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Il
Cinema di Ciprì e Maresco
Brutti, sporchi e
cattivi

Quando, intorno alla metà degli anni
Ottanta, il fenomeno delle emittenti televisive locali si propagò in
tutta Italia, pochi si accorsero che l’emittente TVM di Palermo aveva
cominciato a ospitare una serie di sperimentazioni televisive alquanto
originali. Accanto alle notizie della cronaca cittadina (orribilmente
sanguinosa), agli spettacoli di intrattenimento vari e alle tante
trasmissioni di improbabili maghi e fattucchiere che riempivano il
palinsesto, venivano presentati brevi frammenti in bianco e nero in
cui uomini seminudi e dalle espressioni piuttosto indolenti
rispondevano alle domande di una misteriosa voce fuori campo. A volte,
mentre la voce li intervistava rudemente, questi strani personaggi si
limitavano a rimanere immobili, con l’unico contorno di una periferia
degradata composta da discariche, case dirupate e macerie.
Questi “esperimenti”, che comprendevano già una dozzina di
cortometraggi, andavano sotto il nome di Cinico TV e i loro autori
erano Franco Maresco e Daniele Ciprì, che solo pochi anni dopo
avrebbero scandalizzato il pubblico cinematografico italiano ed
europeo con Lo zio di Brooklyn (1995) e Totò che visse due volte
(1998), al punto di procurarsi una serie di denuncie per oscenità e il
sequestro delle pellicole da parte della censura. Ciò che
scandalizzava i benpensanti in quell’Italia tutta indaffarata nelle
questioni che riguardavano i vari De Mita e Bettino Craxi, Andreotti e
Martelli (oppure, più probabilmente, i mondiali di calcio che stavano
per arrivare…) erano le immagini di un’umanità “invisibile”, collocata
ai margini estremi della vita sociale, afflitta dall’ignoranza, dalla
solitudine, e spesso anche da tutta una serie di menomazioni fisiche.
Esibiti in mutande o completamente nudi, questi veri e propri rifiuti
della società rispondevano alle provocazioni degli autori con sputi,
imprecazioni, peti, rutti, o ingozzandosi avidamente come animali. Non
si trattava semplicemente di curiosi e pittoreschi personaggi della
strada, ma di un vero e proprio repertorio di disadattati, che offriva
una visione scioccante della disabilità nei contesti sociali più
degradati. Alla comoda ipocrisia del pietismo dominante si sostituiva
una visione schietta, fastidiosamente realistica e sinceramente
cinica, dominata da una sorta di poetica dello scatologico, da
qualcosa come un lirismo della malformazione. Niente di più impudico
per un pubblico abituato alla “allegria” da gerocomio di Mike
Buongiorno e che, durante i suoi spassosi zapping (“sport nazionale”,
secondo i dati Eurispes, almeno fino al 1998, quando venne sostituito
con la navigazione in Internet), si vedeva costretto a intervallare la
mascella scolpita dal chewing-gum del Ridge di Beautiful e i prodigi
calcistici di Diego Armando con lo squallore dell’universo di Cinico
TV. Dal 1990, infatti, l’universo-immondezzaio di Ciprì e Maresco
veniva trasmesso sulla terza emittente RAI in prima serata, andando a
cozzare con il perbenismo televisivo delle famiglie riunite attorno
all’apparecchio come davanti a un focolare tecnologico e provocando
così inevitabilmente una serie di polemiche e di incomprensioni (delle
quali, peraltro, il programma stesso si alimentava). Frammenti
cinematografici di pochi minuti e dai titoli spesso provocatori come
L’invasione degli ultrastorpi, Il piacere di essere diversi, La
famiglia Ciancimino, Più liberi con la mafia, Cani, Frammenti
necropolitani, Sudnormali, Il deserto dei gobbi, Mafiaman
hanno un impatto molto forte sullo spettatore, al quale, attraverso
una buona dose di sarcasmo al vetriolo indirizzato in primo luogo ai
disgraziati, viene proposta una visione decisamente caustica della
società. Un’intera banda di freaks è la vittima del cinismo di Daniele
Ciprì e Franco Maresco che ogni volta vanno programmaticamente a
schernire l’inadeguatezza disarmante - al contempo fisica, sociale ed
esistenziale - di veri emarginati, scoperti tra i quartieri popolari
del capoluogo siciliano e improvvisati attori. Ciò che faceva gridare
allo scandalo non era ovviamente la grossolana performance attoriale
di questi personaggi, né tanto meno l’improvvisazione della messa in
scena. Era, puntualmente, l’esibizione spicciola e brutale di corpi
sgradevoli e per di più colti nelle più basse questioni di vita
quotidiana (la defecazione, il ruttare), l’irruzione di un universo di
rifiuti umani in un’Italia già tutta indaffarata a ripulire, con la
forza igienica di Mastrolindo e altri sgrassanti, i suoi apparati
istituzionali dall’onta della corruzione.
Di fatto, la scelta dei personaggi di Cinico TV è l’elemento centrale
di un discorso critico verso la società nel suo complesso che assume
un evidente valore polemico non solo nei confronti dell’arrivismo
cinico che dominava quegli anni (ma sono davvero finiti?), ma
soprattutto di ogni tentativo di falsificare la realtà e la sua
durezza attraverso la gradevolezza di immagini preconfezionate, come
quelle della pubblicità o dei talk-show, in cui il mondo appare solo
come merce seriale adatta alla vendita. Questa dinamica ipocrita
investe qualsiasi elemento della vita: facendo leva sui buoni
sentimenti, per esempio, è facile vendere al pubblico addomesticato il
divertimento procurato da un nano ballerino o la compassione nei
confronti di un cieco o di un mutilato. In questo contesto i crudeli
frammenti di Cinico TV non potevano non apparire almeno “sospetti”: e
infatti, nel 1994, cioè all’alba della famosa Seconda Repubblica,
l’esperienza di Ciprì e Maresco in RAI si concluse. Nonostante ciò, i
due registi con il loro esercito di “brutti, sporchi e cattivi”
avevano raggiunto una certa fama ed erano ormai pronti per il gran
salto nel cinema. L’esordio nel lungometraggio avvenne, senza alcun
cambiamento dal punto di vista tematico, con Lo zio di Brooklyn,
uscito nel 1995. In realtà, Luigi e Aurelio De Laurentis che
distribuivano il film per conto della Filmauro, pensavano che il
groviglio di polemiche suscitate dagli autori siciliani potesse in
qualche modo giovare al successo del film e - col tradizionale cinismo
che contraddistingue le mentalità imprenditoriali - si affrettarono a
diffondere la notizia che il film fosse un continuo susseguirsi di
gag, esagerando a dismisura la sua attinenza con il genere comico.
Prevedibilmente queste speranze vennero però deluse al botteghino, che
premiò senza indugi l’umorismo meno azzardato di Pieraccioni. Ma per
quante analogie i film di Ciprì e Maresco possano avere con il genere
comico, il cinema cinico è pervaso di un immaginario grottesco che
rimanda, più propriamente, a un sentimento tragico della vita.
L’invasione degli ultrastorpi
“Buonasera, buonasera!”.
“Buonasera”. “Siete soli? Cercate un’anima gemella? L’Agenzia Infame
vi dà la possibilità di coronare il vostro sogno: questa sera abbiamo
con noi il signor…? Come vi chiamate?”
“Pietro Giordano”
“Detto?”
“Il Gobbo di Palermo”
“Signor Giordano, perché si è rivolto alla nostra Agenzia?”
“Per avere un’anima gemella, possibilmente sicula, con la quale
condividere la mia triste esistenza”.
“Lei è solo da quanto?”
“Da tutta la vita…”
Comicità grossolana, innesti surreali, sberleffo cinico e sentimento
tragico sono i tratti che caratterizzano i lavori di Ciprì e Maresco,
incentrati sempre su personaggi veramente “brutti, sporchi e cattivi”,
i quali, più che vivere, sembrano subire il loro ambiente in maniera
dissociata, passiva, assolutamente desolata. Pietro Giordano è di
volta in volta topo di fogna, pezzo di merda, escremento di barbone,
profilattico usato, bomba in attesa di magistrato, pallottola vagante,
cane rognoso, Rifiutoman, ed appare come presidente della Associazione
Falliti Italiani. Se vi capita di girare per Palermo, è facile
incontrarlo davanti a qualche chiesa a mendicare qualche spicciolo per
comprare qualcosa da mangiare e d’altra parte, in qualche frammento di
Cinico TV, egli stesso ammette di preferire “essere pezzo di merda”
piuttosto che essere costretto a fare il mendicante. Un altro
Giordano, Carlo, è un uomo sdentato, quasi completamente cieco, che la
voce di Franco Maresco interpella sulle tematiche più assurde, ma solo
per interromperlo bruscamente di continuo. Appare anche come nazista
nella serie “Karlo Giordanen! -Diken!” e soprattutto interpreta Fefè,
omosessuale che mira all’eredità dell’amante, ma che invece, nel
secondo episodio di Totò che visse due volte, finirà per essere
scorticato dai topi. Giuseppe Paviglianiti, scomparso nel 2000,
era il Buddha di Palermo: guercio, con una pancia ai limiti
dell’inverosimile, viene tipicamente ripreso mentre scorreggia
esclamando “certamente”, o cantando le più soavi melodie del
repertorio della canzonetta italiana. In un’istallazione
realizzata al museo Pecci la sua abbuffata in diretta durava un’ora e
mezza. Marcello Miranda è una specie di alter ego dei due autori. Un
totem che guarda dall’interno della scena. Personificazione della
desolazione, le sue interpretazioni si limitano spesso al solo
apparire nella più assoluta fissità (come ne Lo zio di Brooklyn).
Quasi sempre in mutande, lo ricordiamo come tentato suicida che uno
zio afono vuole salvare, poi come uomo in vendita, uomo-cesso, e
ancora come Rocco Cane, maniaco sessuale che attraversa paesaggi
desolati e che un occhio perfettamente distaccato osserva come in una
specie di Quark. Una sorta di summa di tutti i suoi personaggi si
trova in Totò che visse due volte: qui è Paletta, un’onanista che è
l’espressione totale del “povero cristo”. Francesco Tirone è una delle
prime figure che vediamo abitare la “terra desolata” di Cinico Tv.
Sempre accompagnato dalla sua bicicletta e vestito di tutto punto come
un perfetto ciclista, è efficace sia come figura fissa sia come
monologante. Parla un italiano dialettale contorto e ostinatamente
poetico, al limite della comprensibilità anche quando deve difendersi
dalle accuse di chi, in un interrogatorio, lo insulta con termini come
grossa baldracca, sodomita, pezzo di merda, con la data di nascita,
l’identità completamente sbagliati. Tirone interpreta anche Mafiaman,
il “supereroe” che aiuta i cattivi e che conclude tutte le sue
avventure con la frase “Ah! Ah! Siamo davvero pietosi!”. Altri
personaggi sono Francesco Arnao, il “San Polifemo” che apre i due
lungometraggi togliendosi il suo occhio di vetro e lasciando
intravedere l’orbita cava (mirabile metafora di una visione alquanto
dolorosa, nonché evidente richiamo al Luis Buñuel di Un Chien andalou);
Giuseppe Filingeri, trentenne miope e devastato dai tic; Fortunato
Cirincione, dall’eloquio assolutamente incomprensibile a cominciare da
quando deve pronunciare il proprio nome e, least but non least, i nani
Bruno Di Benedetto, Giuseppe Di Sterno, Ernesto Gattuso e gli “angeli”
gobbi Paolo Alaimo, Antonello Pensati. Un discorso a parte, però,
merita la presenza invisibile che con questi strani personaggi dialoga
attivamente durante le vicende. La Voce (che appartiene a Franco
Maresco) propone situazioni inverosimili presentando i personaggi
nelle vesti più improbabili e assurde. Nonostante sia spesso beffarda
nell’incalzare i personaggi e nel suo “mettere il dito nella piaga”
assumendo toni mordaci, intrattiene con i personaggi un paradossale
rapporto di partecipazione. La Voce permette ai personaggi di
esprimere il loro disagio e i loro problemi, li mette al centro della
propria attenzione e di quella degli spettatori. Certo il senso della
sua distanza non viene mai abolito, e tuttavia si tratta di una
distanza “amorevole”, che definisce al contempo un serio
interessamento emotivo, ironico e fraterno e la difficoltà di
rapportarsi con un universo che appare inesorabilmente altro, diverso,
non normalizzabile (“ma lei non è un pezzo di merda, non può capire!”
afferma spesso Pietro Giordano dopo essersi sfogato con la voce che lo
intervistava).
Queste sono dunque le figure che attraversano il cinema cinico di
Ciprì e Maresco: visioni fastidiose, immagini e situazioni al limite
della sopportabilità, che raramente il cinema è stato così radicale
nel mostrare. Ma analizzando più attentamente i film dei due registi
siciliani, ci si accorge che il vero protagonista di queste storie è
il paesaggio in cui hanno luogo, un paesaggio disastrato, composto da
ruderi, rifiuti, scheletri industriali, da una natura scarna e almeno
altrettanto mostruosa e selvaggia dei personaggi che la abitano. La
città di Palermo, la sua infinita periferia degradata è il non-luogo
arcaico nel quale si svolge il dramma eterno dell’abiezione. Le
persone umane appaiono più prossime all’irrazionalità impulsiva degli
animali che non all’ illuminata saggezza di un’entità superiore.
La dimensione religiosa viene evocata solo nelle immagini dei santuari
dedicati alla “Santuzza”, siti nella rete vorticosa dei vicoli del
capoluogo di cui è patrona, allo stesso modo in cui i santuari
rimandano all’occhio putrefatto di San Polifemo e i vicoli all’iride
di quell’occhio, in una terra (vero corpo di questo cinema) che ha
perso anche le sue ultime speranze. Un popolo e una terra
definitivamente rassegnati a delegare sempre a qualcun altro (che si
tratti di un ordine divino o un ordine mafioso) la possibilità di un
eventuale piccolo beneficio. In questo modo il disadattamento e
l’handicap viene rappresentato non solo nei singoli esseri umani, ma
anche in tutto ciò che li circonda. In questa visione tragica, la
malattia è presente in ogni elemento del reale e nasconderla sarebbe
solo l’annuncio di un sentimento di paura, di falsità, di ipocrisia.
Conoscendo il substrato culturale della società siciliana, la sua
storia millenaria e tormentata, non è difficile comprendere come
proprio qui sia potuto nascere un cinema così scontroso, in cui
immagine dopo immagine si intessono le cellule disperate di un corpo
sociale sofferente ed eternamente mutilato, proprio come quello dei
suoi protagonisti. Il sentimento cinico degli autori dà dunque
espressione a un forte disagio di natura sociale ed esistenziale, che
ha le sue radici direttamente nella realtà (e più in generale nella
natura e nella “civiltà” umana) e che trova la sua poetica e la sua
diagnosi nella messa in scena del disadattamento e dell’handicap come
espressione di una società malata. Il cinema di Ciprì e Maresco
racconta forti contraddizioni ed è caratterizzato esso stesso da
scelte formali estreme, in cui il bianco e nero della fotografia
rimanda allo scontro frontale tra forze estreme e lucenti (Gesualdo
Bufalino parlava della Sicilia come di una terra in cui “la vita si
declina tra la luce e il lutto, tra il nero e l’abbaglio”). Sotto
questa luce dura si stagliano i protagonisti, al centro di uno scontro
che è anche l’equivoco o l’ambivalenza della nostra condizione
spettatoriale: luce o lutto? Riso o pianto? Crudeltà o partecipazione?
La risposta, per quanto autentica possa essere, sarà comunque
spiazzante.
Anche la terra ha le sue bolle come l’acqua
Dopo Lo zio di Brooklyn era evidente che Ciprì e Maresco avrebbero
avuto seri problemi a diffondere il loro materiale su larga scala.
Totò che visse due volte, il loro secondo lungometraggio, inizialmente
doveva essere distribuito dalla Filmauro, ma all’ultimo momento i De
Laurentis rinunciarono all’impresa. Nonostante il buon riscontro di
critica ottenuto alla Mostra di Berlino, arrivato il momento di uscire
nelle sale italiane, il film fu sequestrato e proibito dalla censura.
Il film “maledetto” veniva accusato di “offendere la dignità umana”,
di essere “uno squallore. Peggio, un disonore”. Il quotidiano di
Alleanza Nazionale sentenziò che “quel film attenta alla religione” e
poco ci mancò che lo definisse opera di Satana in persona. Un coro di
intellettuali si levò contro il provvedimento in difesa del film e
clandestinamente vennero organizzate proiezioni a sorpresa in sei
cinema italiani. Finalmente, dopo altri mesi di fosche polemiche, il
nullaosta per la proiezione pubblica venne concesso (ma accompagnato
dal divieto ai minori). Contemporaneamente, l’allora vicepresidente
del Consiglio Walter Veltroni, propose un disegno di legge per
eliminare la possibilità che un organo amministrativo (come la
commissione per la censura cinematografica) impedisse definitivamente,
con un suo semplice giudizio, la proiezione pubblica di un film. La
soddisfazione di chi si era schierato contro la censura fu grande
almeno quanto la rabbia di chi aveva fatto di tutto per boicottare
l’uscita in sala del film: avevano vinto i mostri, e non quelli
virtuali raccontati da Hollywood, ma quelli in carne e ossa che
realmente abitano le nostre città. Tutto ciò creò non poco
fastidio a chi faceva del politically correct un dogma di vita,
acconsentendo bonariamente di partecipare a una società dell’immagine
che, se in superficie si dimostra sensibile ai problemi del prossimo,
in realtà fonda la propria caritatevole presenza sull’ipocrisia e
sull’egoismo, rivelandosi, infine, semplicemente indifferente.
Il cinema di Ciprì e Maresco non è altro, infatti, se non lo specchio
cinico del cinismo ben più pericoloso della società in cui viviamo, il
quale, in ogni caso, è di diversa matrice e che nei loro film viene
dunque come tale criticato3. In altri termini, Ciprì e Maresco sanno
benissimo che la società a cui propongono le loro ciniche provocazioni
è pervasa da un cinismo ben più subdolo e più profondo, che agisce
soprattutto nel sistema mediatico e nell’uso delle immagini. Nel
mondo-spettacolo in cui siamo immersi, la sofferenza e la brutalità
del reale vengono continuamente edulcorate, sublimate, patinate, e
infine rese digeribili a un pubblico addomesticato, sempre più
imbottito di immagini cordiali, sorridenti, pulite e apparentemente
innocue. O peggio ancora, la realtà viene fornita sotto forma di
reality show, o data in pasto al pubblico come scoop giornalistico,
dove il grado di verità è inversamente proporzionale al voyeurismo
bigotto di cui la nostra cara Auditel (unica vera sovraentità della
società-spettacolo in cui viviamo) si nutre. Nel momento in cui
scriviamo, si attende l’uscita dell’ultimo, segretissimo
lungometraggio dei registi palermitani. Quel che si sa è che l’anno
duemilatre dell’epoca cristiana ci ha offerto una nuova guerra, come
del resto era già accaduto l’anno precedente. Del resto, qualche
emittente via cavo se ne sta forse già assicurando l’esclusiva e la
condirà con una buona dose di provocanti curve sul calendario, qualche
eccitante baruffa televisiva e una grattugiata domenicale di sane,
utilissime polemiche sul rigore che forse c’era e forse non c’era. Non
bisogna essere grandi intenditori di cinema o avere una sfera di
cristallo per prevedere che, in questo clima, anche l’ultimo film di
Ciprì e Maresco sarà un fiasco. Non è certo una novità: mostrare la
sofferenza e le sventure reali non è mai di moda. E poi il cinismo con
cui le televisioni sfruttano la guerra non sarà, a conti fatti, più
gratificante?
L'autore dell'articolo, trovato su un altro sito, ha chiesto di rimanere anonimo.
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