenza da tutti invocata di ridurre la spesa pubblica non è stato dato alcun seguito, nel mentre si è ricorso come sempre all’aumento del carico fiscale. Insomma, la coalizione di centrosinistra, presentatasi come portatrice di volontà e di visioni realizzative assai superiori a quelle dei suoi avversari, è mancata clamorosamente alla promessa creando un sentimento di disillusione profonda nell’opinione pubblica. Sentimento accresciuto dalla presenza, anche ai vertici, di un personale politico troppo di frequente demagogico, vuotamente assertivo quanto inconcludente, di cui il ministro Pecoraro Scanio è stato l’esempio ormai emblematico.

Un personale politico che su un altro versante ancora ha mostrato peraltro la sua scarsa qualità: su quello dell’occupazione del potere. A cominciare dal presidente del Consiglio il centrosinistra ha condotto dappertutto una sistematica politica lottizzatrice. I suoi uomini di governo, favoriti dalla vasta influenza sociale e culturale a loro omogenea, frutto della storia della Repubblica, non hanno mai fatto spazio a nulla e nessuno che non portasse la loro etichetta politica.
Posti, incarichi e finanziamenti sono andati solo a persone e cose della loro parte. Per quella che non era ritenuta tale, invece, non si è mancato di fare ricorso a pressioni dirette e indirette, intrecciate a più o meno sottili intimidazioni. In questo modo, e abbastanza paradossalmente, la coalizione di centrosinistra è venuta costruendo un’immagine di sé sempre più identificata con le oligarchie e i poteri tradizionali, con le nomenclature più tenaci della Repubblica. E ben prima che il verdetto del Senato sono stati lo scoramento e la delusione che tutto ciò, insieme al resto, ha provocato nei suoi stessi elettori, che hanno scavato la fossa in cui alla fine il governo è precipitato.


Chi è disposto ad aprire gli occhi può farlo: la Sinistra non è migliore né moralmente né funzionalmente della Destra, anzi, è più inefficiente, divisa e corrotta. La Sinistra satura i posti di potere, intimidisce e destituisce i magistrati scomodi, conduce campagne demonizzatrici del nemico (l’antiberlusconismo) con una politica dell’odio ideata per spostare l’attenzione del Popolo dalla sua mancanza di un vero programma coerente e costruita nello stesso modo in cui la Germania di Hitler cavalcò l’onda dell’antisemitismo.

Votare Sinistra equivale a consegnare la Nazione nelle mani dei corrotti, del nemico che minaccia l’integrità e la salute della Repubblica con la sua instabilità. Chi voterà Sinistra sapendo ora, dopo gli ultimi 18 mesi di governo, che non ci si può più affidare a false illusioni e speranze come fu nel 2006, commetterà

TRADIMENTO
CONTRO LA NAZ