Dannazione, un altro nazista con Che Guevara!

Posted by Il Duca on 30 May 2008 | Tagged as: Articoli di giornale, Demagogia, Immigrazione, Intolleranza, Razzismo, Riflessioni, Sinistra

I giornalisti si erano subito sfregati le mani: aggressioni contro gli immigrati regolari, ecco che arriva la xenofobia cavalcata dal Governo di Centrodestra, ecco l’Onda Nera!
Eppure, di nuovo, si scopre che i Naziskin invocati dai giornalisti di sinistra sono ancora una volta persone che non hanno legami con l’estremismo politico di destra. Addirittura sono amanti della figura di Che Guevara.
E ai giornalisti, fatta di nuovo la figura dei coglioni, ora non resterebbe che fare un po’ di autocritica. Stesso discorso per i politici, ma non accade: Veltroni dopo aver cavalcato l’onda del “crimine a sfondo xenofobo” ora dice che “in fondo il colore politico non è importante”. Era importante se era di Destra, non lo è se è di Sinistra (o apolitico).
Curioso, nevvero, come si ragioni nell’emisfero schizofrenico del cervello politico italiano?
Concordo che il colore non sia importante, ma è ipocrisia che prima per Veltroni e altri intellettualoidi lo fosse.
E se l’onda ci fosse, ma non fosse affatto un’onda di xenofobia?

L’onda c’è, ma non è l’Onda Nera come la voleva l’Unità quando non molti giorni fa urlava il pericolo della “Dittatura Fascista” dopo la vittoria di Alemanno a Roma. L’onda è apolitica. L’onda è formata da persone di ogni colore politico (o di nessuno). L’onda non si richiama a ideali di purezza bianca, superiorità bianca o altro. L’onda dice solo: rispettate il nostro diritto a vivere liberi.
E lo fa con l’unica arma rimasta, la violenza.

Se la polizia è impotente di fronte a una magistratura corrotta, inadeguata, lenta e svogliata e finisce lei stessa per smettere di credere nel proprio lavoro perché in fondo “quelli là poi non gli fanno fare nemmeno un giorno di galera e se diamo una manganellata a un criminale slavo veniamo processati noi per uso eccessivo di violenza“…
…alla fine la gente capisce l’antifona e fa da sola, non potendosi affidare allo Stato.

L’esasperazione del sentirsi abbandonati dalle istituzioni non ha colore politico.
Ma il crimine di chi ha causato tutto questo, saturando prima la magistratura con i propri uomini (la silenziosa divisione tra Democrazia Cristiana -che prese industrie e banche- e Partito Comunista -scuole e magistratura- negli anni ‘70) e poi invocando l’ingresso libero, senza restrizioni e senza integrazione (con politiche del “lasciar fare” degne del peggior Liberista Settecentesco) per gli immigrati ha un colore: il rosso della sinistra.

La reazione dei cittadini, però, non ha un colore.
L’esasperazione non ha un colore.
L’esasperazione non è xenofobia: è mancanza di protezione.
Se lo Stato non ti difende e tu difendi i tuoi diritti sanciti dalla Costituzione con la forza delle tue armi, non sei xenofobo: al più sei un criminale, ma un criminale di sani principi repubblicani!


Articolo originale di Gianni Pennacchi.

«La politica non c’entra un cazzo, non c’entra il razzismo, c’entra il rispetto» ha ripetuto sul portone di San Vitale dopo due ore di deposizione negli uffici della Digos su quelli già passati alla storia dell’antifascismo militante e imperituro come «i fatti del Pigneto». Felpa e tuta un po’ coatta, forte accento romano, capello corto e brizzolato da sano 48enne, Dario Chianelli ha sollevato nuovamente e con orgoglio la manica esibendo il viso del Che tatuato sull’avambraccio, prova provata che non è di destra e nemmeno di centro. E ha confermato che sì, è lui l’uomo con la Lacoste rossa fotografato di spalle mentre par che diriga il raid di sabato scorso contro un paio di locali del Pigneto gestiti da bengalesi. Ma non c’entra un piffero la xenofobia, il nazifascismo, la paura del diverso, la difesa del territorio e dell’identità nazionale, la nostalgia di una Roma de noantri che va scomparendo per tingersi di maghrebino, cingalese, colombiano e senegalese. Levantino no, perché Roma lo è sempre stata levantina, anche quando gli immigrati erano burini scesi da Frascati. Trattasi di «giustizia fai da te», senza neanche la scappatoia di prendersela con «lo Stato che non c’è» o «l’emergenza sicurezza», perché nei quartieri popolari - non solo della città eterna - certe cose si sono sempre regolate così. Il negozio «dell’infame bugiardo indiano» è stato devastato perché non ha mantenuto la promessa di far restituire almeno i documenti di un portafoglio rubato. L’altro, l’alimentari aperto anche di notte e preso d’assalto dai «pischelli» mentre Chianelli cercava di fermarli, «annatevene da lì, a rincojoniti!», sì, quello visitato dal sindaco Alemanno in visita di scuse, l’aveva fatta franca in tribunale un anno fa pur se spacciava e «teneva la droga sotto er sacco dei ceci».

Bum, con un botto clamoroso è caduto miserevolmente il più orgoglioso castello di carte innalzato dai professionisti del progressismo, dai difensori dei diseredati a tanto al chilo, dagli orfani dell’antifascismo, da chi ha bisogno di aver sempre un nemico cattivo per sentirsi vivo e giusto. La cappa di piombo che opprimeva Roma s’è liquefatta ieri mattina con il lungo racconto di Chianelli che Repubblica titolava come un grido liberatorio; «Al Pigneto sono stato io, non chiamatemi razzista. Sono di sinistra, basta schifo nel quartiere». Il giocattolo s’è rotto: invece del bau bau, del feroce picchiatore nazifascista, c’è soltanto un guappo di sani principi, un rodomonte di periferia che s’era impegnato con la ex moglie a farle riavere, se non i 200 euro, almeno i documenti rubati giovedì col portafoglio. Come aveva promesso, Chianelli s’è presentato in questura a mezzogiorno, ha confermato pari pari il suo racconto, da uomo d’onore continuando a sostenere che la «quindicina di ragazzi del quartiere, tutti incazzati e bardati», se l’è ritrovati al fianco con sua gran sorpresa, «io non li conosco, ma mi dicono che sono tutto tranne che fascisti, per quanto ne so si fanno il culo dalla mattina alla sera». Vittorio Balzani, l’avvocato che ieri lo accompagnava, conferma: «C’è stato un discorso molto corretto tra questura, legale e assistito», finito sul registro degli indagati.

Le svastiche? Nemmeno una, nessuno le ha viste, se l’è sognate una fantasiosa giornalista. L’Unità che titolava «fermiamo l’odio razziale»? Un monumento alla vigilanza democratica. Il Tg1 che costruiva approfondimenti, dibbattiti e illuminate interviste? Il meglio dei direttori vien fuori agli ultimi fuochi. La Sapienza inondata di tazebao «contro i nuovi fascismi»? È ormai lontano il Sessantotto, figurarsi la Resistenza. L’allarme dei magistrati per «l’odio politico e la xenofobia»? Siderea giustizia… E Veltroni che tuonava, Alemanno che si difendeva, botte all’università come ai bei tempi.

Senza giocattolo, e ancor più senza Moloch da esorcizzare, non è facile vivere. Non stupitevi dunque se Veltroni insiste contro il «clima di intolleranza e xenofobia che non va bene», perché «ciò che ha tatuato sul braccio un responsabile dell’aggressione conta poco». Tanto meno la verità può scalfire le certezze di Paolo Cento, er Piotta, che deduce semplicemente come «l’intolleranza ha fatto breccia anche a sinistra». Dillo ai granitici di Sinistra critica, che «per reagire al clima razzista», stasera proiettano al Pigneto il documentario «Nazirock».

Speciale Beppe Grillo, il grande truffatore

Posted by Il Duca on 27 Apr 2008 | Tagged as: Articoli di giornale, Demagogia, Libertà, Politica

Beppe Grillo, come è noto, è un demagogo, ovvero un cialtrone che manovra il popolo bue per i propri scopi e il proprio interesse economico. Aggravante di Grillo è il plagio delle menti e la circonvenzione di incapace, che avviene tramite il lavaggio del cervello e la costruzione di un rapporto di sudditanza psicologica per cui “o sei con Grillo o sei un criminale”.
In pratica Grillo è l’emblema del male in democrazia: un trascinatore di folle inferocite prive di proposte concrete, votate ai NO e alla furia distruttiva dell’antistato e dell’antipolitica. Perfino Adolf Hitler seppe fare di meglio, dato che portava avanti con gli stessi mezzi un piano politico ed economico concreto (per quanto non proprio apprezzabile da tutti).

Ecco una serie di articoli interessante di Filippo Facci dedicati a “delineare” la figura di questo grande truffatore del XXI secolo.
Senza peli sulla lingua, o quasi, dato che Grillo ritiene che non ci debbano essere censure (tranne quando diffida e minaccia chi tenta di pubblicare libri dedicati a lui, vedete gli articoli per dettagli)… eppure un po’ ce ne sono, perché quando si va parlare delle puttane di Grillo o simili il gironalista si mostra molto più “sensibile” di quanto sarebbe stato Grillo e non calca la mano quanto Beppe fa sul palco coi suoi nemici politici.


Vi raccontiamo la vera storia di Beppe Grillo

Il nostro uomo, una delle fonti incontrate nella nostra due giorni genovese, comincia a esser stanco:
«Poi va be’, ci sono storie personali, che non si possono scrivere».
Dica. «Non si possono scrivere».
Dica. «Ma niente, lui a un certo punto stava in questo suo attico in corso Europa, che era tutto bello, col pianoforte, e ogni tanto ci portavamo le ragazze che gli procuravo quasi sempre io. Tra l’altro sotto il letto nascondevamo un mangianastri per registrare le cose, gli amplessi, poi riascoltavamo e ci ammazzavamo dal ridere. Avevamo un gergo nostro: lui, il coso, lo chiamava “il gottoro”, e urlava sempre questa parola alle ragazze che non capivano: “Gottoro! Ecco il gottoro!”. Il problema è che un giorno sua madre trovò le cassette e si mise ad ascoltarle, un macello».
È questa la storia personale?
«Aspetti. Un giorno portammo nell’attico due ragazze, mi ricordo che una era sposata. I suoi, del Giuse, erano nella casa di Savignone. Ma niente: ognuno cominciò a fare le cose sue e a un certo punto lui fece un urlo bestiale, ma bestiale, corse da me tutto nudo e disse “Guarda, guarda! Che mi succede?” e io glielo guardai e lui… lui…».
Censura.
La disavventura sessuale, oggettivamente ridicola, ebbe epilogo al pronto soccorso dell’ospedale San Martino, praticamente lì di fronte. Censura: anche se il soggetto non la meriterebbe perché lui una storia del genere (di un altro) l’avrebbe raccontata di sicuro: si parla di una persona, un comico, che ebbe a chiamare «Alzheimer» l’ex capo del governo e «venditore di bava» l’ex capo dell’opposizione, uno che ha mandato letteralmente affanculo decine di persone e che di fronte alla critica di un direttore di telegiornale, Mauro Mazza, ha replicato testualmente: «E se sparassero nel culo a lui?».
La battuta sul Papa manco ce la ricordiamo, sta di fatto che qui, di fronte al grillismo, stanno saltando tutte le regole, si sta riscrivendo il galateo della politica per adeguarlo a quello dell’antipolitica: dunque la tentazione di adeguarci c’è, la voglia di non censurarci pure, come a dire: Grillo eccoci, siamo pronti, se questo è il ballo si balla anche noi, si fa all’americana come predicano tanti giornalisti amici suoi: e ti si contano anche i peli del bulbo. Da qui, come modesto e sperimentale assaggio, la nostra due giorni genovese e questa modesta inchiesta.

Il Giuse. Giuseppe Piero Grillo è nato il 21 luglio 1948 a Savignone, Valle Scrivia. Secondo l’imbarazzante e compiaciuta agiografia «Beppe Grillo», forse il più insignificante libro pubblicato da Mondadori negli ultimi vent’anni, Beppe da Bambino «lanciava urli (sic) alla James Brown» e il padre commentava affettuosamente: «Sembra una bestia. Tuo figlio è un idiota». La famiglia, in ogni caso, di base stava a Genova nel quartiere di San Fruttuoso della celebratissima piazza Martinez, fucina di geni e lazzaroni dove piccoli leader minimi e massimi sedevano tra il bar Cucciolo e la fermata dell’autobus. Qualche bici, poche motociclette, le ragazze migliori della zona e in qualche modo anche il giovane Grillo, patito di calcio come tutti gli altri. «Aveva 12 anni e lo portai a fare un provino per una squadra locale sponsorizzata dalla Shell», racconta uno che c’era, «il problema è che il Giuse era una balena, lo chiamavamo Porcellino. Aveva un buon tocco di palla, ma l’allenatore ricordo che mi disse: “Ma chi mi hai portato?”».

Giocava a pallone anche Antonio Ricci, che era di Albenga e però a piazza Martinez, assieme a Roby Carretta, era in qualche modo collaterale: «Ma Ricci non era molto portato. Mi ricordo che nella sua squadra c’era anche Donato Bilancia, il serial killer. Stava sempre al bar Cucciolo». È vero: ma era un tipo innocuo e lo chiamavano Belinetta. Del giro era anche Vittorio De Scalzi, quello dei New Trolls. L’unico davvero portato per il calcio pareva il Portento, Orlando Portento, il bello della compagnia nonché un talento comico che quasi tutte le fonti indicano come il vero mentore e inventore di Beppe Grillo, privo tuttavia della sua pervicacia. Portento giunse alla serie B, e nella Sampdoria dei giovani Marcello Lippi e Roberto Vieri, padre di Bobo, ma poi s’infortunò. È tornato clamorosamente alla ribalta, Portento, come cabarettista e come marito di quell’Angela Cavagna che ha partecipato al reality show La Fattoria. Un paio di fonti indicano come vero scopritore di Grillo, invece, il gallerista Luigi De Lucchi, fondatore dell’Instabile, localino di cabaret forse unico nel suo genere.

Senza denti. Il giovane Grillo tutto sommato stava economicamente benino. Si diplomò ragioniere all’Ugolino Vivaldi, che era un istituto privato per rampolli-bene con retta piuttosto esosa. S’iscrisse anche a Economia e commercio, ma presto la piantò lì. Il padre, Enrico, possedeva una fabbrica di fiamme ossidriche (la Cannelli Grillo) e lo reclamava, ma lui da principio non ci pensava neanche. Secondo il più interessante libro «Beppe Grillo» di Paolo Crecchi e Giacomo Rinaldi (Ariberti editore) «il ragionier Grillo prova a lavorare nell’azienda di papà con scarsi risultati, rimettendoci 200mila lire degli anni Sessanta». Altrimenti consigliato, per un certo periodo fece il piazzista di jeans per la Panfin, ma fu licenziato. Era un ragazzo normale, un po’ buffo, tifava Sampdoria, vestiva decentemente, aveva i jeans Sisley che furoreggiavano, andavano di moda le basette lunghe che lui però non aveva: le improvvisava schiacciandosi giù i capelli col sapone. Non era bello, ma sopperiva con la simpatia.

Era secondogenito e un po’ il cocco di casa, suo padre non disdegnava di prestargli la Fiat 1100 che per rimorchiare si rivelò fondamentale, anche se aveva il difettuccio del pesare come una balena e quegli incisivi molto sporgenti: e con le ragazze era un problema, dicevano che baciandolo le pungeva. La soluzione fu drammatica: un giorno, alla discoteca Peppermint che era la più importante di Genova, ebbe la pensata di tampinare la ragazza di un certo Luciano Rovegno, che non era propriamente uno stinco di santo: e infatti reagì dandogli una tale testata da fargli saltare tutti gli incisivi che restarono lì, sparsi per terra. Glieli rimisero. Dritti.

Le melanzane di plastica. La celebre tirchieria di Grillo (parsimonia, si dice a Genova) in quel periodo prende le forme di incontrollabili leggende. Ben quattro presunti testimoni raccontano che girasse con una tuta appositamente senza tasche per non avere soldi da spendere.
All’epoca fumavano tutti, ma lui prendeva le Hb nel pacchetto da dieci. Non pagava mai niente, non offriva mai niente, e questo lo dicono davvero tutti: occorre tener conto che dei genovesi che lamentano la tirchieria altrui sono come dei napoletani che accusassero qualcuno d’essere chiassoso.

«Non era tirchio, era malato» racconta un suo ex sodale: «”Offri qualche caffè ogni tanto, risparmierai col cardiologo”, gli dicevamo sempre».

Più avanti, nel 1980, la concessionaria Fiat Piave di Genova gli regalò una Punto: lui si lamentò perché non aveva l’autoradio. Altra leggenda vuole che nella sua villa di Sant’Ilario abbia frutti e ortaggi di plastica, e la citata biografia di Crecchi e Rinaldi conferma tutto: «Era guardato con diffidenza dai contadini perché rifiutava ostinatamente di coltivare le sue fasce di terra, ma un giorno ha avuto un’intuizione delle sue sistemando ortaggi di plastica turgidi e coloratissimi tra gli ulivi e i pitosfori».

Andrea detto Andreino, il fratello minore, ha raccontato alla Stampa d’avergli prestato un completo di gabardine nero salvo riaverlo completamente liso.

«Mi deve ancora restituire una giacca a soffietto che gli prestai negli anni ’70» racconta invece Portento, «e mi deve ancora pagare una camicetta da donna che regalò a un’amica», dice l’ex amico che ai tempi aveva un negozio di abbigliamento.

Antonio Ricci ha raccontato che «io sparecchiavo, e se buttavo via delle briciole Beppe le recuperava dalla spazzatura e il giorno dopo ci impanava la milanese».
È stata invece la seconda moglie di Grillo, Parvin Tadjk, intervistata a Crozza Italia su La7, a parlare degli snervanti controlli del marito sugli scontrini della spesa. Dopo la balzana ipotesi che Beppe Grillo si sia fatto crescere la barba per risparmiare sulla lamette, altro ritornello genovese, la carriera di Grillo entra nel vivo.
 


Beppe, il «grande ingrato» che rubava battute a tutti

Le prime tracce visive di un Beppe Grillo volontariamente comico sono del 1970: un cortometraggio in super 8 diretto da Marco Paolo Pavese e scritto e interpretato e doppiato dal citato Orlando Portento; lì si vede il primo Grillo, imberbe. Mediaset ne mandò in onda degli spezzoni qualche anno fa. Ma Grillo, già da tempo, aveva cominciato a fare qualche seratina di cabaret accompagnandosi con la chitarra: circolini, qualche discoteca, molte feste e festicciuole politiche per liberali e socialdemocratici e democristiani e socialisti.
«Gl’importava zero della politica» dice ora Portento, «era un frivolo, un cinico», anche se Grillo ogni tanto raccontava di qualche simpatia familiare per i liberali di Giovanni Malagodi.

L’avvocato Gustavo Gamalero, boss dei liberali genovesi, lo ingaggiò per alcune cene elettorali prima delle elezioni regionali: 15mila lire a serata. Più di 20mila, in giro, non se ne spuntavano: per questo gli amici lo aiutarono dopo che la famiglia chiuse o quasi i rubinetti. Lo aiutava anche qualche giovane imprenditore che voleva mettersi in vista; lo aiutava la bella ragazza con la quale stette per quasi dieci anni, Graziella, che vanamente cercò di farsi impalmare; lo aiutava qualche giornalista cui Grillo pietiva qualche buona recensione, e tra questi ha memoria buona Vittorio Siriani, ai tempi al Corriere Mercantile. Insomma lo aiutavano tutti, e va benissimo: ma ce ne fosse uno che non lamenti ingratitudine.

In quel periodo i localini di cabaret furoreggiavano: il Kaladium dietro la chiesa di Santa Zita, oppure il Meeting, o ancora il citato Instabile di via Trebisonda che apparteneva al pure citato Luigi De Lucchi, altro mentore di Grillo che tuttavia una sera dovette avvedersi dell’ormai storica ingratitudine del suo ormai ex pupillo. Lo aveva invitato appunto all’Instabile, il 27 dicembre 1977, oltretutto per consegnargli un premio; centinaia di spettatori aspettavano trepidanti, ma niente: Grillo telefonò e fece sapere che non ce la faceva, che era stanco. Disastro: De Lucchi dovette rimborsare tutti i biglietti salvo accorgersi, il giorno dopo, che Grillo in realtà aveva preferito esibirsi in un altro localino, il P4: perché lo pagavano di più.

Il vero problema di Grillo, all’epoca, era che a dispetto del talento non aveva ancora un repertorio tutto suo: prendeva a destra e a manca. Il gran suggeritore rimaneva Portento, per il resto rubacchiava qua e là: cantava sempre, tra altre, le canzoni di Pippo Franco che all’epoca nessuno conosceva. O quasi: «Gli organizzai un provino con un boss di Telemontecarlo, il ragionier Moracca, e il Giuse cantò due canzoni con la chitarra», racconta Portento, che certo non nasconde una forte antipatia per Grillo. «Poi Moracca mi prese da parte e mi disse: “Orlando, ma è questo il fenomeno? Uno che canta le canzoni di Pippo Franco?”. Ai tempi Grillo non aveva niente di suo: solo la faccia, i denti digrignati».

Bullonate. Quanta cattiveria. A ogni modo fu nei primi anni Settanta, per cercar di sfondare, che Grillo provò a trasferirsi a Milano. Pagavano anche 25mila a serata, da quelle parti. Si fece crescere la barba. Andreino, il fratello, tempestò tutti di telefonate affinché lo convincessero a tornare: «Fallo provare ancora un anno, è bravo» gli rispose Portento. Poi, più o meno al terzo anno milanese, la grande occasione: al localino «La Bullona» venne Pippo Baudo con una commissione Rai. Grillo s’inquietò, chiamò Portento, si rispolverarono vecchie battute. La sera fatidica Portento sbarcò alla «Bullona» con una sostanziosa claque e tutto scivolò liscio, o quasi. Grillo, sul suo sito, ha scritto che quella sera “improvvisò un monologo”, ma secondo Portento non improvvisò niente.
Anzi, rischiò, perché Baudo fu curiosamente attratto proprio da Portento. Più tardi, anche se il provino del Giuse era andato benissimo, attorno a Portento si formò un capannello dove spuntava il testone di Baudo, e Grillo non resse la scena. Se ne andò, ingelosito.

Una scena analoga a quella raccontata da Dino Risi a margine del film «Scemo di guerra», anno 1984: «Già depresso perché ridotto al ruolo di spalla», ha detto il regista al Corriere della Sera, «Beppe si ingelosì del rapporto speciale che avevo con Michel Coluche: e così, per ripicca, fece la mossa classica dell’attore indispettito e si diede malato. Per due mesi dovemmo sospendere le riprese. Finché qualcuno non gli fece sapere che se non fosse tornato avrebbe dovuto pagare una penale. Parola magica: da buon genovese si ripresentò sul set».
Il controllo legale chiesto dalla casa cinematografica ebbe buon gioco. Grillo girò altri due film, purtroppo sfortunati e distrutti dalla critica: «Cercasì Gesù» di Luigi Comencini e «Topo Galileo» di Francesco Laudadio. A Dino Risi è rimasto il dente avvelenato: «La cosa che gli è riuscita meglio è la svolta antipolitica, anche perché è più attore oggi di quando cercava di farlo per davvero. Attenzione, però: non c’è niente di vero nel personaggio che interpreta».

Te la do io Reggio Calabria. Qui ricomincia l’avventura. E qui si perfeziona la straordinaria attitudine di Grillo di mollare quelli di cui non ha più bisogno. Normale? Dipende. Altri personaggi come Paolo Villaggio e Tullio Solenghi, a Genova, te li raccontano come saldamente legati ad amici e radici genovesi: Grillo no. Trovare qualcuno che te ne parli bene, in città, è un’impresa. Sarà l’invidia.

Per cominciare, appena ebbe successo, mollò la fidanzata. Altri non lo ricordano volentieri: «È l’essere più falso e opportunista che abbia mai conosciuto in vita mia» racconta il presentatore Corrado Tedeschi, «e non ha neanche un pizzico di umanità. C’è stato un periodo in cui ci siamo frequentati insieme alle nostre compagne, pensavo che ci fosse stato un minimo di amicizia, poi seppi che parlava malissimo di me».
Pare che Walter Chiari non avesse un’opinione molto diversa, ma vallo a sapere.
Anche il rapporto con Portento cominciò ad allentarsi, ma resistette perché ancora utile: dopotutto era stato Portento a scrivere «Te la do io la Francia» nel 1969, ben prima dei fortunati «Te la do io l’America» e «Te lo do io il Brasile»: «Dovevamo anche fare “Te la do io Reggio Calabria”, perché io sono di Bagnana Calabra, ma non se ne fece più nulla» dice l’ex amico.

Grillo ormai era lanciatissimo. Nel 1977-78 sulla Rai partecipò a «Secondo voi» e nel 1979 a «Luna Park», stesso anno in cui esordì come presentatore a «Fantastico» assieme a Loretta Goggi, programma di Antonio Ricci. Di lì in poi potrà scegliersi nuovi autori che gli scrivano le battute: Ricci medesimo e Stefano Benni tra questi. Fu il successo vero, e nondimeno i soldi veri che il fratello Andreino prese a gestirgli: anche perché il Giuse non si fidava di nessuno. La Cannelli Grillo era stata ceduta agli stessi operai che ci lavoravano, e cominciarono altri investimenti. L’attico di corso Europa venne trasformato in un centro benessere (massaggi, ecc.) curato da certo professor Mario Miranda: ma l’impresina fallì quasi subito. Ben prima di acquistare una villa al Pevero, in Costa Smeralda, acquistò tre appartamenti nel residence Marineledda nel golfo di Marinella, dove Silvio Berlusconi ha la sua famosa villa.
Ottenne forti sconti, Grillo, promettendo che sarebbe venuto a fare delle serate di cui non si ha notizia. Fece tutto col fratello, da cui rileverà la maggioranza assoluta (99 per cento) dell’immobiliare Gestimar di Genova. Cominciò anche la sfilza delle belle auto, in ordine sparso: Porsche, Chevrolet Blazer, secondo alcuni una Maserati, e sicuramente, più avanti, una Ferrari 308 bianca e una Ferrari Testarossa (rossa, chiaro) che terrà parcheggiata davanti alla discoteca Davidia di Genova, coperta da apposito telone.
 


Jeep, ville e guai giudiziari. La vita spericolata di Beppe

Alla fine degli anni Settanta Giuseppe Piero Grillo prende moglie: a Rimini conobbe la proprietaria di una pensioncina, Sonia Toni, e in breve si sposarono. Avranno una figlia, Valentina, e Davide, nato purtroppo con dei problemi motori. Il girovagare di Grillo tra i residence di Roma e Milano, tuttavia, renderà le cose difficili molto presto. Su un importante quotidiano nazionale, pochi anni dopo, la moglie rilascerà un’intervista in cui accuserà il marito di non andarla a trovare praticamente mai e soprattutto di lasciarle sempre pochissimi soldi. Ma oggi i rapporti sono ottimi: anche se si è vista negare, da ex candidata per i verdi a Rimini, il famoso bollino grillesco che suo marito rilascia alle liste civiche. Si è arrabbiata molto.

Il giorno più nero. Il tardo 1981 e non il 1980, come erroneamente riferito nel suo blog, è l’anno in cui il comico diviene protagonista di un episodio destinato a segnalarlo per sempre. Il 7 dicembre, da Limone Piemonte, decide di partirsene con alcuni amici alla volta di Col di Tenda, un’antica via romana tra la Francia e la Costa ligure: in pratica sono delle strade sterrate militari in alta quota che portano a delle antiche fortificazioni belliche. Con lui ci sono i coniugi Renzo Giberti e Rossana Guastapelle, 45 e 33 anni, col figlio Francesco di 8, oltre a un altro amico che si chiama Alberto Mambretti. Per farla breve: quel viaggio, d’inverno, è una follia.
È una strada d’alta quota non asfaltata, e un altro gruppo di amici, nonché un’opportuna segnaletica, sconsigliano vivamente: a esser precisi, la strada è tecnicamente chiusa. Fa niente: Grillo ha uno Chevrolet Blazer, un costoso ed enorme fuoristrada rivestito esternamente di legno e peraltro inquinantissimo. Un quinto amico, Carlo Stanisci, forse si avvede del pericolo e decide di scendere assieme alla fidanzata e al cane. Finisce malissimo: all’altezza di Bec Rouge, alpi francesi, l’auto sbanda su un ruscelletto ghiacciato e scivola verso una scarpata; Grillo riesce a scaraventarsi fuori dall’abitacolo, ma gli altri no, e l’auto rotola nella scarpata per un’ottantina di metri. Mambretti sopravvive non si sa come. I due coniugi muoiono, e ciò che resta del figlio viene trovato sotto la fiancata dell’auto.

Sconvolto, Grillo si rifugia nella casa di Savignone che divide col fratello. Aspettando il processo, non si ferma: ha appena ultimato «Te la do io l’America», nel 1982 è protagonista di «Cercasi Gesù» diretto da Luigi Comencini e nel 1984 l’attende «Te lo do io il Brasile». E qui c’è un episodio, pure raggelante, raccontato in parte dall’Unità del 21 settembre scorso. Grillo accetta di partecipare alla Festa dell’Unità di Dicomano (nel fiorentino) per un cachet di 35 milioni. La sera dello spettacolo però diluvia, gente pochina e di milioni se ne incassano 15. Flop. I compagni di provincia cercano di ricontrattare il compenso, niente da fare: neppure una lira di sconto. Della segreteria comunista, tutta giovanile, l’unico che ha una busta paga si chiama Franco Innocenti, un 26enne: deve stipulare un mutuo ventennale nonostante abbia la madre invalida al cento per cento.

Poi i citati film. Nell’84 c’è il processo per l’omicidio colposo. Emblematico l’interrogatorio in aula: «Quando si è accorto di essere finito su un lastrone di ghiaccio con la macchina?»; «Ho avuto la sensazione di esserci finito sopra prima ancora di vederlo»; «Allora non guardava la strada». Il 21 marzo, dopo una lunga camera di consiglio, Grillo venne assolto dal tribunale di Cuneo con formula dubitativa, la vecchia insufficienza di prove: questo dopo aver pagato 600 milioni alla piccola Cristina di 9 anni, unica superstite della famiglia Giberti. La metà dei soldi furono pagati dall’assicurazione: «La stampa locale, favorevolissima al comico, gestì con particolare attenzione la fase del risarcimento» racconta il collega Vittorio Sirianni. Il Secolo XIX, quotidiano di Genova, s’infiammò con un lungo editoriale a favore dei giudici e dell’avvocato Pasquale Tonolo, ma l’entusiasmo fu di breve durata: l’accusa propose Appello e venne fuori la verità, ossia le prove: il pericolo era stato prospettato, oltretutto, da una segnaletica che nessun giornalista frattanto era andato a verificare. La strada era chiusa al traffico, fine.

La Corte d’appello di Torino, il 13 marzo 1985, lo condannò a un anno e quattro mesi col beneficio della condizionale, ma col ritiro della patente: «Si può dire dimostrato, al di là di ogni possibile dubbio, che l’imputato risalendo la strada da valle, poteva percepire tempestivamente la presenza del manto di ghiaccio (…). L’esistenza del pericolo era evidente e percepibile da parecchi metri, almeno quattro o cinque, e così non è sostenibile che l’imputato non potesse evitare di finirci sopra», sicché l’imputato «disponeva di tutto lo spazio necessario per arrestarsi senza difficoltà», ma non lo fece, anzi decise «consapevolmente di affrontare il pericolo e di compiere il tentativo di superare il manto ghiacciato. Farlo con quel veicolo costituisce una macroscopica imprudenza che non costituisce oggetto di discussione».

Non andrà meglio in Cassazione, l’8 aprile 1988: pena confermata nonostante gli sforzi dell’avvocato Alfredo Biondi, che nel settembre scorso è stato peraltro inserito da Grillo nella lista dei parlamentari condannati e dunque da epurare: il reato fiscale di Biondi in realtà è stato depenalizzato e sostituito da un’ammenda, tanto che non figura nemmeno del casellario giudiziario, diversamente dal reato di Grillo che perciò, secondo la sua proposta di non candidatura dei condannati, non potrebbe candidare se medesimo.

La villa di Sant’Ilario. Ma la vita continua. Nel 1986, poco in linea con certe sue intransigenze future, fu protagonista di alcuni spot per gli yogurt Yomo: «Ci hanno messo 40 anni per farlo così buono», diceva indossando una felpa con scritto «University of Catanzaro». «Lo yogurt è un prodotto buono», si difese lui. Per quella pubblicità vinse un Telegatto.
È il periodo in cui andò a vivere a Sant’Ilario, la Hollywood di Genova: una bellissima villa rosa salmone, affacciata sul Monte di Portofino, con ulivi e palme e i citati frutti e ortaggi di plastica. Non fece scavare una piscina, ma due: cosa che piacque poco ai vicini e soprattutto al dirimpettaio Adriano Sansa, già poco entusiasta del terrazzo di 100 metri quadri che Grillo fece interamente ricoprire inciampando in un clamoroso abuso edilizio cui pose rimedio con uno di quei condoni contro cui è solito scagliarsi. Qualche modesto provincialismo anche all’interno, tipo la foto di lui avvinghiato a Bill Clinton appoggiata sopra il pianoforte.

Poi c’è la telenovela dei pannelli solari, pardon fotovoltaici. L’ex amministratore delegato dell’Enel, Chicco Testa, si è espresso più volte: «Grillo diceva che a casa sua, con il solare, produceva tanta energia da vendere poi quella in eccesso. Ma feci fare una verifica e venne fuori che da solo consumava come un paesino».
In effetti si fece mettere 20 kilowatt complessivi contro i 3 kilowatt medi delle case italiane, sicché consumava e consuma come 7 famiglie. L’Enel, dopo varie lagnanze di Grillo, nel 2001 decise di permettere l’allacciamento alla rete degli impianti fotovoltaici (come il suo) e addirittura di rivendere l’elettricità in eccesso all’Enel stessa: quello che lui voleva. Il suo contratto di fornitura, con apposito contatore, fu il primo d’Italia. E da lì parte la leggenda dell’indipendenza energetica di Grillo: in realtà il suo impianto è composto da 25 metri quadrati di pannelli e produce al massimo 2 kilowatt, buoni per alimentare il frullatore e poco altro.

A ogni modo le polemiche ambientaliste di Grillo ebbero a salire proprio in quel periodo: «Anche Chicco Testa dovrebbe essere ecologista, e tutto quello che sa dire è che ci vuole più energia quando il 90 per cento di energia di una lampadina va sprecata. Non si tratta di produrre più energia, ma di risparmiarla». Giusto. Lui però intanto consumava, e consuma, come una discoteca di Riccione.
 


L’antipolitica di Beppe, business da 4 milioni

Quest’ultima puntata è dedicata alla decodificazione di alcune balle su Beppe Grillo e di Beppe Grillo. Anzitutto delle precisazioni. Come visto, Giuseppe Piero Grillo non ha solo fruito due volte di un condono fiscale tombale, ma anche di un condono edilizio nella sua villa di Sant’Ilario. Come visto, poi, la pretesa di impedire la candidatura di chi abbia avuto delle condanne penali in giudicato (regola che non esiste in nessun Paese del mondo) precluderebbe ogni candidatura di Beppe Grillo medesimo, che è pregiudicato per omicidio colposo plurimo. A questa condanna, raccontata nella puntata di ieri, va aggiunto un patteggiamento per aver definito Rita Levi Montalcini «vecchia p…» in un suo spettacolo del 2001: dovette pagare 8400 euro e la causa civile è ancora in corso, anche perché Grillo sostenne che la scienziata ottenne il Nobel grazie a un’azienda farmaceutica.

A proposito dei referendum promossi dalle piazze grillesche, invece, vediamo che anche il promotore Antonio Di Pietro invoca che un parlamentare non resti tale per più di due mandati: ma non ha detto che lui, di mandati, ne ha già collezionati cinque, per un totale di anni 11. Anche Marco Travaglio, venerdì, ha tuonato contro i finanziamenti pubblici all’editoria: ma non ha detto che il suo giornale, l’Unità, percepisce più contributi di tutti, e non «come tutti i giornali italiani» (parole sue, rivolte alla folla beona del V-day), bensì nella modalità assai più danarosa riservata alla stampa politica; dalla Rai all’Unità, insomma, Travaglio è pagato coi soldi dei contribuenti.

Per chiudere con la manifestazione di venerdì: Piazza San Carlo è grande 168 per 76 metri, dunque 12.768 metri quadri che moltiplicati per 3 (tre persone ogni metro, e sono già tante) dà 38.304 persone totali, non 120mila come dal blog di Grillo: «Eravamo in 120.000. Chi era presente lo sa e anche chi può informarsi in Rete».

Il Grillo censore. Grillo non a caso riconosce solo la rete, per quanto la cosa, nel tempo, si sia configurata come un’ossessiva paura del confronto. Interviste non ne rilascia, ed è nota l’esperienza del giornalista Sandro Gilioli: nel gennaio scorso si mise d’accordo col comico per un’intervista di quattro pagine, ma poi si vide respingere le domande perché definite «offensive e indegne»: tuttavia, una volta rese pubbliche, si sono rivelate del tutto ordinarie.

Poi c’è il capitolo libri: Grillo, semplicemente, è solito bloccare qualsiasi volume che lo riguardi. Nel 2003 fece diffidare e bloccare «Grillo da ridere» di Kaos edizioni, biografia a lui favorevole: la scusa fu che conteneva un’eccedenza di testi dei suoi spettacoli. Nel 2007 invece ha diffidato e bloccato «Chi ha paura di Beppe Grillo?» di Emilio Targia, Edoardo Fleischner e Federica De Maria, scritto per Longanesi: tre studiosi che hanno seguito Grillo per anni; aggiornato due volte, Longanesi infine ha lasciato perdere per non avere grane. Il libro, dopo che per analoghi motivi era stato rifiutato da ben 23 editori, è uscito infine per Selene edizioni giusto in questi giorni. La biografia «Beppe Grillo» uscita infine per Aliberti, e scritta da Paolo Crecchi e Giorgio Rinaldi, è nelle librerie dal novembre scorso nonostante le minacce fatte recapitare da Grillo, ai due autori, a mezzo del giornalista della Stampa Ferruccio Sansa, figlio del suo dirimpettaio Adriano.
Tutte le cause, infine, per risparmiare, sono promosse dallo studio legale del figlio di suo fratello Andrea. Va anche detto che l’atteggiamento di Grillo, casta di se stesso, probabilmente non è solo ascrivibile alla preservazione di un culto della propria personalità: semplicemente, vuole essere l’unico a guadagnare col proprio nome.

Il blog che non lo è Sotto questo profilo, la definizione corretta del suo celebre blog, aperto il 26 gennaio 2006, è «sito commerciale»: come tale è infatti classificato. I numeri parlano chiaro: un anno prima del blog, nel 2004, Grillo ha fatturato 2.133.720 euro; nel 2006, due anni dopo, ne ha fatturati 4.272.591. La politica del Vaffanculo sta rendendo bene.
Nel citato «Chi ha paura di Beppe Grillo», i tre autori hanno monitorato il sito per tre anni osservando come Grillo, spesso con la scusa della battaglia per la democrazia e il finanziamento dei V-day, venda ogni genere di gadget: video del V-day, dvd dello spettacolo Reset, libro «Tutte le battaglie di Grillo», eccetera. Anche i circolini politici rendono: chi vuole aprire un fan club deve pagare 19 dollari per un mese (dollari, perché la piattaforma è negli Usa) che sono scontati a 72 per chi prenota un semestre. Per ora i circoli sono poco più di 500, ed è già un bel rendere.

Il moralista. Solo alla rete e a Grillo, dunque, dovremmo affidare le verità su Grillo. Tipo questa: «Ho avuto una Ferrari, ma l’ho venduta». Fine. Salvo scoprire, certo non sulla rete, che di Ferrari ne ha avute due, più Porsche, Maserati, Chevrolet Blazer, eccetera. Oppure, sempre parole sue: «Ho due case, una a Genova e una in Toscana». Fine. Salvo scoprire, certo non sulla rete, che una in effetti è a Bibbona, Livorno, 380 metri quadri e 5.600 metri quadri di terreno; ma risulta intestato a lui anche l’appartamento di Rimini dove stava con l’ex moglie, senza contare che la Gestimar, la sua società immobiliare gestita dal fratello, possiede i tre appartamenti a Marinelledda, una villa a Porto Cervo, due locali più garage a Genova Nervi e infine un esercizio commerciale a Caselle, oltreché un garage in Val d’Aosta. Oppure, ancora: «Ho avuto la barca, ma l’ho venduta». Salvo scoprire, certo non sulla rete, che di barche ne avute diverse; una forse l’avrà anche venduta, ma il panfilo «Jao II» di 12 metri, in realtà, risulta affondato alla Maddalena il 5 agosto 1997. C’erano a bordo anche Corrado Tedeschi (che oggi odia Grillo pubblicamente) con la sua compagna Corinne. La barca finì su una secca peraltro segnalatissima, e fu salvato dalla barca dei Rusconi, gli editori. Grillo fu indagato per naufragio colposo, procedimento archiviato. Un’altra volta, il 29 maggio 2001, riuscì nell’impresa si insabbiare un gommone nel profondissimo mar Ligure, alla foce del Magra: con lui c’era Gino Paoli, fu una giornata senza fine. Del condono tombale chiesto e ottenuto per due anni e per due volte dalla citata Gestimar, dal 1997 al 2002, diamo conto velocemente. Fu certo lecito, ma non obbligatorio. Il problema è che era esattamente il genere di condono contro il quale Grillo si era scagliato più volte, e in particolare con una lettera indirizzata al direttore di Repubblica risalente al giugno 2004. Se vorrà ne riparlerà Grillo medesimo, tra un vaffanculo e l’altro.

Il nuovo Coluche. Difficile scacciare l’idea che Grillo non sogni di potersi ispirare un giorno a Michel Coluche, l’attore e comico francese che peraltro ebbe l’onore di conoscere sul set del film «Scemo di guerra» di Dino Risi: «Beppe si ingelosì molto del rapporto speciale che avevo con Michel», ha detto il regista. Coluche, idolo del box office transalpino, dai suoi spettacoli metteva alla gogna i politici e un bel giorno annunciò la candidatura all’Eliseo. Si ritirò solo all’ultimo, ma i sondaggi parevano garantirgli una messe incredibile di voti.

Forse qualcuno avrebbe potuto già insospettirsi dall’esordio cinematografico di Grillo: «Cercasi Gesù», dove appunto interpretava un Cristo moderno anticipando la sindrome «Joan Lui» dell’altro aspirante santone, Adriano Celentano. Anche la discesa in campo di Silvio Berlusconi nel 1994, e relativo successo, deve averlo alquanto impressionato. Come rilevato da Libero il 3 ottobre scorso, Grillo mise il suo primo bollino elettorale proprio su Berlusconi: «Sono da mandare via, da mandare via questa gente qua, da votare gli imprenditori, ecco perché sono contento che è venuto fuori Berlusconi: lo voglio andare a votare». E qui siamo appunto nel 1994. Nella primavera successiva, vediamo, Grillo modificò il suo giudizio e lo spruzzò di venature appena megalomani: «Candidarmi sarebbe un gioco da ragazzi, prenderei il triplo del Berlusca» disse a Curzio Maltese su Repubblica. «Mi presento in tv e dico: datemi il vostro voto che ci divertiamo, sistemo due o tre cose. Un plebiscito». Poi, nel 2003, la svolta: «Per arrivare a Berlusconi dobbiamo essere diventati parecchio stupidi». Già covava. Ma una vera discesa in campo, Giuseppe Piero Grillo, non l’ha ancora fatta. Deve ancora discuterne col commercialista.
 

Santoro istiga alla violenza?

Posted by Il Duca on 17 Nov 2007 | Tagged as: Chiacchere inutili, Demagogia, Politica, Sinistra

La Confederazione sindacale autonoma di polizia, in una nota, ha chiesto alla Rai la registrazione della trasmissione della puntata Anno Zero andata in onda l’altra sera, per «analizzare se esistono le condizioni per denunciare ai sensi del codice penale, la vergognosa istigazione a colpire il poliziotto inscenata senza contraddittorio dal conduttore salernitano e dai suoi ospiti». La puntata di ieri Anno Zero era dedicata alle vicende del G8 di Genova con una copertina sull’omicidio di Gabriele Sandri. Giorgio Innocenzi, segretario della Consap, rende noto che i legali del sindacato «stanno circoscrivendo fattispecie di reato riconducibili all’art. 414 del codice penale riguardo ai delitti contro l’ordine pubblico: i toni e le accuse contenuto nel dibattito televisivo infatti hanno chiari connotati di messa in discussione del ruolo super partes delle forze dell’ordine».


Peccato che non abbia visto la puntata, ma la cosa non mi stupisce: le precedenti puntate di Anno Zero, che avevo seguito, erano un’accozzaglia di notizie-non-verificate (le cosiddette stronzate: ovvero affermazioni che non si possono facilmente smentire in quanto NON esistono: chi sa qualcosa di Debunking ha capito di cosa sto parlando), mezze verità e menzogne, il tutto condito da una faziosità estrema.
In pratica fa a gara con me, questo signore. roll

Solo un allocco che non sappia nulla di propaganda e di oratoria (basta aver letto Cicerone o Schopenhauer per individuarne le bassezze) può ritenere Anno Zero un programma affidabile. Non che ci sia molto altro di meglio, però… TFR4F.gif

I mezzi di comunicazione sia pubblici che privati fanno schifo.
Poi chi vuole sognarci dietro la cospirazione del terribile Signore del Male Berlusconi “padrone dei mezzi di comunicazione” e bla bla bla (anche quando lo schifo viene da emittenti che con lui non c’entrano niente), faccia pure: fare la figura dei coglioni non è un reato, ma una persona dotata di un’intelligenza rispettabile si preoccuperebbe invece di Murdoch
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Primarie farsa: il Monarca e i Finanziamenti

Posted by Il Duca on 16 Oct 2007 | Tagged as: Articoli di giornale, Demagogia, Politica, Popolo Bue, Riflessioni, Sinistra

Primarie del Partito Democratico. Primarie farsa, ovviamente, per più motivi:

  1. rosa dei candidati degna di un’elezione bulgara;
  2. nessun controllo dei votanti (denuncia fatta dagli stessi politici di sinistra, incluso uno scandalizzato Rutelli!).

I candidati erano semplicemente ridicoli: Walter Veltroni, il Delfino che deve essere eletto, e attorno a lui dei candidati senza speranza (Adinolfi? Bindi? Zio Paperino e gatto Silvestro, no?), buttati lì solo per far numero e far credere che ci fosse davvero una competizione. E il Popolo Bue, il migliore amico del Demagogo, un po’ come l’Idiota che fa sempre da spalla ai piani del capo-bulletto, ci casca alla grande e si sente pure felice di legittimare un’indegna elezione bulgara.

Ti piace vincere facile, eh, Veltroni?
Dov’erano i VERI candidati? Dov’erano Fassino, D’Alema e Rutelli? Io Rutelli o D’Alema li avrei anche votati, sono politici che stimo (nel limite di quanto si possa stimare un politico), ma non Veltroni, quel disastro ambulante spacciato come Sindaco della Rinascita di Roma che poi son tutte stronzate sparate per abbindolare il popolo perché Roma sotto la crosta pubblicitaria sta con le pezze al culo peggio di prima. Sindaco delle fosse stradali mai aggiustate lo chiamerei piuttosto, o Sindaco delle immense spese in feste pubbliche se preferite.
Veltroni, il Sindaco degli Sprechi …sprechi che però fanno pubblicità a Roma! Pane e Spettacoli, come gli imperatori romani, e se poi tutto va allo sfacelo e i motociclisti crepano a centinaia per le strade piene di buche chissenefrega, basta che il popolo si diverta al suono delle Notti Bianche!
Primarie? Primarie FARSA!
Nelle vere Primarie, come le fanno in USA, i candidati si scannano davvero per farsi eleggere, non si tirano tutti indietro perlasciare l’unico candidato decente in modo che la gente sia costretto a votarlo. Veltroni è l’uomo scelto dall’alto, come un monarca che sale al Trono perché è il parente più vicino del precedente Re defunto, scelto dall’alto (da Dio?) e non dal Popolo. Il Popolo al più lo può confermare il suo Monarca, giurandogli fedeltà e fiducia.
Ecco cosa è stata l’elezione di Veltroni: l’ascesa di un Monarca, per Volontà Divina, confermato dal Popolo chiamato a giurargli Fedeltà.


No, signorina, lei al più è un’idiota se lo pensa: è differente!


E pure per questo candidato Farsa, che sapeva di vincere da settimane, si sono pure fatti ampi brogli! Tutti, tranne gli idioti, sanno benissimo che se per votare basta andare in un qualsiasi gazebo (senza dover andare per forza in uno specifico, come invece succede con le elezioni “vere” dove ti timbrano la tessera elettorale e puoi votare solo in una specifica locazione) sarà ben difficile che ci possano essere controlli.
Minorenni e Immigrati, essendo privi di tessera elettorale, avevano voto libero: entri, voti e tanti saluti. Se poi aggiungete che anche l’unico controllo possibile, quello del documento elettorale, era saltato… allora anche gli adulti possono votare quante volte vogliono!

Anche senza rischiare la fortuna nella stessa sede (che magari qualcuno che crede nella democrazia potrebbe accorgersi della truffa), è sufficiente fare un rapido giro della città per trovare almeno quattro o cinque punti in cui votare liberamente una volta per ognuno!
E c’era anche di peggio, come il fenomeno dei Caporali che letteralmente portano la gente a votare come se fossero mandrie di mucche da vendere! Fenomeni denunciati dagli stessi politici di sinistra, quelli meno fortunati che non dovevano poter ricevere voti, si intende:

Il candidato agrigentino Arnone, vicino alla Margherita, in corsa contro il viceministro delle Infrastrutture Angelo Capodicasa, racconta al Giornale: «Ho chiamato i carabinieri perché vedevo arrivare al seggio battaglioni di extracomunitari, erano accompagnati dai caporali, sempre le stesse persone. Ne conoscevo uno. Lo fermo e gli dico: Mohamed, ma come mai siete tutti qui a votare? E lui: “Siamo qui perché votiamo per la lista che vuole l’immigrazione contro la lista che ci vuole mandare a casa”. Tutti avevano in tasca il facsimile di Capodicasa»


Ma allora quale era il vero scopo di queste elezioni?

Oltre a dare l’Illusione della Democrazia ai soliti milioni di idioti, il Popolo Bue, che con la propria stupidità è la vera minaccia al meccanismo della Democrazia Consapevole, qual era il vero scopo?
Provate a pensarci: contribuire con un euro alle spese di votazione. Un euro, sembra poco, ma quanto di quell’euro andrà realmente a coprire spese di votazione e il resto? In tasca al Partito.

Non ci credi? Leggi qua:

«Abbiamo detto che hanno votato 3 milioni e 400mila elettori giusto? - calcolava il coordinatore per la Margherita Mario Barbi, a piazza Santi Apostoli, con alcuni giornalisti - dunque abbiamo guadagnato almeno 3 milioni e 400mila euro. Ne abbiamo spesi 2 milioni. Siamo ampiamente sopra» [Sopra di 1 milione e 400mila euro, NdA]

Finanziamento del Partito Democratico, qualunque imbecille lo sa e lo sapeva.
Tranne forse tu, mio lettore dallo sguardo vacuo, che hai votato Veltroni e pensi ancora di aver davvero partecipato al processo democratico. Grazie, caro amico bue, che uccidi la Democrazia pensando di aiutarla.



Per saperne di più:
Veltroni, ti piace vincere facile?
Primarie: Rutelli scopre le truffe
Il fenomeno del caporalato