Archivio per la Categoria 'Corruzione'
- La Sinistra: Incapacità e Fame di Potere by Il Duca
- Putin: un grande uomo! by Il Duca
- La Parola a Di Pietro su "Why Not" e una riflessione by Il Duca
La Sinistra: Incapacità e Fame di Potere
Posted by Il Duca on 28 Jan 2008 | Tagged as: Articoli di giornale, Corruzione, Politica, Sinistra
ATTENZIONE! Questo post contiene offese gratuite contro la feccia di Sinistra in generale e graziose accuse di Tradimento… e ancora peggio: contiene realtà scomode che un vero elettore di sinistra preferirebbe ignorare cacciando la propria graziosa testa piena di merda sotto la sabbia. Se ritenete che il suddetto materiale possa offendervi andatevene affanculo. O a Cuba, che è uguale.
Il Corriere della Sera non è propriamente un giornale di destra o di sinistra, ma uno di quei quotidiani ondivaghi che seguono il potere. Quando si ipotizzo per il 2006 una vittoria sfolgorante della Sinistra, il Corriere dichiarò di essere schierato in appoggio alla Sinistra. Un fatto strano in Italia che un quotidiano come il Corriere si schierasse esplicitamente, quando gran parte della sua forza era di “aver illuso la clientela” di non essere fazioso per poi gettarsi sul carro del vincitore.
Ma il Corriere aveva odorato una vittoria netta e preferì premunirsi, peccato che aveva fatto male i conti sul reale vantaggio della Sinistra: le vendite ne risentirono pesantemente, a favore delle vendite de Il Giornale. Il pubblico di centro destra, ovvero metà degli italiani, ben più di quanto credevano i giornalisti a causa di una campagna denigratoria contro il centrodestra a cui avevano finito per credere loro stessi (bravi coglioni!), non avevano gradito la presa di posizione così netta.
Il Corriere, quindi come già detto non un quotidiano esplicitamente schierato come “il Giornale” o un qualche Gazzettino Locale di Forza Nuova, giusto ieri ha pubblicato un editoriale piuttosto aggressivo contro la Sinistra, la sua incapacità e impossibilità congenita di governare e la sua fame di potere e di poltrone.
Alle origini del fallimento
di Ernesto Galli Della Loggia, Corriere della Sera, 27 gennaio 2008
La fine del governo Prodi evoca innanzi tutto un’importante questione storica destinata, temo, ad accompagnarci a lungo: la costante minorità numerica della sinistra italiana, e dunque la sua costante debolezza elettorale di partenza. L’Italia profonda non è un Paese progressista. Ciò costringe la sinistra, per avere qualche probabilità di andare al governo, ad allearsi con forze diverse da lei, più o meno dichiaratamente conservatrici. Il che, tuttavia, come si capisce, può avvenire in momenti e su spinte eccezionali (per esempio l’antiberlusconismo) ma è difficile che duri a lungo. Si aggiunga — come concausa di questa minorità, e sua aggravante — la paralizzante eredità comunista. La vicenda italiana indica quanto sia difficile che da quell’eredità nasca un’evoluzione di tipo uniformemente socialdemocratico. La stragrande maggioranza degli eredi del vecchio Pci, infatti, come si sa, ha rifiutato tale evoluzione e il suo nome, preferendo invece, al suo posto, quello alquanto vago di «democratici ».
Accanto a loro è nato dal tronco del vecchio partito un blocco di tenace radicalismo (le tre o quattro formazioni che ancora si dicono «comuniste») il quale include almeno un terzo dell’antico elettorato di Botteghe Oscure: insomma un ulteriore fattore di debolezza. C’è poi da ultimo la sinistra cattolica proveniente dalla vecchia Democrazia Cristiana. Per avere qualche speranza di vincere è necessario dunque assommare e combinare queste tre componenti, e in più, come dicevo, è necessario trovare un’alleanza con il centro. Un’impresa non da poco, bisogna ammettere; proprio per riuscire nella quale si è spinti a ricorrere a una personalità a suo modo autonoma e di prestigio, per esempio Romano Prodi, la quale però a sua volta tenderà per forza di cose a concepire anch’essa prima o poi una sua personale strategia, a costituire un suo personale polo politico. Portando così al massimo il potenziale divisivo e la confusione delle lingue. Il governo Prodi, già nato sulla base di queste difficoltà strutturali, le ha aggravate di suo con una serie di errori e di insufficienze. Innanzi tutto con la faccenda del programma. Invece di provare a superare la fortissima disomogeneità dell’alleanza accordandosi preliminarmente su cinque, al più dieci, cose importanti da fare nella legislatura, invece di perdere anche magari qualche settimana prima delle elezioni a discutere priorità e stabilire modalità a quel punto davvero vincolanti, si è preferito soddisfare le esigenze identitarie dei circa dieci-dodici componenti della coalizione e compilare un ridicolo programma «monstre» di 280 e passa pagine, impossibile da attuare ma solo fonte di discussioni e rivendicazioni continue, da parte di tutti contro tutti, appena si è cominciato a governare: e da cui nessuno, ovviamente, si è mai sentito impegnato. Anche su queste secche si è incagliata la capacità realizzativa del governo. La cui portata assai limitata, del resto, si è però vista già all’inizio, nell’ estate del 2006, quando il ministro Bersani presentò un pacchetto di riforme liberalizzatrici che, pur se nella sostanza cautissime, furono ancor di più sterilizzate finendo per partorire il più classico dei topolini.
Egualmente, di qualunque vera riforma dell’ordinamento giudiziario— un’altra questione cruciale che mina la vita del Paese — non si è sentito mai parlare. Lo stesso dicasi poi per quella che pure il centrosinistra aveva presentato come la più urgente ed essenziale delle riforme: la legge sul conflitto d’interessi. Sono pure cadute nel dimenticatoio grandi questioni nazionali, come l’infame legislazione sulla sanità pubblica, le condizioni delle reti infrastrutturali, lo stato disastrato dell’istruzione. Per quanto riguarda i conti pubblici, infine, anche qui all’urgenza da tutti invocata di ridurre la spesa pubblica non è stato dato alcun seguito, nel mentre si è ricorso come sempre all’aumento del carico fiscale. Insomma, la coalizione di centrosinistra, presentatasi come portatrice di volontà e di visioni realizzative assai superiori a quelle dei suoi avversari, è mancata clamorosamente alla promessa creando un sentimento di disillusione profonda nell’opinione pubblica. Sentimento accresciuto dalla presenza, anche ai vertici, di un personale politico troppo di frequente demagogico, vuotamente assertivo quanto inconcludente, di cui il ministro Pecoraro Scanio è stato l’esempio ormai emblematico.
Un personale politico che su un altro versante ancora ha mostrato peraltro la sua scarsa qualità: su quello dell’occupazione del potere. A cominciare dal presidente del Consiglio il centrosinistra ha condotto dappertutto una sistematica politica lottizzatrice. I suoi uomini di governo, favoriti dalla vasta influenza sociale e culturale a loro omogenea, frutto della storia della Repubblica, non hanno mai fatto spazio a nulla e nessuno che non portasse la loro etichetta politica.
Posti, incarichi e finanziamenti sono andati solo a persone e cose della loro parte. Per quella che non era ritenuta tale, invece, non si è mancato di fare ricorso a pressioni dirette e indirette, intrecciate a più o meno sottili intimidazioni. In questo modo, e abbastanza paradossalmente, la coalizione di centrosinistra è venuta costruendo un’immagine di sé sempre più identificata con le oligarchie e i poteri tradizionali, con le nomenclature più tenaci della Repubblica. E ben prima che il verdetto del Senato sono stati lo scoramento e la delusione che tutto ciò, insieme al resto, ha provocato nei suoi stessi elettori, che hanno scavato la fossa in cui alla fine il governo è precipitato.
Chi è disposto ad aprire gli occhi può farlo: la Sinistra non è migliore né moralmente né funzionalmente della Destra, anzi, è più inefficiente, divisa e corrotta. La Sinistra satura i posti di potere, intimidisce e destituisce i magistrati scomodi, conduce campagne demonizzatrici del nemico (l’antiberlusconismo) con una politica dell’odio ideata per spostare l’attenzione del Popolo dalla sua mancanza di un vero programma coerente e costruita nello stesso modo in cui la Germania di Hitler cavalcò l’onda dell’antisemitismo.
Votare Sinistra equivale a consegnare la Nazione nelle mani dei corrotti, del nemico che minaccia l’integrità e la salute della Repubblica con la sua instabilità. Chi voterà Sinistra sapendo ora, dopo gli ultimi 18 mesi di governo, che non ci si può più affidare a false illusioni e speranze come fu nel 2006, commetterà
TRADIMENTO
CONTRO LA NAZIONE E IL POPOLO ITALIANO.
Putin: un grande uomo!
Posted by Il Duca on 06 Dec 2007 | Tagged as: Articoli di giornale, Corruzione, Filmati, Monarchia, Politica, Putin, Russia
Fonte: il Corriere della Sera del 2 Dicembre 2007.
MOSCA - Un trionfo annunciato. Ma subito contestato. Alle elezioni per il rinnovo della Duma, la camera bassa del parlamento russo, il partito del presidente Vladimir Putin ha vinto con il 64,1% dei voti (con lo spoglio delle schede al 98%). Russia Unita è seguita dal Partito comunista (Kprf) all’11,7% (fottuti bastardi rossi! NdDuca) e dai nazionalisti del partito Liberal-democratico (Ldpr) all’8,4% (uno schifo pure loro! NdDuca). L’altro partito dichiaratamente filo-Cremlino, Russia Giusta, resta in bilico sulla soglia di sbarramento, con l’8% delle preferenze. Dopo la maggioranza dei voti scrutinati, 4 partiti superano la soglia di sbarramento del 7%. In base a quanto riferito dall’agenzia Itar-Tass, che cita fonti della Commissione elettorale, il partito di Putin si è assicurato la maggioranza costituzionale di 315 seggi dei 450 seggi del nuovo Parlamento russo: è facile prevedere dunque che Russia Unita avrà mano libera per emendare la Costituzione. Secondo numerosi osservatori esterni e per diverse forze dell’opposizione le elezioni russe sono state però state caratterizzate da brogli. Duibbi arrivano dagli Usa, ma soprattutto da dall’Osce, che considera le elezioni sotto gli standard democratici (il che non è un male di per sé, rottinculo democratobalbettanti! NdDuca). Tanto che il partito comunista russo ha annunciato che non riconoscerà i risultati della consultazione (e allora andate affanculo, stronzi marxisti! NdDuca)
PUTIN POTRA’ CAMBIARE COSTITUZIONE - Con oltre 63% dei voti, Russia Unita avrà oltre 300 deputati, grazie anche alla distribuzione tra i partiti vincitori dei voti raccolti da quelli rimasti sotto lo sbarramento elettorale. Con i due terzi della Duma (la camera bassa del parlamento russo, che conta 450 seggi), Russia Unita potrà cambiare da sola anche la costituzione. Del resto il fatto che Putin partecipasse alle elezioni come capolista del partito al potere «Russia unita» - che deteneva 297 dei 450 seggi della Duma - rendeva questa consultazione un referendum pro o contro la politica di Putin e la sua persona.
ELETTO LUGOVOY - Tra i volti nuovi della Duma ci sarà anche Andrei Lugovoy, l’uomo che secondo Scotland Yard uccise l’ex agente russo Alexander Litvinenko il primo novembre del 2006 a Londra con una dose letale di Polonio 210. Lugovoy era il numero due della lista del partito Liberal democratico dell’ultranazionalista Vladimir Zhirinovsky. Subito dopo aver saputo del risultato Lugovoy si è detto soddisfatto anticipando però che ancora non sa se sarà in grado di conciliare il suo lavoro di imprenditore con quello di deputato.
AFFLUENZA ELEVATA - La partecipazione al voto è stata molto alta: l’affluenza ha superato il 60% . Il dato è stato comunicato dalla Commissione elettorale centrale. Quando a Mosca, San Pietroburgo o Smolensk, gli elettori hanno cominciato ad affluire ai seggi, nell’est dell’immenso paese erano già stati aperti nove ore prima: il territorio della Federazione russa «occupa» infatti ben nove fusi orari. In tutto, 109 milioni di elettori.
I DUE RIVALI - Ha votato anche il rivale più quotato del presidente, il leader del Partito comunista russo (Kprf) Ghennadi Ziuganov, secondo il quale le elezioni odierne «non sono democratiche» (perché invece la Dittatura del Popolo lo era? NdDuca). Ziuganov ha parlato del voto «più complicato» nella storia del multipartitismo russo, e ha denunciato numerose violazioni della legge elettorale. Un terzo leader accreditato di sufficienti consensi per superare la soglia del 7% necessaria per entrare nella Duma, l’eccentrico Vladimir Zhirinovski, si è presentato al seggio interamente vestito di rosso: non per motivi ideologici, dato che l’ex ultranazionalista ha propagandato il «centrismo» e i partiti moderati come futura caratteristica del corso politico russo di questo secolo.
L’articolo prosegue con altri dettagli sulla scarsa democraticità della votazione russa.
Un po’ di info su Putin, l’uomo che presto si consacrerà novello Zar di tutte le Russie per guidare la sua gloriosa nazione, che sotto la sua guida ha vissuto un boom economico senza precedenti, verso il futuro senza timori di derive filocomuniste e ultranazionaliste.
Vladimir Vladimirovich Putin (nato il 7 Ottobre 1952) è l’attuale Presidente della Federazione Russa. E’ diventato ufficiosamente Presidente, succedendo a Boris Yeltsin, il 31 Dicembre 1999 e lo è diventato ufficialmente il 7 maggio 2000. Nel 2004 venne rieletto per un secondo e ultimo mandato, come prevede la costituzione russa, che scadrà nel 2008.
E’ nato a Leningrado (oggi San Pietroburgo) dove visse un’infanzia povera, trascorsa in una casa comunale. Il nonno paterno, Spiridon Putin, lavorò come cuoco in una dacia al servizio di Stalin e Lenin. La madre, Maria Ivanovna Putina (1911-1999), era un’operaia mentre il padre, Vladimir Spiridonovič Putin (1911-1999), all’inizio degli anni ‘30 fu sommergibilista nella marina militare russa. Durante la seconda guerra mondiale il padre fu arruolato dal NKVD (il precursore del KGB) in un gruppo di sabotatori. Due fratelli più anziani nacquero negli anni ‘30; uno morì nei primi mesi di vita; il secondo morì di difterite durante l’assedio di Leningrado.
Putin si è laureato in Diritto Internazionale alla Facoltà di legge dell’Università Statale di Leningrado nel 1975. Membro del Partito Comunista dell’Unione Sovietica, venne arruolato alla fine degli studi nel KGB. Durante la carriera come membro e quindi dirigente dell’organizzazione segreta, durata dal 1975 al 1991, visse per cinque anni a Dresda, nella Repubblica Democratica Tedesca. Dopo il collasso della DDR Putin fu richiamato in Unione Sovietica e fece ritorno a Leningrado dove lavorò nella sezione Affari internazionali dell’Università Statale, sottoposto al vice-direttore Juri Molčanov dal giugno 1991. Nella sua nuova posizione, rinsaldò i rapporti con Anatolj Sobčak, l’allora sindaco di Leningrado. Sobčak aveva lavorato come assistente professore (non sono sicuro di questa traduzione NdDuca) durante gli anni di università di Putin e fu un suo relatore. Putin rassegnò le proprie dimissioni dai servizi di sicurezza il 20 agosto 1991 durante il fallito colpo di Stato, supportato dal KGB, contro Gorbačëv.
E qui finisce la sua carriera nel KGB e comincia quella politica che abbiamo potuto seguire negli ultimi 10 anni.
Trovate il resto dell’articolo originale qui: http://en.wikipedia.org/wiki/Putin
Un bel Video su Putin
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“Takogo kak Putin”
delle Poyushchie Vmeste
Testo tradotto in ingleseMy boyfriend is in trouble once again:
Got in a fight, got drunk on something nasty
I’ve had enough and I chased him away
And now I want a man like PutinOne like Putin, full of strength
One like Putin, who won’t be a drunk
One like Putin, who wouldn’t hurt me
One like Putin, who won’t run away!I’ve seen him on the news last night
He was telling us that the world has come to crossroads
With one like him, it’s easy to be home and out
And now I want a man like PutinOne like Putin, full of strength
One like Putin, who won’t be a drunk
One like Putin, who wouldn’t hurt me
One like Putin, who won’t run away!
Visto che vi è piaciuto molto vi aggiungo un videoclip extra
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Come si può non essere d’accordo con loro?
Viva Putin! Viva Russia Unita!
Il Duca è con te, Putin!
Lunga Vita allo Zar!
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La Parola a Di Pietro su “Why Not” e una riflessione
Posted by Il Duca on 25 Oct 2007 | Tagged as: Corruzione, Filmati, Magistratura, Politica, Riflessioni, Sinistra
Lascio la parola a Di Pietro, riportando l’articolo sul suo blog e il video informativo.
L’informazione in Italia è funzionale al mantenimento dei poteri costituiti.
Questa affermazione può apparire scontata, in particolare se detta da me e dall’Italia dei Valori che ci battiamo da tempo per un’informazione libera.
I media hanno strumentalizzato la mia richiesta di restituire a De Magistris l’inchiesta Why Not trasformandola in una contrapposizione tra me e il ministro della Giustizia. La contrapposizione è invece tra il Paese e questa classe politica che non vuole farsi giudicare.
Sul trasferimento di De Magistris, tranne rare eccezioni, sono d’accordo tutti, nel centro sinistra e nel centro destra.
Se l’inchiesta di De Magistris avesse riguardato cittadini comuni e non dei politici ci sarebbero stati la richiesta di trasferimento di De Magistris, la continua fuga di notizie e la loro pubblicazione sui giornali, l’avocatura e, infine, il trasferimento degli atti dell’inchiesta alla procura di Roma? La risposta non può che essere negativa.Why Not coinvolge in prima persona il presidente del Consiglio e il ministro della Giustizia in una vicenda legata all’erogazione di miliardi di euro di fondi europei in Calabria. De Magistris deve andare fino in fondo o il Governo sarà, di fatto, delegittimato.
Non amo Di Pietro, in particolare per la sua fiducia eccessiva nella Magistratura, e anche se non sarà una cima di intelletto o di coraggio o di capacità politica, lo ritengo una persona volenterosa e onesta, che è più di quanto si possa dire di tante persone.
La Magistratura è formata, data l’assenza di una scuola specifica che la addestri (basta una laurea e vincere un concorso per essere magistrato), da un’accozzaglia di incompetenti se non di corrotti, chiusi in una Casta che “giudica e protegge sé stessa“. E penso di saperne qualcosa, dato che ho parenti ufficiali nell’esercito e nell’arma dei Carabinieri che hanno lavorato e lavorano al fianco di questi soggetti, rilevando continuamente la totale mancanza di buon senso, se non l’indecente ignoranza delle procedure di polizia e delle leggi stesse.
Io in prima persona sono stato vittima della malafede e della stupidità della magistratura della mia città, che per pigrizia (il magistrato mi aveva rinviato a giudizio SENZA conoscere il caso) mi ha fatto sborsare 500 euro d’avvocato (per ora: ricordate che nelle cause con lo Stato le spese NON vengono rimborsate! Solo tra comuni cittadini che sbaglia paga per entrambi). Ho detto senza conoscere il caso perché è proprio così: un mio parente, ufficiale dell’Arma, è andato ad affrontare a faccia a faccia il suddetto magistrato (che ha tentato pure una fuga fingendo di parlare al cellulare spento quando gli è stato annunciato che un ufficiale dei carabinieri voleva parlargli) e da lui stesso ha scoperto che questi nemmeno sapeva di cosa parlasse il mio caso, nato da un errore di valutazione di alcuni anni prima di un altro magistrato poco avvezzo al funzionamento del web. Gli stessi uomini della Digos con cui avevo parlato all’epoca, che non avevano trovato nulla di disdicevole durante la perquisizione, avevano confermato che non solo non sussisteva a parer loro alcun reato da parte mia, ma addirittura il mio voler risolvere il malinteso iniziale addirittura togliendo le pagine internet “non illegali, ma di cattivo gusto” era un segno di sicura buona volontà (come scrissero nel verbale della perquisizione).
I Magistrati sono persone senza istruzione specifica nel loro lavoro, che operano solo perché “laureati” e perché “hanno vinto un concorso”. Affidereste un’armata a un tenente che non ha fatto la Scuola di Guerra, ma solo l’Accademia e gli studi specialistici (che, appunto, forniscono una “laurea”), e non ha lavorato mai nello Stato Maggiore? Affidereste la costruzione di un grattacielo a un architetto neo-laureato, privo di competenze specifiche e di gavetta? No.
E allora perché affidare il destino dei cittadini, l’ascia crudele della legge, in mano a questa gente?
