Sito Filosofico Delirante Con Un Vago Retrogusto di Coniglio Sfinterico


 Home > Militaria > Apporto del Clero alla RSI
 

L'APPORTO DEL CLERO NELLA R.S.I.
- Padre Antonio Intreccialagli -

Su richiesta del camerata Mario Meneghini, io, Padre Antonio Intreccialagli,
cappellano della 1a Legione d'assalto "Tagliamento" durante la Repubblica
Sociale, narro quel che accadde l'8 settembre 1943, in particolare quel che riguarda i cappellani militari.Tutti i reparti delle Forze Armate Repubblicane, operanti dal settembre '43 in
Dalmazia, in Istria, sul fronte occidentale e nel territorio nazionale, ebbero
il Corpo Volontario dei cappellani militari. Questo Corpo eroico, idealmente
capitanato dai Trentacinque Caduti in servizio o trucidati a guerra finita, da
vile mano assassina, Meritò l'elogio consapevole di S.E. Monsignor Bartolomasi,
Vescovo Castrense, il Quale ebbe a dichiarare nel dopoguerra: "I volontari
cappellani militari della R.S.I. Furono e restano l'orgoglio dei cappellani
militari italiani, per l'ineccepibile condotta morale, per il senso eroico ed
assoluto di servizio nell'assistenza religiosa e spirituale dei reparti loro
assegnati, per l'amor di Patria nell'assistere e sostenere il morale di una
popolazione civile, sotto l'inenarrabile flagello che si abbatteva sull'intera nazione italiana".
Com'è noto, erano continui i bombardamenti indiscriminati su ogni centro
abitato, e non venivano risparmiati neppure i contadini intenti al lavoro dei
campi. La popolazione inerme subiva senza interruzione ogni sorta di spoliazioni
e di violenze da parte di formazioni partigiane, che di certo avevano bisogno di
sostentarsi, e che si procuravano quanto necessitava loro depredando i civili,
esponendoli in tal modo alle rappresaglie e ai rastrellamenti delle forze
alleate tedesche. E' doveroso precisare che nel periodo della R.S.I.
funzionavano regolarmente gli ospedali, le scuole, i servizi annonari, tuttavia
la popolazione civile era prostrata, avevano bisogno di assistenza e di sostegno
per sopportare tanti inenarrabili sacrifici.Pertanto l'opera dei cappellani militari nella R.S.I. fu particolarmente valida, necessaria anzi, per contenere le conseguenze degli odii che si rinfocolavano
ogni giorno di più in seguito alle efferate azioni di sterminio, alle proditorie
esecuzioni effettuate dai partigiani, i quali non risparmiavano neppure donne e
bambini, colpevoli di avere i loro sposi o i loro papà inquadrati nei reparti della R.S.I., per l'onore d'Italia.Potrei riferire diversi casi , estremamente crudi ,selvaggi ,nei quali dovetti
intervenire per limitare le conseguenze di tali azioni nefande ,evitando
rappresaglie e talvolta salvando gli stessi partigiani incriminati.In questi
casi, il cappellano vagliava le varie situazioni con senso cristiano, civile e
fraterno, per quanto stava nella sua formazione morale e religiosa.
Mai potrò dimenticare che lo stesso mio Comandante di Legione, volendo avere la
coscienza più tranquilla possibile, mi sottoponeva i casi più difficili, in cui
avrebbe dovuto prendere l'estrema decisione: infatti, se io avessi manifestato
un qualche motivo di esitazione sulla pena da applicare, era sufficiente un mio
segno azzurro sulle cartelle personali, e si desisteva a eseguire la sentenza
…Mi risulta che lo stesso fecero altri cappellani militari che ebbi occasione di
incontrare sui vari fronti. Tutto ciò per limitare gli effetti dell'odio fratricida.
Con gli altri cappellani della Repubblica Sociale ebbi pochi e saltuari
incontri, e questo perché ho sempre seguito la mia Legione nei continui suoi
spostamenti, come sul fiume Soglia nella zona di Pesaro-Urbino, sul Grappa, in
Valtellina, in Val Canonica e in Valsesia, o sull'Altopiano di Asiago.
Ebbi comunque il piacere di conoscere ed amare fraternamente il cappellano
militare, mutilati di una gamba, don Angelo Scalpellini, reduce dalla Russia,
che incontrai in quel di Bologna, quando venni ricoverato all'ospedale militare
Mazzacurati per una ferita al ginocchio. Questo eroico, meraviglioso cappellano
si dedicava all'assistenza dei feriti nei vari ospedali della zona. Sempre a
Bologna incontrai Sua Eminenza il Cardinale Vassalli Rocco, che era venuto a far
visita ai feriti. Si dimostrò estremamente benevolo, quasi paterno, nei miei
confronti; volle che gli parlassi dei valori spirituali, morali e religiosi dei
miei legionari, dei quali, per la verità, ero quanto mai orgoglioso, specie di
quelli del 1° Battaglione "Camilluccia", formato da studenti universitari e liceali di Roma.
Al Cardinale consegnai tre lettere. Erano di due soldati inglesi e di uno
australiano, i quali avevano sterminato, insieme a un gruppo di partigiani, un
intero nostro plotone. I tre non indossavano la divisa, ma erano in abiti
civili, per questo il Tribunale Militare ne aveva ordinata l'esecuzione in quel
di Varallo Sesia. Quei ragazzi morirono cristianamente e da forti. Nelle loro
lettere alle famiglie riconobbero di aver violato le leggi di guerra,
partecipando ad un'azione bellica in abiti borghesi. Esortavano alla
pacificazione, elogiando i miei reparti e in particolare me, il cappellano, per
come li avevano trattati e assistiti durante la prigionia.
Nella notte precedente l'esecuzione, celebrai la Santa Messa per loro: due erano
cattolici e vollero ricevere la Comunione. Il terzo, protestante, mi interruppe
durante la celebrazione, mi chiese di assolverlo dai peccati e volle fare la sua
prima ed ultima Comunione. Come ho detto, le loro ultime lettere furono
consegnate al Cardinale (a causa dei disservizi, non mi era stato possibile
inoltrarle tramite la Croce Rossa). Appresi in un secondo tempo che i familiari
le avevano ricevute. Anzi, mi furono di grande utilità presso i Comandi Alleati,
allorché dovetti rispondere della falsa accusa, mossami dai partigiani, di
essere stato l'istigatore della condanna a morte di questi ex nemici.
Il Cardinale si congedò da me, impartendomi commosso la sua benedizione e
raccomandandomi di portarla ai miei legionari. Aggiunse una frase che mi ha
fatto più volte riflettere: "Ricordatevi che bisogna compiere il proprio dovere.
Su questa terra non sempre vince chi ha ragione".
Rapporti di amicizia fraterna mi legavano a due infaticabili cappellani francescani, Padre Eusebio e Padre Blandino. Insieme a loro - nei periodi di stasi dei nostri rispettivi reparti - effettuai delle tournée di predicazione nelle chiese e nelle piazze di Verona, Vicenza, Padova e Brescia, radunando grandi folle di ascoltatori.Rapporti scritti gli ebbi li ebbi anche con l'eroico Don Calcagno, direttore di "Crociata Italica", fucilato a guerra finita dai partigiani. Per il suo giornale
gli feci pervenire due articoli riguardanti la fede religiosa dei nostri
giovani, che combattevano per gli eterni valori: Onore e Patria.
***
Ed ecco come avvenne la mia personale adesione alla Repubblica Sociale Italiana.
Devo premettere, comunque, che provenivo dall'Arma Aeronautica. Infatti, fin dal
21 giugno 1940 ero stato richiamato dall'Ordinariato Militare ed assegnato
all'Aeronautica in Sicilia, presso il Comando di Palermo. Fui poi inviato
all'idroscalo di Stagnone, sede di una squadriglia da ricognizione marittima.
Fui anche cappellano della base aeronautica di marsala e dei depositi adiacenti.
Partecipai, con idrovolanti o motoscafi, a vari soccorsi marittimi, per
recuperare piloti caduti in mare, lanciatisi dopo essere stati abbattuti.
Tutto abbastanza regolare fino a che fui assegnato alla base aeronautica di Gela
dove facevamo scalo, su un campo d'aviazione ben presidiato, bombardieri e
caccia per le azioni su Malta. Ricordo che nell'agosto '41 giunsero al campo i
reparti da caccia tedeschi (caccia diurna e notturna). I camerati germanici si
mostrarono estremamente gentili con me, che del resto manifestavo loro tanta
simpatia ed ero sempre disponibile ad ogni necessità inerente al servizio.
Ma ecco che nell'aprile del '42 fui improvvisamente colpito da una grave forma
di ameba istolitica vegetativa. In quella circostanza venni salvato dal medico
del campo, il quale usò con me una terapia quanto mai drastica, a base di
iniezioni di Emmetina (prima di sottopormi a questo trattamento, volle il mio
consenso, in quanto correvo il rischio di restare paralizzato agli arti
inferiori). Fui ricoverato all'ospedale di Palermo, poi a quello di Napoli,
quindi al Celio e di qui alla clinica per malattie tropicali dell'Università di Roma. Durante la convalescenza, prestavo volontariamente la mia opera per confrontare
e assistere i grandi invalidi ricoverati nella clinica ortopedica della stessa Università.
Fu in questo periodo che avvenne il bombardamento sul quartiere di S. Lorenzo
adiacente alla clinica. In quell'occasione prestai la mia opera morale e
materiale a sollievo della popolazione così provata. Ricordo che scavammo tra le
macerie per recuperare salme ed eventuali superstiti.
Eccoci all'8 settembre: Quella mattina, verso le dieci, stavo prestando la mia
assistenza ai grandi invalidi quando sentii un tremendo rombo di motori
provenire dalla zona orientale dell'Urbe. Formazioni fittissime di bombardieri
alleati stavano scaricando i loro ordigni su Frascati, ritenuta, a quanto pare,
sede del Comando Generale tedesco in Italia.
La cittadina fu rasa al suolo per oltre tre quarti, si ebbero 8.000 morti su
circa 12.000 abitanti. Anche i piccoli centri presso Frascati vennero martellati
da bombe o spezzoni. Dalle terrazze dell'Università, vidi levarsi al cielo
enormi nubi di polverone causato dal bombardamento e siccome avevo mia madre
residente a Montecompatri, poco distante da Frascati (papà era morto nel 1932),
decisi di raggiungere immediatamente la zona. Fui gentilmente raccolto da una
camionetta tedesca diretta verso est, condotta da un militare che aveva il
braccio sinistro letteralmente spappolato: si stava recando al suo comando,
credo nella zona di Zagarolo. Sciesi nell'abitato di Colonna, tre chilometri più
in basso di Montecompatri e raggiunsi il paese di mia madre. Per fortuna lei non
aveva sofferto danni, per quanto fosse terrorizzata. La sua abitazione era stata
lesionata al piano superiore e al tetto, mentre il caseggiato prospiciente era
andato completamente distrutto. Mi dedicai, per quanto possibile, a consolare
quella gente afflitta e spaventata.
A sera apprendemmo dalla radio che era stato firmato l'armistizio, con la
conseguente cessazione di atti di guerra. Rammento che intervenni per calmare
l'Esuberanza di gruppi di donne, convinte di aver finalmente raggiunto la pace…
Mentre io mi rendevo conto che stava per cominciare una guerra ancor più atroce.
L'indomani, 9 settembre, discesi a Roma servendomi del "tramvetto" Roma-Fiuggi-.
In una stazione intermedia assistetti, con estremo dolore, all'arresto da parte
dei carabinieri di un giovanissimo militare tedesco, che viaggiava nel convoglio.
Raggiunta Roma, venni a sapere che tutti i comandi militari si erano squagliati,
che i soldati fuggivano per raggiungere le famiglie… Si parlava anche di un
attacco tedesco proveniente dalla zona litoranea in direzione San Paolo.
Insomma, la ben nota situazione di caos.
L'11 settembre cominciarono a circolare per Roma mezzi e pattuglie di tedeschi,
mentre un fuggi fuggi generale si verificava nelle caserme e nei Comandi. In
piazza Fiume salutai romanamente un mezzo militare germanico carico di
paracadutisti e allora compresi che ogni resistenza nella zona di San Paolo
doveva essere cessata. Mi recai sul posto, portando del vino che distribuii a
militari sbandati… Ne presi con me ne presi con me sette che condussi al nostro
convento in via Pisello ai Parioli. Procurai loro degli abiti borghesi,
invitandoli a raggiungere le proprie case. Le loro divise e le armi individuali
le feci riporre nelle soffitte del convento.
***
Adesso potevo pensare a me. Da quel momento mi diedi da fare in tutti i modi per
mettermi in contatto con i reparti tedeschi. Mi recai infatti al Comando
Paracadutisti nella zona di San Giovanni in Laterano, presso il viale Emanuele
Filiberto. Chiesi che mi indicassero qualche reparto italiano che ancora
combattesse al loro fianco con la nostra bandiera. Mi fu risposto che ce n'era
qualcuno, senza però assicurarmi che fosse autonomo, e mi indicarono la zona di
Albano, dove reparti di Camicie Nere stavano ripiegando verso Tivoli, località
in cui si era acquartierata la divisione M "Littorio", forte dei suoi carri Tigre.
Non Andai comunque a Tivoli ma a Roma presi contatto col Comando della divisione
"Piave", acquartierata a Villa Borghese. Mi fu detto che erano in attesa di
ordini (ordini che non vennero mai…). In quei giorni drammatici appresi dalla
radio la notizia del suicidio del generale Cavallero.
Fino a che, verso la metà di settembre ascoltai, sempre alla radio il proclama
di Rodolfo Graziani, diretto agli italiani che ancora avevano il senso del
dovere perché si arruolassero nelle nuove formazioni dell'esercito italiano.
Il 17 settembre (o forse era il 18) mi recai deciso al Comando Generale della
Milizia che era stato riaperto i viale Romania. Indossavo la tonaca con ancora
le stellette sul cappuccio. Alle garitte vidi di guardia parecchi ufficiali:
erano tutti volontari, che si erano presentati per riprendere servizio.
All'interno di uno dei tanti corridoi, ebbi la fortuna e (l'onore) di imbattermi
proprio nel Comandante Generale Renato Ricci.
Era circondato da un gran numero di ufficiali superiori. Vedendo il mio saio, mi
si rivolse con questa domanda: "Tu cosa cerchi?".
Al ché risposi con prontezza: "Desidero una camicia nera e un reparto per
combattere per la mia Patria".
Rimasi assai deluso, ma trovai il coraggio di ribattere immediatamente: "Nessun
Padreterno mi ha ancora detto che tu sei il mio comandante. Ho chiesto soltanto
una camicia nera e un reparto per difendere la mia Patria".
Intervennero diversi ufficiali, tra cui il generale Ezio Garibaldi e il console
generale Auro d'Alba, che da tempo conoscevo: mi invitarono a star calmo perché
il mio caso si sarebbe risolto e c'erano cose ben più pressanti che urgevano…
Fu allora che pensai a uno stratagemma e lo posi in esecuzione. Entrai in uno di
tanti uffici (ovviamente deserto). In una macchina da scrivere misi uno dei
fogli intestati del Comando Generale (ce n'erano molti), e scrissi questa
richiesta dopo aver diligentemente premesso un numero di protocollo e la data):
"Oggetto: si richiama immediatamente in servizio il cappellano Militare
dell'Arma Aeronautica Augusto Pio Intreccialagli (Padre Antonio) per le nuove
formazioni dell'Esercito".Firmato: "Console Macchione". (Fra le varie scartoffie dell'ufficio avevo notato questo nome).Apposi regolare timbro, misi il foglio in una busta indirizzata a me stesso
presso il mio convento, in Via XX settembre n.17. Fermai un militare in camicia
nera, gli "ordinai" di recapitare la busta… e tornai al convento.
Qui trovai il Superiore con la lettera in mano. Alquanto spaventato, mi disse:
"Sono scappati tutti! Va' in un nostro convento di campagna, rimani là e non farti più vedere!".
Rilessi con attenzione il foglio da me stesso battuto e osservai: "Se mi
chiamano in servizio, evidentemente i reparti hanno bisogno di cappellani. Non posso esimermi".
Il Superiore mi fece notare che l'ordine di richiamo non proveniva
dall'Ordinariato Militare, pertanto era opportuno andare là almeno per sentire
cosa ne pensassero. Obbedii. Alla salita del Grillo, sede dell'Ordinariato, non
c'era nessuno se non un prete, al quale feci presente che il mio Superiore
Provinciale desiderava su quel foglio di richiamo almeno un timbro per presa visione. Il che puntualmente fu fatto.Con quel prezioso documento in mano, il giorno seguente mi misi a cercare un
reparto italiano che mi accogliesse, ed ebbi la fortuna di incontrare un gruppo
di giovanissimi legionari. Erano acquartierati - mi dissero - sul Monte Mario
nella zona della Camilluccia, dove si era costituito un centro per volontari.
Il reparto al comando del maggiore Agostani (vice comandante il capitano
Nicoletti), stava formando dei plotoni che a loro volta venivano inviati ad
Orvieto, dove esisteva un altro centro di reclutamento.
Verso sera mi presentai dunque alla caserma.Davanti alla sentinella scattai in
un impeccabile saluto romano e chiesi dell'ufficiale di picchetto.Venne un
sottotenente al quale consegnai il "mio" foglio di richiamo, precisando di
essere stato inviato a quel centro di reclutamento direttamente dal Comando
Generale.Grande fu la soddisfazione per il mio arrivo; anzi, il Comandante
Agostani ebbe a dire agli altri ufficiali: "Questo è un onore straordinario, il
Comando Generale pensa a noi, mandandoci un cappellano!".
E da quel momento feci parte a tutti gli effetti del 1° Battaglione M
"Camilluccia".La sera stessa ero già in divisa da legionario (sahariana
kaki).Divise e bustine da ufficiali non ce n'erano, quindi usai il
fez.L'indomani mi diedi da fare per procurarmi un po' di stoffa rossa con cui
confezionare la croce da porre sul taschino sinistro della giacca.
Gli "M" rossi mi furono apposti sui risvolti della sahariana dallo stesso
Comandante (come da regolamento), e da quell'istante ricominciai la vita tra i
soldati, che del resto ben conoscevo.Venni accolto con la massima simpatia e
benevolenza dai giovani legionari, anche perché gli aiutavo nel loro
addestramento militare, data la mia conoscenza in materia.Loro, invece, tutti
studenti volontari, non avevano di certo grande esperienza. Com'è ovvio,
svolgevo di pari passo la mia attività di carattere religioso e spirituale,
tanto necessaria nei difficili momenti in cui vivevamo.
In quel primo periodo fui anche cappellano al Centro Reclutamento di Orvieto,
ove accompagnai spesso plotoni di volontari arruolatisi a Roma (dove nel
frattempo si era costituito il 1° Battaglione M "Camilluccia").Fu allora che
conobbi un ragazzo di quattordici anni, Vittorio Sgabelloni, il quale tanto
disse e tanto fece che riuscì ad essere arruolato come mascotte del
"Camilluccia" (anche perché io perorai la sua causa).In ogni occasione si
comportava come un autentico legionario; aveva anche forze sufficienti per
portare zaino ed equipaggiamento.Fu il primo vero Eroe del nostro battaglione,
perché nella zona di Urbino cadde mitragliato da aerei alleati che attaccarono i nostri camion in movimento.Ai primi di gennaio 1944 il Battaglione si trasferì da Roma a Vercelli, dove si
acquartierò nella caserma che prese il nome di "Tagliamento"; insieme al 63°
Battaglione M reduce dalla Russia si costituì la 1a Legione di Assalto M
"Tagliamento". Quanto a me ebbi l'ordine di restare nella capitale con tre
legionari, Carbone, Cordasco e Battaglia, per effettuare al Comando romano della
Milizia, la consegna di tutto il materiale (vestiario ecc.) della nostra caserma alla "Camilluccia.
Eseguito questo compito, con mezzi di fortuna raggiunsi Vercelli, unitamente ai
miei tre legionari, non senza aver fatto prima alcune deviazioni perché questi
potessero salutare i familiari. Io stesso mi fermai a Torino dove lo zio Enrico,
che mi era affezionatissimo, ci ospitò con estrema generosità, per tre giorni.
Raggiungemmo quindi il nostro comando a Vercelli.
Dopo la costituzione della Legione d'Assalto, partecipai, fin dal primo momento,
a tutte le azioni e operazioni svolte da questo reparto nella Repubblica Sociale.
Portai a termine con amore, spirito di sacrificio e di donazione a Dio e alla Patria,
Ogni mio compito, facilitando, custodendo e rinvigorendo - nei reparti e nella
gente che potei avvicinare - lo spirito di servizio nonché il senso di Dignità e
di Onore della nostra Patria.
* * *
Vogliate scusarmi per qualche eventuale mia inesattezza: non ci vedo bene e
quindi non posso scrivere né leggere… Ho dovuto affidare questa mia relazione
unicamente alla memoria, che per grazia di Dio è ancora sufficientemente lucida.
Ai camerati di "Nuovo Fronte" che si apprestano a pubblicare un numero speciale
in occasione del cinquantenario della R.S.I., vera epopea di Gloria e di Onore
per la nostra Italia vada il mio augurio più fervido affinché il nostro popolo -
attraverso le nostre testimonianze sincere, e soprattutto "vere" - possa
ritrovare la dignità di sé stesso, quella dignità che il Duce ci trasmise
attraverso il Fascismo.
A noi!

(Articolo tratto da: NUOVO FRONTE N. 136-137 Novembre-Dicembre 1993 ANNOXXIII)
(lo staff di carraronan.org ringrazia)

 

 

Casino Online con Bonus, Bonus Casinò Online, i Migliori Online Casino con Omaggio di Benvenuto