Archivio per la Categoria 'Articoli di giornale'
- La Scuola in Terronia: peggio dell'Azerbaigian! by Il Duca
- Una lezione per la piccola e aggressiva Georgia by Il Duca
- Corrado Carnevale su Di Pietro: mi pento di averlo promosso by Il Duca
- Politica e Giustizia: lo strano caso italiano by Il Duca
- Storie di ordinaria pedofilia islamica by Il Duca
- Dannazione, un altro nazista con Che Guevara! by Il Duca
- Speciale Beppe Grillo, il grande truffatore by Il Duca
- Vince il progresso contro le ideologie del passato by Il Duca
- Max Mosley: solo un po' di sano Nazi-BDSM! by Il Duca
- Italiani ignoranti e analfabeti: niente di nuovo by Il Duca
- Pari opportunità Islamiche per handicappati by Il Duca
- La Sinistra: Incapacità e Fame di Potere by Il Duca
- Addio Mortadella: un amore lungo 18 mesi by Il Duca
- Laicità o intolleranza e oscurantismo? by Il Duca
- Il Solo che Ride (spero ancora per poco) by Il Duca
- Putin: un grande uomo! by Il Duca
- La battaglia contro la modernità distrugge il pianeta by Il Duca
- Stuprata in carcere da 20 uomini by Il Duca
- L'Italia sotto Assedio voluta dalla Sinistra by Il Duca
- Il Problema più grosso di Prodi: i dissidenti a turno. by Il Duca
- Intervista a Steinberger sul Riscaldamento Globale by Il Duca
- Tassare Internet e limitare la libertà. by Il Duca
- Il Governo ordina a "il Giornale" cosa pubblicare. Libertà di stampa? by Il Duca
- Primarie farsa: il Monarca e i Finanziamenti by Il Duca
- Salvateci dagli Ambientalisti di Sinistra by Il Duca
La Scuola in Terronia: peggio dell’Azerbaigian!
Posted by Il Duca on 27 Aug 2008 | Tagged as: Articoli di giornale, Cultura, Scuola
Solite informazioni sui Terroni. Cose già note.
In fondo se stanno messi così un motivo ci sarà. E non è solo il malvagio Piemonte invasore. Sono passati più di cento anni, sembra di sentire le recriminazioni dei negri per lo schiavismo! Via dal Sud Italia, caproni Africani!
Adesso va di moda dire che il ministro Gelmini è razzista. Quando non si hanno più argomenti, spunta sempre il razzismo. Anche un po’ il fascismo, quello non tramonta mai, come il doppiopetto blu. Ma il razzismo è il vero tormentone dell’estate, l’epiteto cult, l’hit del momento nella parade dell’insolenza. Cerchi di mettere ordine nei campi rom? Sei razzista. Cerchi di fare il federalismo? Sei razzista. Elogi gli atleti veneti che vincono medaglie alle Olimpiadi? Sei razzista. E, di conseguenza, anche se cerchi di cambiare la scuola, inevitabilmente, finisci per essere un po’ razzista. Così, senza un vero motivo. O meglio, per lo stesso motivo per cui un anno si vestono tutti d’arancione e l’anno dopo tutti di lillà. C’est chic.
Del resto, che ci volete fare? D’istruzione se ne vede sempre meno, distruzione invece sempre di più. E un ministro che prova a mettere fine a quarant’anni di lassismo e perdonismo post sessantottino, si capisce, dà fastidio a molti. Soprattutto a quelli che in quel mare nero hanno sguazzato per anni: sindacati parassiti, professori fancazzisti, bidelli nullafacenti, studenti asini etc. Per questo motivo temo che di attacchi alla Gelmini dovremo aspettarcene molti, nei prossimi mesi. Ed è un peccato: perché la furia con cui si difendono i privilegi impedisce di vedere i problemi. Presupposto essenziale, come si sa, per cercare di risolverli.
A proposito del Sud, per esempio, l’onda di reazioni scomposte che ha travolto il ministro Gelmini, ha finito per oscurare il tema che lei cercava di sollevare e che davvero dovrebbe essere, nell’interesse di tutti, al centro del dibattito. E cioè lo sfascio della scuola meridionale. Lo sfascio della scuola meridionale, si badi bene, non solo non è un’opinione razzista: non è nemmeno un’opinione. È un dato di fatto. Certificato, fra l’altro, da tutte le ricerche internazionali, a cominciare dal sempre citato rapporto Ocse-Pisa del 2006, quello che colloca gli studenti italiani al 36° posto su 57 Paesi per cultura scientifica, al 38° per competenze in matematica e al 33° per competenze in lettura, rivelando che uno studente italiano su tre non sa leggere un grafico o convertire una moneta, quattro su dieci si impappinano nella lettura di un testo discontinuo e sei su dieci non riescono a spiegare da che cosa dipenda l’alternarsi del giorno e della notte.
|
|
Terronia: un tempo patria di pensatori greci, ora di soppressata, cassata e cannoli in salsa mafiosa! |
Queste brillanti posizioni, infatti, sono il risultato di una media nazionale impietosa fra i ragazzi veneti e lombardi (che sono ben al di sopra del livello internazionale) e quelli del Mezzogiorno (che vagolano nei bassifondi delle classifiche dietro serbi, turchi e uruguagi). Tanto per dire: i quindicenni giuliani e friulani sono secondi al mondo in scienze, dopo i finlandesi, e terzi in matematica, dopo finlandesi e canadesi. Al contrario i siciliani sono tra i più ignoranti del pianeta: fatta una scala da sei (i più bravi) a uno (i più asini) quelli che si collocano al gradino più basso o addirittura al di sotto sono il 42 per cento. Il doppio della media Ocse. Il quadruplo dell’Azerbaigian.
|
|
L’Azerbaigian è qui. So che non dirà niente ai Terroni, perché pensano che il Caucaso sia un ballo sudamericano, ma poco importa: entro qualche mese Putin raderà al suolo anche quel paese e l’onta sarà lavata! |
E di chi è la colpa se nelle scuole del Sud si allevano generazioni di studenti asini, convinti che l’Italia sia bagnata solo da due mari (mar Tirreno e Marsala), che il Monviso sia sulle Alpi Cozze (magari in compagnia delle Alpi Vongole) e che Philadelphia sia la capitale del formaggio Kraft? Del destino cinico baro? Del razzismo del ministro Gelmini? O piuttosto: non ci sarà anche qualche responsabilità degli insegnanti? Certo: nel Mezzogiorno le strutture sono fatiscenti, i laboratori non esistono, i soffitti delle aule sembrano fatti con la torta sbrisolona tanto facilmente vengono giù. C’è un problema di edilizia, c’è un problema di contesto sociale e magari anche di motivazioni. Ma è possibile che gli insegnanti non si sentano chiamati in causa? Possibile che non abbiano nessuna responsabilità?
Mezzo secolo fa, nel 1951-52, la percentuale di bocciati alla maturità in Italia fu pari al 28,4 per cento. Oggi (dato 2006) è del 2,8 per cento. Dieci volte di meno. Vi pare bassa? Ebbene, in Sicilia è ancora più bassa: l’1,3 per cento, oltre venti volte in meno rispetto alla media nazionale di cinquant’anni fa. E nella provincia di Enna e Messina scende addirittura allo 0,9 per cento. È mai possibile? Il rapporto Ocse-Pisa dice che gli studenti siciliani sono abissalmente ignoranti, il quadruplo dei loro coetanei caucasici dell’Azerbaigian, eppure i loro professori non se ne accorgono. Li considerano sufficientemente preparati. E li promuovono in massa. Ma sì, avanti tutti, compresi quelli che pensano che in Turchia si parli il turchese e che il padre della teoria dell’evoluzionismo sia Ciao Darwin. Sì, Ciao Darwin. E Bonolis è l’anello mancante.
|
| L’anello mancante era lo scimmione educato che ha smesso di seguirlo? |
È sbagliato interrogarsi su questi risultati? È sbagliato interrogarsi sulla qualità di questo insegnamento? È razzista? In questi anni abbiamo riempito le regioni meridionali di professori: molti si sono fatti assumere al Nord e poi hanno chiesto trasferimento a casa. Risultato: una sproporzione notevole, tutta a vantaggio del Meridione. Al Nord Ovest c’è il 26 per cento degli abitanti e il 22 per cento degli insegnanti, al Nord Est il 18 per cento degli abitanti e il 14 per cento degli insegnanti, al Sud invece c’è il 24,5 per cento degli abitanti e il 30 per cento degli insegnanti. È troppo chiedere che, con tutto questo spiegamento di forze, si formino studenti capaci di distinguere i chierici dagli abitanti di Chieri e i posteri dai postini? È troppo chiedere che, in queste scuole sovraffollate di prof, non escano più diplomati convinti che Tiepolo sia il fratello di Pisolo e Mammolo? È troppo? O è razzista? Perché continuare a intonare questo mantra alla moda? Non sarà nell’interesse di chi non vuole assumersi le proprie responsabilità? E, soprattutto, non sarà nell’interesse di chi non vuole cambiare questa scuola che cade a pezzi? E se la scuola non cambia, chi ne viene più danneggiato? I ragazzi del Friuli Venezia-Giulia, che già oggi sono molto più preparati dei loro coetanei di tutto il mondo, o i siciliani che erano, sono e rischiano di restare quattro volte più ignoranti dei colleghi dell’Azerbaigian?
Autore: Mario Giordano
Una lezione per la piccola e aggressiva Georgia
Posted by Il Duca on 13 Aug 2008 | Tagged as: Articoli di giornale, Politica, Putin, Russia
La guerra tra Russia e Georgia è un caso strano, soprattutto per via della confusione dei primi giorni in cui non si capiva molto quello che stava accadendo grazie al desiderio di molti giornalisti occidentali di dipingere la Russia come “aggressore perché stava vincendo” invece che come “difensore che si è spinto oltre il minimo necessario”.
E poi, diciamolo, la Georgia amica degli USA, amica della UE, in attesa dell’ingresso nella NATO, insomma la piccola repubblica amata dal mondo, ha subito fatto venir voglia ai giornalisti di difenderla contro la violenza della Russia del “De Facto Dittatore” Putin, una Russia che a parole ha già dichiarato più volte di non essere più disposta a essere considerata una ex-potenza.
A qualcuno, leggendo certe affermazioni del governo georgiano alle agenzie di stampa come non ci aspettavamo che la reazione russa fosse così rapida, dopo poco tempo venne qualche dubbio su cosa la Georgia stesse facendo per contare su una reazione russa troppo lenta. Vi ricordo che l’esercito russo fino a non molti anni fa era completamente a pezzi, incapace di reagire, privo di addestramento, senza paghe e spesso senza logistica e viveri per muoversi: vedesi Grozny, 1994.
E infatti già da un paio di giorni i nodi, perfino sui giornali, stanno venendo al pettine: la Russia ha difeso la provincia autonoma dell’Ossezia del Sud (nominalmente georgiana, mentre l’Ossezia del Nord è russa) dall’aggressione dell’esercito georgiano che stava iniziando il massacro della popolazione civile colpevole di essere indipendentista.
Come mai rischiare così tanto? Beh, una buona spiegazione la dà Gorbaciov nell’articolo qui sotto, ma in più vorrei aggiungere che l’attuale presidente georgiano Mikhail Saakashvili, al contrario del gelido e razionale Putin, è noto per essere un uomo presuntuoso, impulsivo e molto emotivo.
Insomma, il contrario di un buon politico che voglia “giocare con la guerra” come Putin.
Detto questo, riporto l’articolo di Mikhail Gorbaciov uscito oggi su alcune testate giornalistiche italiane e straniere.
Gli avvenimenti della scorsa settimana in Ossezia del Sud non possono che impressionare e addolorare chiunque. Ormai, migliaia di persone sono morte, altre decine di migliaia si sono trasformate in profughi, città e villaggi sono distrutti. Nulla può giustificare la perdita di queste vite e la distruzione di queste città. È un monito per tutti.
Le radici di questa tragedia risalgono alla decisione, presa nel 1991 dai leader separatisti della Georgia, di abolire l’autonomia nell’Ossezia del Sud. Fatto che creò una situazione esplosiva per l’integrità territoriale della Georgia. Ogni volta che i diversi leader georgiani successivi cercavano d’imporre la loro volontà con la forza - sia nell’Ossezia del Sud sia in Abkhazia, dove i problemi di autonomia sono molto simili - la situazione peggiorava ulteriormente. Le nuove ferite aggravavano le vecchie.
Ciò nonostante, era ancora possibile trovare una soluzione politica. Per un po’ di tempo, in Ossezia del Sud venne mantenuta una relativa calma. La forza di pace, costituita da russi, georgiani e osseti, compiva la sua missione, e i comuni cittadini osseti e georgiani, che vivono a stretto contatto tra loro, trovavano almeno un territorio comune.
In tutti questi anni, la Russia ha sempre riconosciuto l’integrità territoriale georgiana. È chiaro che l’unico modo di risolvere il problema dell’Ossezia del Sud può essere solo un modo pacifico. E comunque, in un mondo civilizzato, non c’è altra scelta.
La leadership georgiana ha respinto con arroganza questo principio basilare. Ciò che è accaduto la notte del 7 agosto scorso va oltre ogni comprensione. L’esercito georgiano ha attaccato la capitale dell’Ossezia del Sud, Tskhinvali, con lanci multipli di razzi, progettati per devastare ampie zone del Paese. La Russia doveva rispondere. Accusarla di aggressione contro «la piccola, indifesa Georgia», non solo è ipocrita, ma dimostra mancanza di umanità.Lanciare un attacco militare contro cittadini innocenti è stata una decisione sconsiderata, le cui tragiche conseguenze per migliaia di persone di nazionalità diversa sono ora chiare. La leadership georgiana ha potuto compiere questo atto solo perché percepiva il sostegno e l’incoraggiamento di una forza molto più potente. Le forze armate georgiane erano state addestrate da centinaia di istruttori statunitensi, e il loro sofisticato equipaggiamento militare era stato acquistato in diversi Paesi. Questo fatto, in aggiunta alla promessa dell’entrata nella Nato, ha imbaldanzito a tal punto i leader georgiani, fino a convincerli di poter uscire vittoriosi attaccando con una «guerra lampo» l’Ossezia del Sud.
In altre parole, il presidente georgiano Mikhail Saakashvili si aspettava un supporto incondizionato dall’Occidente, e l’Occidente gli aveva dato ragioni sufficienti per farglielo credere. Adesso che l’attacco militare georgiano è avvenuto, il governo georgiano e i suoi sostenitori dovrebbero rivedere la loro posizione.
Le ostilità devono cessare il più presto possibile e si devono prendere urgenti provvedimenti per aiutare le vittime - la catastrofe umanitaria, purtroppo, è stata oggetto di scarsissima attenzione nei media occidentali in questo ultimo weekend - e per ricostruire città e villaggi devastati. È altrettanto importante incominciare a pensare di risolvere il problema di fondo, che è uno dei temi più sofferti e difficili nel Caucaso, una regione il cui approccio dovrebbe essere affrontato con la massima attenzione. Quando scoppiarono per la prima volta i problemi in Abkhazia e in Ossezia del Sud, avevo proposto che la soluzione avvenisse attraverso la creazione di una federazione, che avrebbe garantito alle due Repubbliche ampia autonomia. L’idea fu scartata, specialmente dai georgiani. Gli atteggiamenti, a poco a poco, cambiarono, ma dopo quanto accaduto la settimana scorsa sarà molto più difficile raggiungere un accordo, anche su tale base.
I vecchi rancori sono un peso enorme. La guarigione è un processo lungo che richiede pazienza e dialogo, e che ha come requisito inderogabile l’esclusione dell’uso della forza. Ci sono voluti decenni per portare a termine conflitti analoghi in Europa e altrove, e ancora oggi vecchie controversie stentano a spegnersi. Oltre alla pazienza, questa situazione esige saggezza.
Le piccole nazioni del Caucaso hanno già una storia che le ha viste convivere tra loro. È stato dimostrato che una pace duratura è possibile, che tolleranza e collaborazione possono creare le condizioni per una vita e uno sviluppo normali. Non c’è nulla di più importante.
I leader politici della regione devono essere capaci di realizzare questo obiettivo. Invece di usare la potenza militare, dovrebbero dedicare i loro sforzi a costruire le basi per una pace duratura.
Nei giorni scorsi, alcuni Paesi occidentali, in particolare al Consiglio di sicurezza dell’Onu, hanno preso posizioni ben lungi dall’essere equilibrate. Ne è risultato che il Consiglio di sicurezza non ha potuto agire efficacemente fin dall’inizio di questo conflitto. Dichiarando il Caucaso - regione che si trova a migliaia di chilometri dal continente americano - una sfera di «interesse nazionale», gli Stati Uniti hanno commesso un errore madornale. Naturalmente la pace nel Caucaso è nell’interesse di tutti. Ma è semplicemente segno di buon senso riconoscere che la Russia ha in quella regione le sue radici, sia per posizione geografica sia per secoli di storia. La Russia non cerca l’espansione territoriale, ma ha in questa regione interessi legittimi.
L’obiettivo a lungo termine della comunità internazionale dovrebbe essere quello di creare un sistema subregionale di sicurezza e collaborazione, tale da rendere impossibile ogni provocazione e ogni possibilità di crisi come quella di oggi. Costruire un sistema del genere sarebbe una bella sfida e questo si potrebbe realizzare soltanto con la collaborazione dei Paesi di quella regione. I Paesi al di fuori possono, forse, aiutare, ma solo prendendo una posizione obiettiva e imparziale. La lezione ricavata dai recenti avvenimenti è che i giochi geopolitici sono pericolosi ovunque, non soltanto nel Caucaso.
©Washington Post - AdnKronos.
Traduzione per IlGiornale di Rosanna Cataldo.
|
| Una delle vignette più oneste sulla vicenda |
Corrado Carnevale su Di Pietro: mi pento di averlo promosso
Posted by Il Duca on 05 Jul 2008 | Tagged as: Articoli di giornale, Magistratura
Il giudice Corrado Carnevale, magistrato di Cassazione scrupoloso e garantista, ha combattuto a lungo la casta delle toghe e dopo dieci anni l’ha avuta vinta ed è stato reintegrato al suo posto. Nonostante avesse già raggiunto l’età pensionabile rimarrà in servizio per tutto il tempo in cui era stato sospeso durante la sua lunga battaglia giudiziaria.
È stato per 18 anni presidente di sezione in Cassazione, a lungo a capo della prima penale, quando si guadagnò l’appellativo di «giudice ammazzasentenze» per l’alto numero di pronunce annullate. Ora a 76 anni e a cinque di distanza dal suo pensionamento, Corrado Carnevale tornerà a indossare la toga in quella stessa Suprema Corte e nello stesso ruolo che ricopriva quando abbandonò la magistratura. Dopo un lungo braccio di ferro, il plenum del Csm ha dato il via libera alla riammissione nell’ordine giudiziario del magistrato che fu al centro di aspre polemiche e che decise di ritirarsi nel 2001 dopo essere stato condannato dalla corte d’appello di Palermo per concorso esterno in associazione mafiosa; una sentenza che venne annullata l’anno dopo dalla Cassazione.
Si è trattato di una decisione sofferta. È passata con un solo voto di scarto tra favorevoli e contrari: 11 voti contro 10 e quattro astensioni. E lo scontro tra i due opposti schieramenti si è giocato tutto sull’interpretazione da dare alla sentenza del Consiglio di Stato che ha annullato la delibera con cui due anni fa il Csm aveva bocciato la richiesta di Carnevale di tornare in servizio, in applicazione della legge, di cui lo stesso magistrato si definisce «ispiratore», che nel 2003 ha stabilito il diritto al reintegro per i pubblici dipendenti sospesi dal servizio in conseguenza di un procedimento penale che si sia concluso con l’assoluzione.
Carnevale, personaggio scomodo accusato di essere colluso coi mafiosi dai suoi colleghi e in tal modo tolto di scena per alcuni anni, ha rilasciato in un’intervista il suo parere sulla politica dell’attuale governo e sull’ex-collega Antonio di Pietro, un tempo famoso magistrato e ora rinomato demagogo e diffamatore, con l’hobby di far l’untore di menzogne.
Fonte: Il Velino, Agenzia Stampa Quotidiana Nazionale
“Oggi mi pento di aver fatto promuovere Antonio Di Pietro al concorso in Magistratura”: l’affondo è del giudice Corrado Carnevale, Presidente di Sezione alla Corte di Cassazione. Il Dottor Carnevale va a tutto campo nell’intervista rilasciata al condirettore di Petrus Bruno Volpe. Giustifica le impronte digitali ai bimbi rom, dubita dell’efficacia del delitto di immigrazione clandestina, invita alcuni colleghi a studiare di più e a dedicarsi di meno alla televisione, ma è proprio Di Pietro il suo bersaglio preferito.
Dottor Carnevale, perché si dice pentito di aver promosso il leader dell’Italia dei Valori al concorso in Magistratura?
“Perché fu un grande errore. Mi lasciai commuovere dal suo curriculum. Era stato in seminario ed era di famiglia povera. Fu così che chiusi un occhio davanti ad alcune sue lacune”.
Ritiene compatibile con l’etica del Magistrato l’aver accettato, come fece Di Pietro, un prestito di cento milioni di lire da un privato?
“No. Io sarei andato in banca, come qualsiasi altro mortale. Ma il giudice Di Pietro poteva tutto, si sentiva onnipotente”.
Parliamo dei magistrati: secondo Lei dovrebbero studiare di più…
“Intanto se sbagliano, paghino. In genere, i Magistrati che svolgono degnamente il loro mestiere, rappresentano la maggioranza della categoria, ma alcuni invece di andare in Tv farebbero meglio ad approfondire la conoscenza dei codici e delle carte processuali”.
Ritiene che in Italia si indaghi a senso unico, cioè prevalentemente contro Berlusconi?
“L’azione penale è obbligatoria. Trovo singolare, tuttavia, che si indaghi sempre a destra. Evidentemente, Berlusconi non è simpatico ai Magistrati di Milano… Lascio a lei ogni commento ulteriore, che sarebbe peraltro facilissimo”.
Veniamo alla pubblicazione dei verbali sui giornali…
“Guardi, io non me la prendo con la stampa, che fa il suo mestiere, ma con chi li fa uscire, ed è intuibile chi sia. In Italia, ormai, si vive con l’incubo patologico delle intercettazioni: è assurdo che fatti irrilevanti, cioè puro gossip, finiscano in pasto all’opinione pubblica. Mi chiedo quanto costano allo Stato queste intercettazioni…”.
Problema immigrati: cosa pensa dell’idea del Governo di prendere le impronte digitali ai bambini rom?
“La catalogazione delle impronte serve a tutela dei bambini stessi. Molti sono privi di identità, e non dimentichiamo che adulti senza scrupoli li utilizzano per commettere reati”.
Dunque, Lei concorda con il Governo.
“Certo che sì” E per quanto riguarda il reato di immigrazione clandestina? “Teoricamente giusto, ma ritengo che non sia il più efficace dei deterrenti. Piuttosto, penso sia più opportuno espellerli subito quando violano la legge”.
Politica e Giustizia: lo strano caso italiano
Posted by Il Duca on 30 Jun 2008 | Tagged as: Articoli di giornale, Corruzione, Magistratura, Politica, Sinistra
Editoriale di oggi del Corriere della Sera (che non è un fazioso giornale di destra in mano al Grande Satana Berlusconi, nella visione manichea di certi bigotti di sinistra).
Autore: Ernesto Galli Della Loggia (che non è un fascista schiavo di Berlusconi neppure lui: è un politologo simpatizzante di sinistra e un intellettuale socialista)
Chi legge un po’ di giornali e ha qualche conoscenza della scena pubblica del Paese sa benissimo che anche l’attuale opposizione di sinistra così come l’opinione pubblica che in essa si riconosce sono in stragrande maggioranza d’accordo su almeno tre punti decisivi della patologia che affligge la giustizia italiana. Questi: 1) l’obbligatorietà dell’azione penale da parte del pubblico ministero, astrattamente prescritta dalla Costituzione, ha dato luogo nella pratica, a causa della sua assoluta impraticabilità tecnica, al più totale arbitrio d’iniziativa del pm stesso. Da guardiano autonomo e imparziale della legge il pubblico ministero si è trasformato per forza di cose in padrone discrezionale e incontrollabile della stessa; 2) il procedimento giudiziario italiano manca in misura rilevantissima del necessario criterio di terzietà. Nonostante qualche piccola modifica apportata, magistratura inquirente e giudicante sono virtualmente una cosa sola: ogni imputato italiano si trova così a essere sempre giudicato da un magistrato che è un amico e/o collega di colui che lo ha messo sotto accusa; 3) il protagonismo mediatico- politico dell’apparato giudiziario in genere e in modo tutto speciale dei pubblici ministeri è ormai diventato un male gravissimo, oggettivamente esaltato e protetto da un Consiglio superiore della magistratura al quale una malfatta legge istitutiva, e ancora di più un infame sistema elettorale, consentono di esercitare abusivamente i poteri di una virtuale terza Camera del sistema costituzionale. Come dicevo all’inizio, anche una buona parte della sinistra e del suo elettorato è convinta nel proprio intimo che le cose stiano così.
Si tratta, infatti, di fenomeni troppo clamorosamente evidenti, che tra l’altro non esistono in alcun altro Paese dell’Occidente, e di cui fanno quotidianamente le spese migliaia di cittadini, com’è ovvio senza distinzione di destra e di sinistra. La domanda che a questo punto è (o dovrebbe essere) naturale porsi è la seguente: è ragionevole o no pensare che gli aspetti patologici della giustizia italiana sopra descritti abbiano qualcosa a che fare, c’entrino qualcosa, con le vicende giudiziarie di Silvio Berlusconi? E’ ragionevole o no immaginare, sospettare, che l’immane mole di procedimenti giudiziari collezionati da costui (in una quantità, credo, superiore a chiunque altro nella storia d’Italia, ma aspetto precisazioni da Marco Travaglio) abbiano qualcosa a che fare con l’arbitrio dell’azione penale, con la mancanza di terzietà, con la ricerca di visibilità mediatico-politica da parte dei pm? E’ ragionevole pensare una cosa simile, che esista un nesso di qualche tipo tra questi due universi di fatti, o invece è una pura assurdità, un’insinuazione senza fondamento, un volere dare corpo ai fantasmi? La sinistra riformista (cioè più o meno l’intero Partito democratico), pur essendo convinta che Berlusconi in qualche problema con la giustizia sia effettivamente incorso (e personalmente mi unisco a questa convinzione), pensa però che un nesso ci sia.
Pensa cioè che nelle vicende giudiziarie dell’attuale Presidente del Consiglio si manifestino anche, e in misura spesso decisiva, tutti i parossismi patologici della giustizia italiana. Ma non riesce a dirlo. La sua classe dirigente tace o tutt’al più farfuglia, sospira a mezza bocca, perché non sa che pesci pigliare, ricattata com’è dal suo passato recente, dal suo legame con la corporazione dei magistrati e dalla paura di apparire complice con il nemico. Un’altra parte del Paese, invece, diciamo una metà abbondante degli Italiani, anch’essa pensa che sì, che è ragionevole credere che un nesso ci sia. E poiché non ha le remore storiche della sinistra le basta questo, le basta vedere le patologie presenti nelle vicende giudiziarie di Berlusconi, per considerare queste comunque superiori alle sue eventuali colpe, e continuare a votarlo. Non già perché sia una parte del Paese formata da uomini e donne dediti al malaffare o moralmente ottusi, come invece pensa qualche moralista esagitato. Ma se le cose stanno così, allora vuol dire che proprio i caratteri patologici della giustizia italiana stanno rivelandosi i migliori alleati dell’eterno inquisito Silvio Berlusconi. Che proprio questi caratteri gli hanno consentito e gli consentono tuttora di apparire ragionevolmente una vittima, di nascondere dietro di essi i problemi veri che ha: insomma di volgere a proprio favore le sue disgrazie giudiziarie. Ma se le cose stanno così ciò vuol dire anche, per concludere, e non è conclusione di poco conto, che il principale interesse della Sinistra italiana dovrebbe essere, anzi è, uno solo: togliere ogni alibi al proprio rivale. E cioè mettere fine una buona volta, lei per prima, alla devastante patologia che affligge da decenni il nostro sistema giudiziario. Che poi, in tutta questa faccenda, è anche il vero interesse del Paese.
Storie di ordinaria pedofilia islamica
Posted by Il Duca on 28 Jun 2008 | Tagged as: Articoli di giornale, Islam, Sesso, Violenza sulle donne
L’articolo è dedicato ad eventi specifici, ma subito dopo tratterò la questione della pedofilia legittimata nei testi islamici, con citazioni, per mostrare come non si tratta della “barbarie di qualche primitivo”, ma di una tradizione consolidata dell’Islam stesso.
Articolo: “Un uomo può sposare una bambina di un anno”
Fonte: Il Giornale
Autore: Gian Micalessin
Ricordate Nujood Ali? Aveva dieci anni e agli inizi d’aprile s’intrufolò nelle aule del tribunale di Sanaa, in Yemen. Rimase appollaiata sulle panche dell’aula per l’intera mattina. Quando tutti se ne stavano andando, un giudice gentile chiese alla piccola silenziosa chi aspettava. Nujood rispose che era lì per divorziare. La sua storia di bimba sposa violentata e sottomessa, l’infamia del padre liberatosi di lei in cambio di pochi denari, l’abiezione del marito quarantenne pronto a sposarla e a pretenderne la carne accesero d’indignazione il mondo e costrinsero lo Yemen a cambiare la legislazione sui matrimoni (oggi l’età minima è salita a 18 anni).
Tanto rumore per nulla. Il dottor Ahmad Al Mu’bi, esperto di religione e questioni matrimoniali nel regno saudita, spiega invece che per l’Islam, se c’è di mezzo un matrimonio, l’età minima della sposa non conta: «Non esiste un’età minima per le nozze, potete unirvi in matrimonio anche con una fanciulla di un anno, per non parlare di quelle di 7, 8 o 9», garantisce in un’intervista televisiva alla televisione libanese Lbc il religioso considerato, a casa sua, il massimo esperto di matrimonio islamico. E a preoccuparsi troppo si rischia di peccare, perché, ricorda, bisogna seguire i buoni esempi. «Il modello che seguiamo – spiega Al Mubi – è quello del Profeta Maometto: lui prese in moglie Aisha quando aveva appena 6 anni, ma iniziò a far sesso soltanto quando ne aveva 9».
E allora poche storie. Lo scandalo delle spose bambine non esiste. Certo qualcuno potrebbe riempirsi la bocca di parole come consapevolezza, libertà di scelta, capacità di giudizio. Potrebbe, come la fotografa Stephen Sinclair autrice di un reportage sulle spose bimbe in Afghanistan, citare la storia del 45enne biscazziere Mohammed Fazal che le confessò di aver ottenuto la moglie tredicenne in cambio dei debiti di gioco contratti dal padre tra i fumi dell’oppio. Ma sarebbero le solite irrispettose manfrine, ininfluenti rispetto al «buon esempio» e alle necessarie distinzioni tra l’unione coniugale fallace e quella rispettosa dei canoni islamici. «L’età per far sesso dipende dalle tradizioni e dai luoghi, in Yemen si sposano a 9, 10 anni altrove a 16, ma non conta… Una cosa sono le nozze, un’altra è fare sesso», distingue il dottor Al Mubi affidando la discriminante fondamentale alla volontà paterna. «Il matrimonio è un semplice contratto che indica il consenso, il guardiano di quanto succede alla figlia deve essere il padre perché la sua opinione è obbligatoria… E soltanto grazie a quella una ragazza viene data in moglie».
Sulla rettitudine dei padri ci sarebbe da raccontarne. C’è la storia delle sperdute province pakistane del Baluchistan dove lo scorso mese 15 ragazze della tribù dei Chakranis sono state date in sposa agli uomini Qalandari per mettere fine a una faida per l’uccisione di un cane. C’è la storia di Zeinab, 10 anni, venduta per 1500 dollari a un 50enne muto e trasformata in una schiava casalinga. Ma nulla incrina le certezze del dottor Al Mubi. «Chi vi autorizza a dipingere gli uomini come lupi feroci? – obietta in tv il religioso saudita - Il padre è un guardiano e se concede sua figlia in moglie a un uomo di livello appropriato quel matrimonio deve essere valido». E poi bisogna tener conto di frangenti e circostanze. «Prendete un padre con tre o quattro figlie, senza più moglie, ma costretto a viaggiare… Non è meglio affidarle a qualcuno in grado di proteggerle che, a tempo debito, potrà far sesso con loro?». Capitò in Afghanistan al 70enne colonnello Mohammad Khan pronto, pur di abbandonare il suo paese e trasferirsi con un nuova moglie a Kabul, a concedere la figlia 13enne a un uomo 35 anni più vecchio di lei. La figlia, dopo le nozze, continuò a scrivergli implorandolo di andare a riprenderla. Quando, anni dopo, il colonnello si decise ad andare dalla figlia la trovò agonizzante sul letto di casa. Lei gli chiese di avvicinarsi e gli sussurrò all’orecchio l’ultima maledizione. «Grazie papà per avermi abbandonato nelle mani di quell’uomo».
Starete pensando: “questi sono dei selvaggi, l’Islam mica è così: e poi anche noi nel medioevo ci sposavamo a qualsiasi età“.
Cominciamo allora chiarendo alcuni punti.
I cosiddetti selvaggi, di cui Al Mubi è uno dei massimi esperti matrimoniali, sono abitanti del Regno Arabo Saudita (o Arabia Saudita), una nazione moderna, forse la più tecnologicamente avanzata e ricca del mondo islamico, che segue l’Islam Wahbbita (una corrente particolarmente pura dell’Islam nata nel Settecento in risposta alla decadenza e alla troppa laicità dell’Impero Ottomano: infatti secondo la teologia islamica ogni sconfitta e ogni male è imputabile all’essersi allontanati dalla fede in Allah).
|
|
|
Ecco dove abitano i “selvaggi”! Cosa??? Sembrano città più moderne di quelle italiane! |
L’età media dei matrimoni in Digione (una delle regioni della Francia per cui abbiamo più dati) tra 1500 e 1550, un periodo durissimo di continue guerre e disastri che “giustificherebbe” un abbassamento dell’età matrimoniale, mostrano un’età maschile media di 24 anni e una femminile di 22 anni. Inoltre, per quanto non esistesse esplicitamente il reato di pedofilia, era considerato disgustoso e perverso avere rapporti con fanciulle che avessero meno di 15 anni (questo un po’ in tutta l’Europa medioevale). A conferma di questo abbiamo l’età minima delle prostitute dei bordelli comunali del ‘500, nessuna delle quali ha meno di 17 anni. Gli unici casi di ragazzine di età inferiore ai 15 anni sono quelli delle “ragazze segrete” ovvero prostitute di infimo livello, senza nulla al mondo, spesso costrette a vendersi dagli aguzzini… e in ogni caso le minori di 15 anni sono solo il 30% (come ancora succede diffusamente nelle nostre strade). E voglio ricordare che questi fenomeni di “prostituzione non controllata” erano perseguiti dalle istituzioni pubbliche, che volevano garantire solo la prostituzione libera, consapevole e controllata.
I dati sono disponibili con percentuali, numero di casi analizzati, dati dell’età dei secondi e terzi matrimoni ecc… ecc… su “La Prostituzione nel Medioevo” di Jacques Rossiaud (edizione Laterza).
E infine passiamo alla questione “Islam”.
Nelle istruzioni relative al divorzio il Corano dà per scontato il matrimonio con le cosiddette “spose bambine”. Parlando del periodo di attesa che occorre per determinare se una donna sia incinta, il testo infatti recita: «Se avete qualche dubbio a proposito di quelle delle vostre donne che non sperano più nel mestruo, il loro termine sia di tre lunazioni. Lo stesso valga per quelle che non hanno ancora il mestruo» (Corano LXV, 4). In altre parole, Allah presenta uno scenario in cui una donna in età prepuberale non solo si è già sposata, ma viene perfino ripudiata dal marito.
Un argomento in grado di spiegare perché sia stato rivelato un versetto del genere potrebbe essere il fatto che lo stesso Maometto avesse una sposa bambina: il Profeta «sposò Aisha quando quest’ultima aveva soltanto sei anni, ma il matrimonio non fu consumato che tre anni dopo» (”Detti e fatti del Profeta dell’Islam raccolti da Al-Bukhari” di Muhammad Ibn Isma’il al-Bukhari, tradotto da Muhammad Muhsin Khan).
Il matrimonio con le spose bambine era un fenomeno diffuso nell’Arabia del VII secolo - il Corano non fece altro che riprendere una pratica che avrebbe dovuto essere abbandonata molto tempo prima e dotarla di legittimazione divina.
|
| Certo, PedoBear: con l’Islam anche questo è possibile! |
Le Spose Bambine nel Mondi Islamico, Oggi
Nella società in cui il Corano è verità assoluta e Maometto il modello di ogni comportamento umano, il fenomeno delle spose bambine ha toccato milioni di donne. In Afghanistan e in Bangladesh più della metà delle adolescenti sono sposate (fonte UNICEF: Children Marriage must stop, 7 luglio 2001).
L’ayatollah Khomeini (il padre della Repubblica Islamica dell’Iran nata nel 1979) disse ai fedeli musulmani che sposare una ragazza prima che si sviluppasse era «una benedizione divina». E consigliò ai padri: «Fate il possibile affinché le vostre figlie non vedano il loro primo sangue in casa vostra» (fonte Amir Taheri, Lo spirito di Allah - Khomeini e la rivoluzione islamica, 1989, pag.105).
Con il permesso dei genitori le ragazze iraniane possono sposarsi a nove anni, senza la loro approvazione a tredici (Lisa beyer, The Woman of Islam sul Time del 25 Novembre 2001 e pubblicato online qui). Ma con il matrimonio arrivano anche le violenze domestiche: «In Egitto una percentuale pari al 29% delle adolescenti sposate è stata picchiata dai mariti; di queste il 41% ha subito violenza durante la gravidanza. E una ricerca condotta in Giordania ha indicato che nel 26% dei casi di violenza domestica segnalati l’episodio ha coinvolto donne di età inferiore ai 18 anni» (Andrew Bushell, Child Marriage in Afghanistan and Pakistan, «America», pag.12, 11 marzo 2002).
|
|
L’Islam insegna ad amare i bambini! Che teneroni queste Teste di Turbante! |
Per ulteriori approfondimenti sulla condizione femminile nell’Islam:
Guida (politicamente scorretta) all’Islam e alle Crociate, di Robert Spencer.
Dannazione, un altro nazista con Che Guevara!
Posted by Il Duca on 30 May 2008 | Tagged as: Articoli di giornale, Demagogia, Immigrazione, Intolleranza, Razzismo, Riflessioni, Sinistra
I giornalisti si erano subito sfregati le mani: aggressioni contro gli immigrati regolari, ecco che arriva la xenofobia cavalcata dal Governo di Centrodestra, ecco l’Onda Nera!
Eppure, di nuovo, si scopre che i Naziskin invocati dai giornalisti di sinistra sono ancora una volta persone che non hanno legami con l’estremismo politico di destra. Addirittura sono amanti della figura di Che Guevara.
E ai giornalisti, fatta di nuovo la figura dei coglioni, ora non resterebbe che fare un po’ di autocritica. Stesso discorso per i politici, ma non accade: Veltroni dopo aver cavalcato l’onda del “crimine a sfondo xenofobo” ora dice che “in fondo il colore politico non è importante”. Era importante se era di Destra, non lo è se è di Sinistra (o apolitico).
Curioso, nevvero, come si ragioni nell’emisfero schizofrenico del cervello politico italiano?
Concordo che il colore non sia importante, ma è ipocrisia che prima per Veltroni e altri intellettualoidi lo fosse.
E se l’onda ci fosse, ma non fosse affatto un’onda di xenofobia?
L’onda c’è, ma non è l’Onda Nera come la voleva l’Unità quando non molti giorni fa urlava il pericolo della “Dittatura Fascista” dopo la vittoria di Alemanno a Roma. L’onda è apolitica. L’onda è formata da persone di ogni colore politico (o di nessuno). L’onda non si richiama a ideali di purezza bianca, superiorità bianca o altro. L’onda dice solo: rispettate il nostro diritto a vivere liberi.
E lo fa con l’unica arma rimasta, la violenza.
Se la polizia è impotente di fronte a una magistratura corrotta, inadeguata, lenta e svogliata e finisce lei stessa per smettere di credere nel proprio lavoro perché in fondo “quelli là poi non gli fanno fare nemmeno un giorno di galera e se diamo una manganellata a un criminale slavo veniamo processati noi per uso eccessivo di violenza“…
…alla fine la gente capisce l’antifona e fa da sola, non potendosi affidare allo Stato.
L’esasperazione del sentirsi abbandonati dalle istituzioni non ha colore politico.
Ma il crimine di chi ha causato tutto questo, saturando prima la magistratura con i propri uomini (la silenziosa divisione tra Democrazia Cristiana -che prese industrie e banche- e Partito Comunista -scuole e magistratura- negli anni ‘70) e poi invocando l’ingresso libero, senza restrizioni e senza integrazione (con politiche del “lasciar fare” degne del peggior Liberista Settecentesco) per gli immigrati ha un colore: il rosso della sinistra.
La reazione dei cittadini, però, non ha un colore.
L’esasperazione non ha un colore.
L’esasperazione non è xenofobia: è mancanza di protezione.
Se lo Stato non ti difende e tu difendi i tuoi diritti sanciti dalla Costituzione con la forza delle tue armi, non sei xenofobo: al più sei un criminale, ma un criminale di sani principi repubblicani!
Articolo originale di Gianni Pennacchi.
«La politica non c’entra un cazzo, non c’entra il razzismo, c’entra il rispetto» ha ripetuto sul portone di San Vitale dopo due ore di deposizione negli uffici della Digos su quelli già passati alla storia dell’antifascismo militante e imperituro come «i fatti del Pigneto». Felpa e tuta un po’ coatta, forte accento romano, capello corto e brizzolato da sano 48enne, Dario Chianelli ha sollevato nuovamente e con orgoglio la manica esibendo il viso del Che tatuato sull’avambraccio, prova provata che non è di destra e nemmeno di centro. E ha confermato che sì, è lui l’uomo con la Lacoste rossa fotografato di spalle mentre par che diriga il raid di sabato scorso contro un paio di locali del Pigneto gestiti da bengalesi. Ma non c’entra un piffero la xenofobia, il nazifascismo, la paura del diverso, la difesa del territorio e dell’identità nazionale, la nostalgia di una Roma de noantri che va scomparendo per tingersi di maghrebino, cingalese, colombiano e senegalese. Levantino no, perché Roma lo è sempre stata levantina, anche quando gli immigrati erano burini scesi da Frascati. Trattasi di «giustizia fai da te», senza neanche la scappatoia di prendersela con «lo Stato che non c’è» o «l’emergenza sicurezza», perché nei quartieri popolari - non solo della città eterna - certe cose si sono sempre regolate così. Il negozio «dell’infame bugiardo indiano» è stato devastato perché non ha mantenuto la promessa di far restituire almeno i documenti di un portafoglio rubato. L’altro, l’alimentari aperto anche di notte e preso d’assalto dai «pischelli» mentre Chianelli cercava di fermarli, «annatevene da lì, a rincojoniti!», sì, quello visitato dal sindaco Alemanno in visita di scuse, l’aveva fatta franca in tribunale un anno fa pur se spacciava e «teneva la droga sotto er sacco dei ceci».
Bum, con un botto clamoroso è caduto miserevolmente il più orgoglioso castello di carte innalzato dai professionisti del progressismo, dai difensori dei diseredati a tanto al chilo, dagli orfani dell’antifascismo, da chi ha bisogno di aver sempre un nemico cattivo per sentirsi vivo e giusto. La cappa di piombo che opprimeva Roma s’è liquefatta ieri mattina con il lungo racconto di Chianelli che Repubblica titolava come un grido liberatorio; «Al Pigneto sono stato io, non chiamatemi razzista. Sono di sinistra, basta schifo nel quartiere». Il giocattolo s’è rotto: invece del bau bau, del feroce picchiatore nazifascista, c’è soltanto un guappo di sani principi, un rodomonte di periferia che s’era impegnato con la ex moglie a farle riavere, se non i 200 euro, almeno i documenti rubati giovedì col portafoglio. Come aveva promesso, Chianelli s’è presentato in questura a mezzogiorno, ha confermato pari pari il suo racconto, da uomo d’onore continuando a sostenere che la «quindicina di ragazzi del quartiere, tutti incazzati e bardati», se l’è ritrovati al fianco con sua gran sorpresa, «io non li conosco, ma mi dicono che sono tutto tranne che fascisti, per quanto ne so si fanno il culo dalla mattina alla sera». Vittorio Balzani, l’avvocato che ieri lo accompagnava, conferma: «C’è stato un discorso molto corretto tra questura, legale e assistito», finito sul registro degli indagati.
Le svastiche? Nemmeno una, nessuno le ha viste, se l’è sognate una fantasiosa giornalista. L’Unità che titolava «fermiamo l’odio razziale»? Un monumento alla vigilanza democratica. Il Tg1 che costruiva approfondimenti, dibbattiti e illuminate interviste? Il meglio dei direttori vien fuori agli ultimi fuochi. La Sapienza inondata di tazebao «contro i nuovi fascismi»? È ormai lontano il Sessantotto, figurarsi la Resistenza. L’allarme dei magistrati per «l’odio politico e la xenofobia»? Siderea giustizia… E Veltroni che tuonava, Alemanno che si difendeva, botte all’università come ai bei tempi.
Senza giocattolo, e ancor più senza Moloch da esorcizzare, non è facile vivere. Non stupitevi dunque se Veltroni insiste contro il «clima di intolleranza e xenofobia che non va bene», perché «ciò che ha tatuato sul braccio un responsabile dell’aggressione conta poco». Tanto meno la verità può scalfire le certezze di Paolo Cento, er Piotta, che deduce semplicemente come «l’intolleranza ha fatto breccia anche a sinistra». Dillo ai granitici di Sinistra critica, che «per reagire al clima razzista», stasera proiettano al Pigneto il documentario «Nazirock».
Speciale Beppe Grillo, il grande truffatore
Posted by Il Duca on 27 Apr 2008 | Tagged as: Articoli di giornale, Demagogia, Libertà, Politica
Beppe Grillo, come è noto, è un demagogo, ovvero un cialtrone che manovra il popolo bue per i propri scopi e il proprio interesse economico. Aggravante di Grillo è il plagio delle menti e la circonvenzione di incapace, che avviene tramite il lavaggio del cervello e la costruzione di un rapporto di sudditanza psicologica per cui “o sei con Grillo o sei un criminale”.
In pratica Grillo è l’emblema del male in democrazia: un trascinatore di folle inferocite prive di proposte concrete, votate ai NO e alla furia distruttiva dell’antistato e dell’antipolitica. Perfino Adolf Hitler seppe fare di meglio, dato che portava avanti con gli stessi mezzi un piano politico ed economico concreto (per quanto non proprio apprezzabile da tutti).
Ecco una serie di articoli interessante di Filippo Facci dedicati a “delineare” la figura di questo grande truffatore del XXI secolo.
Senza peli sulla lingua, o quasi, dato che Grillo ritiene che non ci debbano essere censure (tranne quando diffida e minaccia chi tenta di pubblicare libri dedicati a lui, vedete gli articoli per dettagli)… eppure un po’ ce ne sono, perché quando si va parlare delle puttane di Grillo o simili il gironalista si mostra molto più “sensibile” di quanto sarebbe stato Grillo e non calca la mano quanto Beppe fa sul palco coi suoi nemici politici.
Vi raccontiamo la vera storia di Beppe Grillo
Il nostro uomo, una delle fonti incontrate nella nostra due giorni genovese, comincia a esser stanco:
«Poi va be’, ci sono storie personali, che non si possono scrivere».
Dica. «Non si possono scrivere».
Dica. «Ma niente, lui a un certo punto stava in questo suo attico in corso Europa, che era tutto bello, col pianoforte, e ogni tanto ci portavamo le ragazze che gli procuravo quasi sempre io. Tra l’altro sotto il letto nascondevamo un mangianastri per registrare le cose, gli amplessi, poi riascoltavamo e ci ammazzavamo dal ridere. Avevamo un gergo nostro: lui, il coso, lo chiamava “il gottoro”, e urlava sempre questa parola alle ragazze che non capivano: “Gottoro! Ecco il gottoro!”. Il problema è che un giorno sua madre trovò le cassette e si mise ad ascoltarle, un macello».
È questa la storia personale?
«Aspetti. Un giorno portammo nell’attico due ragazze, mi ricordo che una era sposata. I suoi, del Giuse, erano nella casa di Savignone. Ma niente: ognuno cominciò a fare le cose sue e a un certo punto lui fece un urlo bestiale, ma bestiale, corse da me tutto nudo e disse “Guarda, guarda! Che mi succede?” e io glielo guardai e lui… lui…».
Censura.
La disavventura sessuale, oggettivamente ridicola, ebbe epilogo al pronto soccorso dell’ospedale San Martino, praticamente lì di fronte. Censura: anche se il soggetto non la meriterebbe perché lui una storia del genere (di un altro) l’avrebbe raccontata di sicuro: si parla di una persona, un comico, che ebbe a chiamare «Alzheimer» l’ex capo del governo e «venditore di bava» l’ex capo dell’opposizione, uno che ha mandato letteralmente affanculo decine di persone e che di fronte alla critica di un direttore di telegiornale, Mauro Mazza, ha replicato testualmente: «E se sparassero nel culo a lui?».
La battuta sul Papa manco ce la ricordiamo, sta di fatto che qui, di fronte al grillismo, stanno saltando tutte le regole, si sta riscrivendo il galateo della politica per adeguarlo a quello dell’antipolitica: dunque la tentazione di adeguarci c’è, la voglia di non censurarci pure, come a dire: Grillo eccoci, siamo pronti, se questo è il ballo si balla anche noi, si fa all’americana come predicano tanti giornalisti amici suoi: e ti si contano anche i peli del bulbo. Da qui, come modesto e sperimentale assaggio, la nostra due giorni genovese e questa modesta inchiesta.
Il Giuse. Giuseppe Piero Grillo è nato il 21 luglio 1948 a Savignone, Valle Scrivia. Secondo l’imbarazzante e compiaciuta agiografia «Beppe Grillo», forse il più insignificante libro pubblicato da Mondadori negli ultimi vent’anni, Beppe da Bambino «lanciava urli (sic) alla James Brown» e il padre commentava affettuosamente: «Sembra una bestia. Tuo figlio è un idiota». La famiglia, in ogni caso, di base stava a Genova nel quartiere di San Fruttuoso della celebratissima piazza Martinez, fucina di geni e lazzaroni dove piccoli leader minimi e massimi sedevano tra il bar Cucciolo e la fermata dell’autobus. Qualche bici, poche motociclette, le ragazze migliori della zona e in qualche modo anche il giovane Grillo, patito di calcio come tutti gli altri. «Aveva 12 anni e lo portai a fare un provino per una squadra locale sponsorizzata dalla Shell», racconta uno che c’era, «il problema è che il Giuse era una balena, lo chiamavamo Porcellino. Aveva un buon tocco di palla, ma l’allenatore ricordo che mi disse: “Ma chi mi hai portato?”».
Giocava a pallone anche Antonio Ricci, che era di Albenga e però a piazza Martinez, assieme a Roby Carretta, era in qualche modo collaterale: «Ma Ricci non era molto portato. Mi ricordo che nella sua squadra c’era anche Donato Bilancia, il serial killer. Stava sempre al bar Cucciolo». È vero: ma era un tipo innocuo e lo chiamavano Belinetta. Del giro era anche Vittorio De Scalzi, quello dei New Trolls. L’unico davvero portato per il calcio pareva il Portento, Orlando Portento, il bello della compagnia nonché un talento comico che quasi tutte le fonti indicano come il vero mentore e inventore di Beppe Grillo, privo tuttavia della sua pervicacia. Portento giunse alla serie B, e nella Sampdoria dei giovani Marcello Lippi e Roberto Vieri, padre di Bobo, ma poi s’infortunò. È tornato clamorosamente alla ribalta, Portento, come cabarettista e come marito di quell’Angela Cavagna che ha partecipato al reality show La Fattoria. Un paio di fonti indicano come vero scopritore di Grillo, invece, il gallerista Luigi De Lucchi, fondatore dell’Instabile, localino di cabaret forse unico nel suo genere.
Senza denti. Il giovane Grillo tutto sommato stava economicamente benino. Si diplomò ragioniere all’Ugolino Vivaldi, che era un istituto privato per rampolli-bene con retta piuttosto esosa. S’iscrisse anche a Economia e commercio, ma presto la piantò lì. Il padre, Enrico, possedeva una fabbrica di fiamme ossidriche (la Cannelli Grillo) e lo reclamava, ma lui da principio non ci pensava neanche. Secondo il più interessante libro «Beppe Grillo» di Paolo Crecchi e Giacomo Rinaldi (Ariberti editore) «il ragionier Grillo prova a lavorare nell’azienda di papà con scarsi risultati, rimettendoci 200mila lire degli anni Sessanta». Altrimenti consigliato, per un certo periodo fece il piazzista di jeans per la Panfin, ma fu licenziato. Era un ragazzo normale, un po’ buffo, tifava Sampdoria, vestiva decentemente, aveva i jeans Sisley che furoreggiavano, andavano di moda le basette lunghe che lui però non aveva: le improvvisava schiacciandosi giù i capelli col sapone. Non era bello, ma sopperiva con la simpatia.
Era secondogenito e un po’ il cocco di casa, suo padre non disdegnava di prestargli la Fiat 1100 che per rimorchiare si rivelò fondamentale, anche se aveva il difettuccio del pesare come una balena e quegli incisivi molto sporgenti: e con le ragazze era un problema, dicevano che baciandolo le pungeva. La soluzione fu drammatica: un giorno, alla discoteca Peppermint che era la più importante di Genova, ebbe la pensata di tampinare la ragazza di un certo Luciano Rovegno, che non era propriamente uno stinco di santo: e infatti reagì dandogli una tale testata da fargli saltare tutti gli incisivi che restarono lì, sparsi per terra. Glieli rimisero. Dritti.
Le melanzane di plastica. La celebre tirchieria di Grillo (parsimonia, si dice a Genova) in quel periodo prende le forme di incontrollabili leggende. Ben quattro presunti testimoni raccontano che girasse con una tuta appositamente senza tasche per non avere soldi da spendere.
All’epoca fumavano tutti, ma lui prendeva le Hb nel pacchetto da dieci. Non pagava mai niente, non offriva mai niente, e questo lo dicono davvero tutti: occorre tener conto che dei genovesi che lamentano la tirchieria altrui sono come dei napoletani che accusassero qualcuno d’essere chiassoso.
«Non era tirchio, era malato» racconta un suo ex sodale: «”Offri qualche caffè ogni tanto, risparmierai col cardiologo”, gli dicevamo sempre».
Più avanti, nel 1980, la concessionaria Fiat Piave di Genova gli regalò una Punto: lui si lamentò perché non aveva l’autoradio. Altra leggenda vuole che nella sua villa di Sant’Ilario abbia frutti e ortaggi di plastica, e la citata biografia di Crecchi e Rinaldi conferma tutto: «Era guardato con diffidenza dai contadini perché rifiutava ostinatamente di coltivare le sue fasce di terra, ma un giorno ha avuto un’intuizione delle sue sistemando ortaggi di plastica turgidi e coloratissimi tra gli ulivi e i pitosfori».
Andrea detto Andreino, il fratello minore, ha raccontato alla Stampa d’avergli prestato un completo di gabardine nero salvo riaverlo completamente liso.
«Mi deve ancora restituire una giacca a soffietto che gli prestai negli anni ’70» racconta invece Portento, «e mi deve ancora pagare una camicetta da donna che regalò a un’amica», dice l’ex amico che ai tempi aveva un negozio di abbigliamento.
Antonio Ricci ha raccontato che «io sparecchiavo, e se buttavo via delle briciole Beppe le recuperava dalla spazzatura e il giorno dopo ci impanava la milanese».
È stata invece la seconda moglie di Grillo, Parvin Tadjk, intervistata a Crozza Italia su La7, a parlare degli snervanti controlli del marito sugli scontrini della spesa. Dopo la balzana ipotesi che Beppe Grillo si sia fatto crescere la barba per risparmiare sulla lamette, altro ritornello genovese, la carriera di Grillo entra nel vivo.
Beppe, il «grande ingrato» che rubava battute a tutti
Le prime tracce visive di un Beppe Grillo volontariamente comico sono del 1970: un cortometraggio in super 8 diretto da Marco Paolo Pavese e scritto e interpretato e doppiato dal citato Orlando Portento; lì si vede il primo Grillo, imberbe. Mediaset ne mandò in onda degli spezzoni qualche anno fa. Ma Grillo, già da tempo, aveva cominciato a fare qualche seratina di cabaret accompagnandosi con la chitarra: circolini, qualche discoteca, molte feste e festicciuole politiche per liberali e socialdemocratici e democristiani e socialisti.
«Gl’importava zero della politica» dice ora Portento, «era un frivolo, un cinico», anche se Grillo ogni tanto raccontava di qualche simpatia familiare per i liberali di Giovanni Malagodi.
L’avvocato Gustavo Gamalero, boss dei liberali genovesi, lo ingaggiò per alcune cene elettorali prima delle elezioni regionali: 15mila lire a serata. Più di 20mila, in giro, non se ne spuntavano: per questo gli amici lo aiutarono dopo che la famiglia chiuse o quasi i rubinetti. Lo aiutava anche qualche giovane imprenditore che voleva mettersi in vista; lo aiutava la bella ragazza con la quale stette per quasi dieci anni, Graziella, che vanamente cercò di farsi impalmare; lo aiutava qualche giornalista cui Grillo pietiva qualche buona recensione, e tra questi ha memoria buona Vittorio Siriani, ai tempi al Corriere Mercantile. Insomma lo aiutavano tutti, e va benissimo: ma ce ne fosse uno che non lamenti ingratitudine.
In quel periodo i localini di cabaret furoreggiavano: il Kaladium dietro la chiesa di Santa Zita, oppure il Meeting, o ancora il citato Instabile di via Trebisonda che apparteneva al pure citato Luigi De Lucchi, altro mentore di Grillo che tuttavia una sera dovette avvedersi dell’ormai storica ingratitudine del suo ormai ex pupillo. Lo aveva invitato appunto all’Instabile, il 27 dicembre 1977, oltretutto per consegnargli un premio; centinaia di spettatori aspettavano trepidanti, ma niente: Grillo telefonò e fece sapere che non ce la faceva, che era stanco. Disastro: De Lucchi dovette rimborsare tutti i biglietti salvo accorgersi, il giorno dopo, che Grillo in realtà aveva preferito esibirsi in un altro localino, il P4: perché lo pagavano di più.
Il vero problema di Grillo, all’epoca, era che a dispetto del talento non aveva ancora un repertorio tutto suo: prendeva a destra e a manca. Il gran suggeritore rimaneva Portento, per il resto rubacchiava qua e là: cantava sempre, tra altre, le canzoni di Pippo Franco che all’epoca nessuno conosceva. O quasi: «Gli organizzai un provino con un boss di Telemontecarlo, il ragionier Moracca, e il Giuse cantò due canzoni con la chitarra», racconta Portento, che certo non nasconde una forte antipatia per Grillo. «Poi Moracca mi prese da parte e mi disse: “Orlando, ma è questo il fenomeno? Uno che canta le canzoni di Pippo Franco?”. Ai tempi Grillo non aveva niente di suo: solo la faccia, i denti digrignati».
Bullonate. Quanta cattiveria. A ogni modo fu nei primi anni Settanta, per cercar di sfondare, che Grillo provò a trasferirsi a Milano. Pagavano anche 25mila a serata, da quelle parti. Si fece crescere la barba. Andreino, il fratello, tempestò tutti di telefonate affinché lo convincessero a tornare: «Fallo provare ancora un anno, è bravo» gli rispose Portento. Poi, più o meno al terzo anno milanese, la grande occasione: al localino «La Bullona» venne Pippo Baudo con una commissione Rai. Grillo s’inquietò, chiamò Portento, si rispolverarono vecchie battute. La sera fatidica Portento sbarcò alla «Bullona» con una sostanziosa claque e tutto scivolò liscio, o quasi. Grillo, sul suo sito, ha scritto che quella sera “improvvisò un monologo”, ma secondo Portento non improvvisò niente.
Anzi, rischiò, perché Baudo fu curiosamente attratto proprio da Portento. Più tardi, anche se il provino del Giuse era andato benissimo, attorno a Portento si formò un capannello dove spuntava il testone di Baudo, e Grillo non resse la scena. Se ne andò, ingelosito.
Una scena analoga a quella raccontata da Dino Risi a margine del film «Scemo di guerra», anno 1984: «Già depresso perché ridotto al ruolo di spalla», ha detto il regista al Corriere della Sera, «Beppe si ingelosì del rapporto speciale che avevo con Michel Coluche: e così, per ripicca, fece la mossa classica dell’attore indispettito e si diede malato. Per due mesi dovemmo sospendere le riprese. Finché qualcuno non gli fece sapere che se non fosse tornato avrebbe dovuto pagare una penale. Parola magica: da buon genovese si ripresentò sul set».
Il controllo legale chiesto dalla casa cinematografica ebbe buon gioco. Grillo girò altri due film, purtroppo sfortunati e distrutti dalla critica: «Cercasì Gesù» di Luigi Comencini e «Topo Galileo» di Francesco Laudadio. A Dino Risi è rimasto il dente avvelenato: «La cosa che gli è riuscita meglio è la svolta antipolitica, anche perché è più attore oggi di quando cercava di farlo per davvero. Attenzione, però: non c’è niente di vero nel personaggio che interpreta».
Te la do io Reggio Calabria. Qui ricomincia l’avventura. E qui si perfeziona la straordinaria attitudine di Grillo di mollare quelli di cui non ha più bisogno. Normale? Dipende. Altri personaggi come Paolo Villaggio e Tullio Solenghi, a Genova, te li raccontano come saldamente legati ad amici e radici genovesi: Grillo no. Trovare qualcuno che te ne parli bene, in città, è un’impresa. Sarà l’invidia.
Per cominciare, appena ebbe successo, mollò la fidanzata. Altri non lo ricordano volentieri: «È l’essere più falso e opportunista che abbia mai conosciuto in vita mia» racconta il presentatore Corrado Tedeschi, «e non ha neanche un pizzico di umanità. C’è stato un periodo in cui ci siamo frequentati insieme alle nostre compagne, pensavo che ci fosse stato un minimo di amicizia, poi seppi che parlava malissimo di me».
Pare che Walter Chiari non avesse un’opinione molto diversa, ma vallo a sapere.
Anche il rapporto con Portento cominciò ad allentarsi, ma resistette perché ancora utile: dopotutto era stato Portento a scrivere «Te la do io la Francia» nel 1969, ben prima dei fortunati «Te la do io l’America» e «Te lo do io il Brasile»: «Dovevamo anche fare “Te la do io Reggio Calabria”, perché io sono di Bagnana Calabra, ma non se ne fece più nulla» dice l’ex amico.
Grillo ormai era lanciatissimo. Nel 1977-78 sulla Rai partecipò a «Secondo voi» e nel 1979 a «Luna Park», stesso anno in cui esordì come presentatore a «Fantastico» assieme a Loretta Goggi, programma di Antonio Ricci. Di lì in poi potrà scegliersi nuovi autori che gli scrivano le battute: Ricci medesimo e Stefano Benni tra questi. Fu il successo vero, e nondimeno i soldi veri che il fratello Andreino prese a gestirgli: anche perché il Giuse non si fidava di nessuno. La Cannelli Grillo era stata ceduta agli stessi operai che ci lavoravano, e cominciarono altri investimenti. L’attico di corso Europa venne trasformato in un centro benessere (massaggi, ecc.) curato da certo professor Mario Miranda: ma l’impresina fallì quasi subito. Ben prima di acquistare una villa al Pevero, in Costa Smeralda, acquistò tre appartamenti nel residence Marineledda nel golfo di Marinella, dove Silvio Berlusconi ha la sua famosa villa.
Ottenne forti sconti, Grillo, promettendo che sarebbe venuto a fare delle serate di cui non si ha notizia. Fece tutto col fratello, da cui rileverà la maggioranza assoluta (99 per cento) dell’immobiliare Gestimar di Genova. Cominciò anche la sfilza delle belle auto, in ordine sparso: Porsche, Chevrolet Blazer, secondo alcuni una Maserati, e sicuramente, più avanti, una Ferrari 308 bianca e una Ferrari Testarossa (rossa, chiaro) che terrà parcheggiata davanti alla discoteca Davidia di Genova, coperta da apposito telone.
Jeep, ville e guai giudiziari. La vita spericolata di Beppe
Alla fine degli anni Settanta Giuseppe Piero Grillo prende moglie: a Rimini conobbe la proprietaria di una pensioncina, Sonia Toni, e in breve si sposarono. Avranno una figlia, Valentina, e Davide, nato purtroppo con dei problemi motori. Il girovagare di Grillo tra i residence di Roma e Milano, tuttavia, renderà le cose difficili molto presto. Su un importante quotidiano nazionale, pochi anni dopo, la moglie rilascerà un’intervista in cui accuserà il marito di non andarla a trovare praticamente mai e soprattutto di lasciarle sempre pochissimi soldi. Ma oggi i rapporti sono ottimi: anche se si è vista negare, da ex candidata per i verdi a Rimini, il famoso bollino grillesco che suo marito rilascia alle liste civiche. Si è arrabbiata molto.
Il giorno più nero. Il tardo 1981 e non il 1980, come erroneamente riferito nel suo blog, è l’anno in cui il comico diviene protagonista di un episodio destinato a segnalarlo per sempre. Il 7 dicembre, da Limone Piemonte, decide di partirsene con alcuni amici alla volta di Col di Tenda, un’antica via romana tra la Francia e la Costa ligure: in pratica sono delle strade sterrate militari in alta quota che portano a delle antiche fortificazioni belliche. Con lui ci sono i coniugi Renzo Giberti e Rossana Guastapelle, 45 e 33 anni, col figlio Francesco di 8, oltre a un altro amico che si chiama Alberto Mambretti. Per farla breve: quel viaggio, d’inverno, è una follia.
È una strada d’alta quota non asfaltata, e un altro gruppo di amici, nonché un’opportuna segnaletica, sconsigliano vivamente: a esser precisi, la strada è tecnicamente chiusa. Fa niente: Grillo ha uno Chevrolet Blazer, un costoso ed enorme fuoristrada rivestito esternamente di legno e peraltro inquinantissimo. Un quinto amico, Carlo Stanisci, forse si avvede del pericolo e decide di scendere assieme alla fidanzata e al cane. Finisce malissimo: all’altezza di Bec Rouge, alpi francesi, l’auto sbanda su un ruscelletto ghiacciato e scivola verso una scarpata; Grillo riesce a scaraventarsi fuori dall’abitacolo, ma gli altri no, e l’auto rotola nella scarpata per un’ottantina di metri. Mambretti sopravvive non si sa come. I due coniugi muoiono, e ciò che resta del figlio viene trovato sotto la fiancata dell’auto.
Sconvolto, Grillo si rifugia nella casa di Savignone che divide col fratello. Aspettando il processo, non si ferma: ha appena ultimato «Te la do io l’America», nel 1982 è protagonista di «Cercasi Gesù» diretto da Luigi Comencini e nel 1984 l’attende «Te lo do io il Brasile». E qui c’è un episodio, pure raggelante, raccontato in parte dall’Unità del 21 settembre scorso. Grillo accetta di partecipare alla Festa dell’Unità di Dicomano (nel fiorentino) per un cachet di 35 milioni. La sera dello spettacolo però diluvia, gente pochina e di milioni se ne incassano 15. Flop. I compagni di provincia cercano di ricontrattare il compenso, niente da fare: neppure una lira di sconto. Della segreteria comunista, tutta giovanile, l’unico che ha una busta paga si chiama Franco Innocenti, un 26enne: deve stipulare un mutuo ventennale nonostante abbia la madre invalida al cento per cento.
Poi i citati film. Nell’84 c’è il processo per l’omicidio colposo. Emblematico l’interrogatorio in aula: «Quando si è accorto di essere finito su un lastrone di ghiaccio con la macchina?»; «Ho avuto la sensazione di esserci finito sopra prima ancora di vederlo»; «Allora non guardava la strada». Il 21 marzo, dopo una lunga camera di consiglio, Grillo venne assolto dal tribunale di Cuneo con formula dubitativa, la vecchia insufficienza di prove: questo dopo aver pagato 600 milioni alla piccola Cristina di 9 anni, unica superstite della famiglia Giberti. La metà dei soldi furono pagati dall’assicurazione: «La stampa locale, favorevolissima al comico, gestì con particolare attenzione la fase del risarcimento» racconta il collega Vittorio Sirianni. Il Secolo XIX, quotidiano di Genova, s’infiammò con un lungo editoriale a favore dei giudici e dell’avvocato Pasquale Tonolo, ma l’entusiasmo fu di breve durata: l’accusa propose Appello e venne fuori la verità, ossia le prove: il pericolo era stato prospettato, oltretutto, da una segnaletica che nessun giornalista frattanto era andato a verificare. La strada era chiusa al traffico, fine.
La Corte d’appello di Torino, il 13 marzo 1985, lo condannò a un anno e quattro mesi col beneficio della condizionale, ma col ritiro della patente: «Si può dire dimostrato, al di là di ogni possibile dubbio, che l’imputato risalendo la strada da valle, poteva percepire tempestivamente la presenza del manto di ghiaccio (…). L’esistenza del pericolo era evidente e percepibile da parecchi metri, almeno quattro o cinque, e così non è sostenibile che l’imputato non potesse evitare di finirci sopra», sicché l’imputato «disponeva di tutto lo spazio necessario per arrestarsi senza difficoltà», ma non lo fece, anzi decise «consapevolmente di affrontare il pericolo e di compiere il tentativo di superare il manto ghiacciato. Farlo con quel veicolo costituisce una macroscopica imprudenza che non costituisce oggetto di discussione».
Non andrà meglio in Cassazione, l’8 aprile 1988: pena confermata nonostante gli sforzi dell’avvocato Alfredo Biondi, che nel settembre scorso è stato peraltro inserito da Grillo nella lista dei parlamentari condannati e dunque da epurare: il reato fiscale di Biondi in realtà è stato depenalizzato e sostituito da un’ammenda, tanto che non figura nemmeno del casellario giudiziario, diversamente dal reato di Grillo che perciò, secondo la sua proposta di non candidatura dei condannati, non potrebbe candidare se medesimo.
La villa di Sant’Ilario. Ma la vita continua. Nel 1986, poco in linea con certe sue intransigenze future, fu protagonista di alcuni spot per gli yogurt Yomo: «Ci hanno messo 40 anni per farlo così buono», diceva indossando una felpa con scritto «University of Catanzaro». «Lo yogurt è un prodotto buono», si difese lui. Per quella pubblicità vinse un Telegatto.
È il periodo in cui andò a vivere a Sant’Ilario, la Hollywood di Genova: una bellissima villa rosa salmone, affacciata sul Monte di Portofino, con ulivi e palme e i citati frutti e ortaggi di plastica. Non fece scavare una piscina, ma due: cosa che piacque poco ai vicini e soprattutto al dirimpettaio Adriano Sansa, già poco entusiasta del terrazzo di 100 metri quadri che Grillo fece interamente ricoprire inciampando in un clamoroso abuso edilizio cui pose rimedio con uno di quei condoni contro cui è solito scagliarsi. Qualche modesto provincialismo anche all’interno, tipo la foto di lui avvinghiato a Bill Clinton appoggiata sopra il pianoforte.
Poi c’è la telenovela dei pannelli solari, pardon fotovoltaici. L’ex amministratore delegato dell’Enel, Chicco Testa, si è espresso più volte: «Grillo diceva che a casa sua, con il solare, produceva tanta energia da vendere poi quella in eccesso. Ma feci fare una verifica e venne fuori che da solo consumava come un paesino».
In effetti si fece mettere 20 kilowatt complessivi contro i 3 kilowatt medi delle case italiane, sicché consumava e consuma come 7 famiglie. L’Enel, dopo varie lagnanze di Grillo, nel 2001 decise di permettere l’allacciamento alla rete degli impianti fotovoltaici (come il suo) e addirittura di rivendere l’elettricità in eccesso all’Enel stessa: quello che lui voleva. Il suo contratto di fornitura, con apposito contatore, fu il primo d’Italia. E da lì parte la leggenda dell’indipendenza energetica di Grillo: in realtà il suo impianto è composto da 25 metri quadrati di pannelli e produce al massimo 2 kilowatt, buoni per alimentare il frullatore e poco altro.
A ogni modo le polemiche ambientaliste di Grillo ebbero a salire proprio in quel periodo: «Anche Chicco Testa dovrebbe essere ecologista, e tutto quello che sa dire è che ci vuole più energia quando il 90 per cento di energia di una lampadina va sprecata. Non si tratta di produrre più energia, ma di risparmiarla». Giusto. Lui però intanto consumava, e consuma, come una discoteca di Riccione.
L’antipolitica di Beppe, business da 4 milioni
Quest’ultima puntata è dedicata alla decodificazione di alcune balle su Beppe Grillo e di Beppe Grillo. Anzitutto delle precisazioni. Come visto, Giuseppe Piero Grillo non ha solo fruito due volte di un condono fiscale tombale, ma anche di un condono edilizio nella sua villa di Sant’Ilario. Come visto, poi, la pretesa di impedire la candidatura di chi abbia avuto delle condanne penali in giudicato (regola che non esiste in nessun Paese del mondo) precluderebbe ogni candidatura di Beppe Grillo medesimo, che è pregiudicato per omicidio colposo plurimo. A questa condanna, raccontata nella puntata di ieri, va aggiunto un patteggiamento per aver definito Rita Levi Montalcini «vecchia p…» in un suo spettacolo del 2001: dovette pagare 8400 euro e la causa civile è ancora in corso, anche perché Grillo sostenne che la scienziata ottenne il Nobel grazie a un’azienda farmaceutica.
A proposito dei referendum promossi dalle piazze grillesche, invece, vediamo che anche il promotore Antonio Di Pietro invoca che un parlamentare non resti tale per più di due mandati: ma non ha detto che lui, di mandati, ne ha già collezionati cinque, per un totale di anni 11. Anche Marco Travaglio, venerdì, ha tuonato contro i finanziamenti pubblici all’editoria: ma non ha detto che il suo giornale, l’Unità, percepisce più contributi di tutti, e non «come tutti i giornali italiani» (parole sue, rivolte alla folla beona del V-day), bensì nella modalità assai più danarosa riservata alla stampa politica; dalla Rai all’Unità, insomma, Travaglio è pagato coi soldi dei contribuenti.
Per chiudere con la manifestazione di venerdì: Piazza San Carlo è grande 168 per 76 metri, dunque 12.768 metri quadri che moltiplicati per 3 (tre persone ogni metro, e sono già tante) dà 38.304 persone totali, non 120mila come dal blog di Grillo: «Eravamo in 120.000. Chi era presente lo sa e anche chi può informarsi in Rete».
Il Grillo censore. Grillo non a caso riconosce solo la rete, per quanto la cosa, nel tempo, si sia configurata come un’ossessiva paura del confronto. Interviste non ne rilascia, ed è nota l’esperienza del giornalista Sandro Gilioli: nel gennaio scorso si mise d’accordo col comico per un’intervista di quattro pagine, ma poi si vide respingere le domande perché definite «offensive e indegne»: tuttavia, una volta rese pubbliche, si sono rivelate del tutto ordinarie.
Poi c’è il capitolo libri: Grillo, semplicemente, è solito bloccare qualsiasi volume che lo riguardi. Nel 2003 fece diffidare e bloccare «Grillo da ridere» di Kaos edizioni, biografia a lui favorevole: la scusa fu che conteneva un’eccedenza di testi dei suoi spettacoli. Nel 2007 invece ha diffidato e bloccato «Chi ha paura di Beppe Grillo?» di Emilio Targia, Edoardo Fleischner e Federica De Maria, scritto per Longanesi: tre studiosi che hanno seguito Grillo per anni; aggiornato due volte, Longanesi infine ha lasciato perdere per non avere grane. Il libro, dopo che per analoghi motivi era stato rifiutato da ben 23 editori, è uscito infine per Selene edizioni giusto in questi giorni. La biografia «Beppe Grillo» uscita infine per Aliberti, e scritta da Paolo Crecchi e Giorgio Rinaldi, è nelle librerie dal novembre scorso nonostante le minacce fatte recapitare da Grillo, ai due autori, a mezzo del giornalista della Stampa Ferruccio Sansa, figlio del suo dirimpettaio Adriano.
Tutte le cause, infine, per risparmiare, sono promosse dallo studio legale del figlio di suo fratello Andrea. Va anche detto che l’atteggiamento di Grillo, casta di se stesso, probabilmente non è solo ascrivibile alla preservazione di un culto della propria personalità: semplicemente, vuole essere l’unico a guadagnare col proprio nome.
Il blog che non lo è Sotto questo profilo, la definizione corretta del suo celebre blog, aperto il 26 gennaio 2006, è «sito commerciale»: come tale è infatti classificato. I numeri parlano chiaro: un anno prima del blog, nel 2004, Grillo ha fatturato 2.133.720 euro; nel 2006, due anni dopo, ne ha fatturati 4.272.591. La politica del Vaffanculo sta rendendo bene.
Nel citato «Chi ha paura di Beppe Grillo», i tre autori hanno monitorato il sito per tre anni osservando come Grillo, spesso con la scusa della battaglia per la democrazia e il finanziamento dei V-day, venda ogni genere di gadget: video del V-day, dvd dello spettacolo Reset, libro «Tutte le battaglie di Grillo», eccetera. Anche i circolini politici rendono: chi vuole aprire un fan club deve pagare 19 dollari per un mese (dollari, perché la piattaforma è negli Usa) che sono scontati a 72 per chi prenota un semestre. Per ora i circoli sono poco più di 500, ed è già un bel rendere.
Il moralista. Solo alla rete e a Grillo, dunque, dovremmo affidare le verità su Grillo. Tipo questa: «Ho avuto una Ferrari, ma l’ho venduta». Fine. Salvo scoprire, certo non sulla rete, che di Ferrari ne ha avute due, più Porsche, Maserati, Chevrolet Blazer, eccetera. Oppure, sempre parole sue: «Ho due case, una a Genova e una in Toscana». Fine. Salvo scoprire, certo non sulla rete, che una in effetti è a Bibbona, Livorno, 380 metri quadri e 5.600 metri quadri di terreno; ma risulta intestato a lui anche l’appartamento di Rimini dove stava con l’ex moglie, senza contare che la Gestimar, la sua società immobiliare gestita dal fratello, possiede i tre appartamenti a Marinelledda, una villa a Porto Cervo, due locali più garage a Genova Nervi e infine un esercizio commerciale a Caselle, oltreché un garage in Val d’Aosta. Oppure, ancora: «Ho avuto la barca, ma l’ho venduta». Salvo scoprire, certo non sulla rete, che di barche ne avute diverse; una forse l’avrà anche venduta, ma il panfilo «Jao II» di 12 metri, in realtà, risulta affondato alla Maddalena il 5 agosto 1997. C’erano a bordo anche Corrado Tedeschi (che oggi odia Grillo pubblicamente) con la sua compagna Corinne. La barca finì su una secca peraltro segnalatissima, e fu salvato dalla barca dei Rusconi, gli editori. Grillo fu indagato per naufragio colposo, procedimento archiviato. Un’altra volta, il 29 maggio 2001, riuscì nell’impresa si insabbiare un gommone nel profondissimo mar Ligure, alla foce del Magra: con lui c’era Gino Paoli, fu una giornata senza fine. Del condono tombale chiesto e ottenuto per due anni e per due volte dalla citata Gestimar, dal 1997 al 2002, diamo conto velocemente. Fu certo lecito, ma non obbligatorio. Il problema è che era esattamente il genere di condono contro il quale Grillo si era scagliato più volte, e in particolare con una lettera indirizzata al direttore di Repubblica risalente al giugno 2004. Se vorrà ne riparlerà Grillo medesimo, tra un vaffanculo e l’altro.
Il nuovo Coluche. Difficile scacciare l’idea che Grillo non sogni di potersi ispirare un giorno a Michel Coluche, l’attore e comico francese che peraltro ebbe l’onore di conoscere sul set del film «Scemo di guerra» di Dino Risi: «Beppe si ingelosì molto del rapporto speciale che avevo con Michel», ha detto il regista. Coluche, idolo del box office transalpino, dai suoi spettacoli metteva alla gogna i politici e un bel giorno annunciò la candidatura all’Eliseo. Si ritirò solo all’ultimo, ma i sondaggi parevano garantirgli una messe incredibile di voti.
Forse qualcuno avrebbe potuto già insospettirsi dall’esordio cinematografico di Grillo: «Cercasi Gesù», dove appunto interpretava un Cristo moderno anticipando la sindrome «Joan Lui» dell’altro aspirante santone, Adriano Celentano. Anche la discesa in campo di Silvio Berlusconi nel 1994, e relativo successo, deve averlo alquanto impressionato. Come rilevato da Libero il 3 ottobre scorso, Grillo mise il suo primo bollino elettorale proprio su Berlusconi: «Sono da mandare via, da mandare via questa gente qua, da votare gli imprenditori, ecco perché sono contento che è venuto fuori Berlusconi: lo voglio andare a votare». E qui siamo appunto nel 1994. Nella primavera successiva, vediamo, Grillo modificò il suo giudizio e lo spruzzò di venature appena megalomani: «Candidarmi sarebbe un gioco da ragazzi, prenderei il triplo del Berlusca» disse a Curzio Maltese su Repubblica. «Mi presento in tv e dico: datemi il vostro voto che ci divertiamo, sistemo due o tre cose. Un plebiscito». Poi, nel 2003, la svolta: «Per arrivare a Berlusconi dobbiamo essere diventati parecchio stupidi». Già covava. Ma una vera discesa in campo, Giuseppe Piero Grillo, non l’ha ancora fatta. Deve ancora discuterne col commercialista.
Vince il progresso contro le ideologie del passato
Posted by Il Duca on 15 Apr 2008 | Tagged as: Articoli di giornale, Comunismo, Politica, Riflessioni, Sinistra
Il Popolo della Libertà ha vinto. Dopo due anni di malgoverno (o assenza di governo, come dico io), false promesse, tassazione pesanti (carico fiscale record, sfiducia e possibile recessione), trucchi fiscali da prestigatore come spostare gran parte le spese pubbliche di un anno (il Mito del Tesoretto creato scaricando le spese sul governo successivo, come fece notare Il Sole 24 Ore, per poi fingere che venissero dalla lotta contro il sommerso i cui frutti, se presenti, si vedranno solo nei prossimi anni!).
Si temeva, e io temevo, una vittoria di piccolo margine, quel genere di vittoria che è meglio non avere e che avrebbe immobilizzato il paese di nuovo al Senato. Invece no: lo scontento era tale che perfino con una legge che premia al Senato su base regionale e non nazionale, si è riusciti a stravincere con 41 senatori di margine! Il precedente governo otteneva un margine di 3-4 senatori solo grazie ai Senatori a vita! Il nuovo governo da solo ha 41 senatori di scarto!
E ricordate come mai la legge premia al Senato? Perché la sinistra fa in fretta a ragliare come asini, ma fu il vecchio Ulivo (ora PD) a costringere il presidente della repubblica Ciampi a dichiarare incostituzionale un calcolo dei senatori con premio nazionale!
Fu la sinistra a imporre, ben prima del 2006 (quando Berlusconi pareva destinato a governare in eterno), che il premio al 55% fosse regionale in modo da mettere in difficoltà un successivo Governo Berlusconi in caso di elezioni anticipate. Governo che poi no ci fu! E infatti in quel “pareggio” di voti del 2006 fu la sinistra a subire la trappola senatoriale che aveva costruito per uccidere Berlusconi.
|
|
Non sono bastati il controllo politico della sinistra sulla RAI (che ha espulso i rappresentanti di destra nel 2006) e sui principali quotidiani come Il Corriere (che solo da pochi mesi, sentendo puzza di cambio di governo, sta tentando di apparire meno schierato), La Stampa e La Repubblica (ovvero nell’insieme i quotidiani letti da gran parte degli italiani), costruendo un monopolio del plagio dell’informazione anti-Berlusconiano, per poter demolire la voglia di rinnovamento della Nazione Italiana!
Un Risultato Straordinario, oltre ogni aspettativa più rosea e delirante: PdL batte PD del 4,5% circa! Aggiungendo Lega Nord e Italia dei Valori, al netto risulta uno scarto ancora maggiore: la coalizione vincente ha un margine bulgaro del 9%. Altro che i 25mila di vittoria (con broglie e schede bianche mai ricontrollate nonostante l’appoggio di Antonio Di Pietro) della sinistra al 2006! Siamo a 3 MILIONI di voti di differenza!
Con questi margini immensi e dovendosela vedere solo tra Lega Nord e Popolo della Libertà, il governo potrà finalmente prendere le decisioni severe, dure e necessarie per rilanciare l’Italia verso il Nucleare, il benessere economico e l’integrazione reale -non quella a chiacchere e buonismo della Sinistra- tra persone di ogni cultura, religione e colore della pelle!
Un risultato ancora più straordinario perché, in più di un secolo dall’Unità di Italia, per la prima volta l’estrema sinistra Socialista e Comunista è stata CACCIATA DAL PARLAMENTO per Volontà del Popolo Sovrano per mezzo di LIBERE ELEZIONI!
La Feccia del Passato, i dinosauri legati al mondo di primo Novecento che non esiste più da decenni, sono stati spazzati via con un colpo di indignazione e disprezzo Nazionale!
Il popolo italiano è più anticomunista che durante il Fascismo: all’epoca infatti dovettero cacciarli con la forza della dittatura, ora invece sono stati spazzati via per decisione popolare democratica!
Perfino in Inghilterra, dove alle elezioni del 2005 si presentarono una sessantina di partiti (ma in tre, , tutti di ispirazione di centrodestra -usando la nostra suddivisione italiana, dato che non nessuno di loro viene da un’ideologia di origine marxista, ma sono tutti di matrice liberale-, ottengono complessivamente il 94%: Laburisti, Conservatori e Liberali) i Socialisti della coalizione Respect (quella dello scrittore Chìna Mieville per intenderci) hanno ottenuto ben un singolo seggio e i Social Democratici ben tre seggi! Meglio che zero!
E questa è una Vittoria per la Sinistra Moderata!
Ora il Partito Democratico, avendo visto che chi si separa viene spazzato via, sarà costretto ad essere internamente coeso e, senza la concorrenza dei piccoli partiti di sinistra potrà assorbire il resto dell’elettorato e consolidare non come “coalizione per vincere”, ma come REALE FORZA PROPOSITIVA!
Se ora il PD, per le sue laceranti divisioni interne su politica estera, economia, pacs e altro era semplicemente improponibile al voto, nei prossimi anni ho la speranza e la fiducia che la Sinistra italiana saprà costruire da questo PD un vero Partito unito con vere idee, vera coesione e quindi perfettamente in grado di Governare!
Proprio come aveva fatto il PdL privandosi delle sue frange più estremiste (Storace e compagnia, ora cacciati pure loro dal parlamento) per essere veramente unito e coeso!
Ho una Grande Fiducia nel futuro del Partito Democratico il cui risultato è stato tutt’altro che negativo! Veltroni diceva sì che sotto il 35% avrebbe lasciato il posto, ma sono solo posizioni da imbonitore che non condivido: il suo 33-34% è un risultato eccezionale considerando la conformazione del suo partito e i due anni di disastri che stanno venendo ora pagati da un’Italia in ginocchio, ridotta in miseria, in cui i banditi prendono possesso delle strade e di interi quartieri e gli onesti cittadini vengono ridotti alla fame dai debiti con le Grandi Banche amiche della sinistra di Prodi e dalla Stagflazione!
Con un PD e una PDL entrambe unite e coese, finalmente potremmo votare come in Inghilterra, in Spagna o negli Stati Uniti: senza timore che chi vinca possa distruggere il paese, perché entrambi saranno in grado di governare, più o meno bene!
E’ una Rivoluzione senza precedenti per la Repubblica!
Articoli consigliati: